Fabrizio Capanna su Matteo Renzi

La questione è ricorrente e spinosa; è necessario, come Renzi si propone di fare, porre un tetto agli stipendi dei manager delle società pubbliche e partecipate?

O ha invece ragione l’ad delle Ferrovie, Moretti, che sostiene che, se la misura dovesse passare, i migliori manager del settore statale si licenzierebbero immediatamente per passare al settore privato? Pur comprendendo la motivata indignazione di chi – lavorando 8 o anche 10 ore al giorno – guadagna un trentesimo di Moretti, penso che si debba assumere un atteggiamento più equilibrato e maturo, valutando ogni aspetto della questione.

In prima battuta, mi sembra quasi ovvio rilevare come la retribuzione debba essere legata alla produttività, generando così valore aggiunto al settore pubblico e, indirettamente alla collettività; banalizzando il discorso, è preferibile che lo Stato paghi 1 milione l’anno a chi genera ricchezza per 500 milioni piuttosto che 100.000 euro a chi brucia risorse conducendo le aziende a lui/lei affidate alla perdita.

Questo in termini meramente economici, produttivistici, direi.

Si pone naturalmente il problema di chi sia il motore della produttività stessa, se i vertici aziendali, i quadri intermedi o la base degli addetti ed in che misura tutte le categorie citate debbano essere in qualche modo agganciate all’effettiva produttività, oggettivamente – per quanto possibile – misurata. Il problema è quindi di distribuzione dell’extra-profitto, che non può che essere correlata alle responsabilità assunte, ad una puntuale valutazione meritocratica ed alla rigidità della componente fissa della retribuzione.

Mi spiego meglio. Un impiegato di un ufficio pubblico con uno stipendio base di 25.000 euro  l’anno e limitata autonomia decisionale non dovrà essere reso partecipe, se non in misura minima, del variabile andamento della sua azienda, sul quale può chiaramente incidere in maniera minimale. L’amministrato delegato della stessa, in ipotesi pagato 300.000 euro e con ampie deleghe operative, dovrebbe poter godere di un sostanziale bonus in caso di incremento degli utili e, di contro, essere rimosso in caso di perdite o deterioramento del servizio fornito.

In sostanza, la variabilità della retribuzione dovrebbe essere direttamente proporzionale al ruolo e la tutela della posizione inversamente proporzionale alla stessa. Idealmente, i manager delle aziende pubbliche (così come quelli delle private) dovrebbero avere una retribuzione fissa molto ridotta (sicuramente ben inferiore a quella di Moretti) ed una componente variabile collegata ai risultati. La componente variabile stessa, però, mi si consenta di aggiungere, non deve portare la remunerazione onnicomprensiva oltre livelli che siano “socialmente accettabili” e che suscitino sentimenti di intima e profonda ingiustizia tra i meno fortunati.

I manager che vogliono raggiungere livelli di retribuzione superiori a tali limiti di “accettabilità” possono naturalmente rivolgersi al settore privato, che non deve rispondere se non agli azionisti delle società stesse e che naturalmente può remunerare in maniera più generosa i propri dirigenti di successo. Senza contare che il manager pubblico dovrebbe accettare una remunerazione comparativamente leggermente minore per ovvie considerazioni sulla personale soddisfazione per lo spirito di servizio alla comunità che tali posizioni dovrebbero implicare.

Più che mettere rigidi paletti in senso assoluto alle retribuzioni, Renzi potrebbe quindi rendere più alta la componente variabile delle retribuzioni dei manager pubblici e molto più bassa (un limite di 200.000 euro lordi annui potrebbe funzionare) quella fissa. Si stimolerebbe così l’efficienza  del settore pubblico, con effetti benefici sulla collettività. Se poi così si dovessero perdere alcuni singoli manager del settore.. bè questo favorirebbe il ricambio generazionale, auspicato a parole da tanti!

Il problema italiano non è tanto quanto vengano pagati i “buoni” manager pubblici ma quanto continuino ad essere pagati – e non rimossi – i “cattivi” manager pubblici. E, inoltre, quali siano gli effettivi canali di accesso ai massimi livelli della pubblica amministrazione, decisamente ancora troppo opachi, clientelari e politicizzati.

E forse, su questo, Renzi ha ragione: agire in maniera brutale sulle basi retributive (di nuovo, agganciando le variabili ai risultati) non è la strada peggiore per ripulire il campo da decenni di stratificazioni politiche.