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Ci sono alcuni testi che sarebbe opportuno diffondere – se non rendere obbligatori – nelle scuole. Penso, ad esempio, agli ultimi 3 o 4 libri di Jared Diamond o, ed è questo l’oggetto del mio breve intervento, al brillante volumetto “Why Nations Fail – The Origins of Power, Prosperity and Poverty” di Daron Acemoglu e James A. Robinson, pubblicato nel 2012 e dal 2013 ora disponibile anche in paperback nel Regno Unito. Gli autori, economisti al MIT e ad Harward, affrontano in maniera sistematica e ricca di esemplificazioni l’analisi delle ragioni che portano alla diversa distribuzione della ricchezza nei vari ambiti geografici e nazionali, prendendo in considerazione – e via via demolendole – le tradizionali tesi in materia.

Per quale ragione il reddito di Nogales, Arizona è un multiplo di quello di Nogales, Sonora, quando a separarle è solo un confine geografico e non diverse composizioni etniche, la disponibilità ricchezze naturali od altre ragioni apparenti? E come è possibile che il reddito della Corea del Sud sia tanto maggiore di quello della Corea del Nord, quando tali valori sono stati sostanzialmente equivalenti per secoli? E per quale motivo ci sono alcune nazioni che, un tempo prospere, hanno visto diminuire il benessere dei propri cittadini nel corso del tempo?

Semplicemente, argomentano gli autori, alcune di queste società hanno sviluppato delle istituzioni e dei sistemi di governo “inclusivi” mentre altre sono state condotte da potentati “estrattivi”. La differenza è sostanziale: i sistemi aperti, volti all’effettiva partecipazione dei cittadini alla gestione della cosa pubblica, con una forte tutela della proprietà privata da parte di un potere centralizzato e democratico, spingono all’innovazione ed alla mobilità sociale, determinando un benessere che, pur non equilibratamente distribuito, si diffonde ad ogni strato della società, innalzando tutti gli indicatori di benessere, sociale e materiale.

Di contro, i sistemi “estrattivi”, nei quali le elitè mirano ad un miope  vantaggio personale ed alla tutela di posizioni di privilegio, pur potendo nel medio termine attraversare periodi di sviluppo economico ragionevolmente rapido (si pensi all’Unione Sovietica sino agli anni ’70) nel lungo periodo determinano inevitabilmente un’impoverimento relativo del tessuto sociale e del benessere materiale.

Non posso certo in questa sede dettagliare ulteriormente l’analisi, ma mi preme lasciarvi con un’ultima considerazione: siamo sicuri che il ritardo accumulato dall’Italia negli ultimi decenni non sia in qualche modo dovuto ai caratteri prevalentemente “estrattivi” del sistema Italia rispetto a quelli, ad esempio, di USA, Regno Unito e Germania?

La questione quindi, più che strettamente economica, sarebbe sostanzialmente politico-isituzionale; per sviluppare l’economia ed il benessere di una nazione si dovrebbero dunque attivare processi sistemici che realizzino dei circoli virtuosi socio-economici propulsivi di sviluppo. Il dibattito politico italiano dovrebbe cercare di intercettare questi grandi temi piuttosto che immiserirsi in sterili e non produttivi provincialismi e quindi, forse, più che agli studenti di economia, una attenta lettura del testo in parola farebbe bene ai nostri governanti.