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Ormai da diverse settimane ed in ultimo ancora ieri, Draghi ha ribadito di voler mantenere un approccio di attenta vigilanza nei confronti dell’andamento dei mercati, con un occhio particolare non solo all’inflazione (che si mantiene su livelli pericolosamente bassi) ma anche al tasso di cambio dell’euro, che resta alto rispetto a dollaro e yen. Il dato Ifo di ieri (111.2 contro una previsione del 110.7) dovrebbe averlo rassicurato sull’andamento delle aspettative tra gli operatori economici, come anche gli altri dati economici provenienti dall’Europa meridionale.

La ripresa europea sembra dunque consolidarsi, ma i meccanismi di trasmissione della liquidità all’interno dei sistemi economici continentali sembrano aver perso la fluidità necessaria per rafforzare la crescita e consentire i processi di assorbimento della disoccupazione, che permane troppo alta.

La crescita del credito alle imprese (specie in Italia, Francia e Spagna) consentirebbe infatti investimenti ed assunzioni e, rafforzando la ripresa, spingerebbe l’inflazione più prossima al target BCE, compreso tra l’1.5% ed il 2%, risolvendo così nel medio termine il problema dei debiti pubblici della periferia, che beneficerebbero del combinato effetto di incrementi del GDP in termini reali e di diminuzione del debito in termini nominali.

Com’è noto le armi sono principalmente 3 (e non è detto che non vengano usate l’una congiuntamente all’altra):

1) Diminuzione dei tassi ufficiali BCE, che potrebbero anche finire in territorio negativo, disincentivando i depositi delle banche presso la BCE stessa ed attivando circoli virtuosi di finanziamento ai settori produttivi;

2) Un nuovo LTRO (Long Term Refinancing Operation) che vincoli però il finanziamento stesso alla concessione di credito alle imprese;

3) Un acquisto diretto sul mercato, non solo di titoli governativi e corporate, ma anche di ABS, che faciliterebbe lo smobilizzo degli attivi delle banche e migliorerebbe i ratio patrimoniali delle stesse (il che, con l’Asset Quality Review in corso, sarebbe un ulteriore plus).

La domanda che ci si pone è semplice: basteranno gli annunci del potenziale utilizzo di queste misure per ottenere i risultati sperati? In economia, com’è noto, le aspettative giocano un ruolo fondamentale nell’orientare i comportamenti degli operatori economici creando circoli virtuosi o viziosi che si autoalimentano (basti pensare al 2008 ed ai processi di de-leveraging posti in essere dalle maggiori banche internazionali) e che generano ulteriori effetti di secondo livello.

In questo caso, a parere di chi scrive, gli annunci potrebbero avere un effetto opposto, cristallizzando la situazione attuale in attesa dell’effettivo intervento dei banchieri centrali, in assenza di chiarezza in merito allo strumento che verrà utilizzato ed alle concrete modalità di attuazione. I diversi modelli di azione comporterebbero infatti differenti atteggiamenti negli operatori economici interessati, principalmente le grandi banche, sottoposte, peraltro, a diversi gradi di pressione politica all’interno dei rispettivi Stati nazionali.

Converrebbe quindi agire al più presto, magari in più riprese, ma non lasciando in questa contingenza alla “mano invisibile del mercato” la possibilità di pregiudicare le potenzialità di ripresa. D’altra parte, come dimostrano gli eventi del quinquennio 2007/2012, l’interventismo americano sembra aver pagato più dell’attendismo europeo, rotto proprio da Draghi nel dicembre 2011 con il primo LTRO.