Obbligazione

Articolo pubblicato su Investimenti Finanziari III/2016

 

Il mercato dei corporate bonds rappresenta una quota sensibile del comparto del reddito fisso che comprende anche il segmento dei bond goverativi. In Europa, la particolarissima situazione di mercato attuale, che vede la compresenza di tassi di interesse “risk free” prossimi allo zero, spread sui prodotti “di credito” molto bassi e una crescita economica sostanzialmente nulla, costituisce un potenziale rischio per le quotazioni di mercato che hanno raggiunto livelli oggettivamente stratosferici.

In questo articolo ci proponiamo, dopo aver esaustivamente descritto il prodotto, di mettere in guardia gli investitori relativamente a questo settore, per il quale riteniamo esista un forte rischio di crisi edi rapido calo dei prezzi.

 

Si definiscono corporate bond (o obbligazioni societarie) i titoli a reddito fisso emessi da imprese. In particolare, si distinguono, all’interno di questa macro-categoria, le obbligazioni bancarie e quelle corporate propriamente dette, emesse – queste ultime – da imprese non bancarie.

Si individuano poi due ulteriori partizioni.

Tra i bond bancari si parla di obbligazioni senior riferendosi ai titoli “ordinari”, emessi come fisiologica e ricorrente provvista per le attività creditizie e di titoli “subordinati” (altrimenti detti “strumenti ibridi di capitalizzazione”) che, in caso di insolvenza, sono rimborsati solo successivamente al soddisfacimento dei creditori prioritari ed ordinari e che hanno ulteriori gravami regolamentari in termini di pagamento degli interessi e di rimborso del capitale. Esistono infine dei titoli, i “covered bond” che godono di garanzie ulteriori anche rispetto ai titoli senior, essendo il loro rimborso a scadenza coperto da particolari attivi che, puntualmente individuati e segregati all’interno del bilancio della banca emittente, innalzano il merito di credito dell’emissione che risulta così godere di una sorta di priorità “super-senior” nel pagamento degli interessi e nel rimborso del capitale.

Per quanto concerne invece le obbligazioni emesse da imprese non bancarie, per quanto esistano anche qui titoli subordinati (in numero molto ridotto) la principale suddivisione avviene in base al settore merceologico dell’emittente, individuandosi così sotto-settori telefonici, industriali, media, costruzioni ed edilizia, energia, etc…

All’interno di questa fondamentale partizione ed in maniera trasversale rispetto alla stessa, si possono poi selezionare i titoli corporate in base al rating, individuandosi così le emissioni “Investment Grade” (da BBB-/Baa3 in su) e “Speculative Grade” (o “Sub-Investment Grade” o “High Yield Bonds – Obbligazioni ad Alto Rendimento”, in quanto i titoli con rating inferiori alla tripla B debbono offrire dei rendimenti molto più alti degli altri in funzione alla statisticamente provata maggiore possibilità di insolvenza, anche nel breve periodo).

Infine, e sempre in maniera trasversale rispetto a tutte le categorie sopra citate, si individuano i titoli “Emerging Markets (EMKT)”, collocati, cioè, da enti sovrani e imprese private residenti in Paesi in via di sviluppo, nei quali, per motivi storici o socio-politici, l’assetto economico sia ancora in trasformazione da fasi pre-industriali verso il pieno capitalismo.

Si avranno così, ad esempio, obbligazioni EMKT, bancarie e Investment Grade, nel caso in cui un emittente bancario avesse un rating da tripla B in su e risiedesse in un paese in via di sviluppo.

Inoltre, facendo riferimento alle caratteristiche tecniche dell’emissione, si parla di obbligazioni a tasso fisso (“Straight” o “Plain Vanilla”, nella definizione degli operatori di mercato) quando la remunerazione del detentore è fissata in sede di collocamento e consiste in un tasso nominale di interesse predeterminato e pagato in maniera periodica per tutta la vita del titolo tramite la corresponsione di cedole annuali, semestrali e, meno spesso, trimestrali. Questa è la tipologia più semplice di titolo obbligazionario, quella originaria, dalla quale tutte le altre si sono evolute.

Fin dagli anni ’80 sono state poi introdotte obbligazioni a tasso variabile, in relazione alla maggiore volatilità dei tassi di interesse e per venir incontro da un lato alle esigenze dei risparmiatori, che desideravano stabilizzare per quanto possibile il prezzo dei titoli detenuti , e, dall’altro, a quelle degli emittenti bancari che, dovendo raccordare puntualmente le poste dell’attivo e del passivo allo scopo di minimizzare il rischio di riprezzamento delle stesse in una logica di Asset & Liabilily Management, avevano bisogno di uno strumento che non fissasse in maniera rigida gli oneri di finanziamento ma li legasse all’andamento del mercato monetario.

Questi titoli non pagano una cedola fissa ma, secondo un meccanismo determinato nel “Regolamento di Emissione” presentato agli investitori, indicizzano ogni singolo pagamento ad un parametro di riferimento, applicando allo stesso, nella gran parte dei casi, uno spread di tasso positivo (il margine) che giustifichi l’investimento in tali strumenti piuttosto che sull’interbancario.

Tale parametro è ora in Europa in larga prevalenza il tasso Euribor a 3 mesi, e cioè il tasso interbancario “lettera” fissato a Londra dalle maggiori banche continentali quale livello al quale le stesse sono disposte ad offrirsi denaro su tale scadenza.

Esistono inoltre stumenti indicizzati all’inflazione (in realtà prevalentemente governativi ma in alcuni casi anche corporate) ed altri, i cosiddetti “Strutturati” per i quali il pagamento delle cedole periodiche ed il rimborso del capitale a scadenza sono dipendenti dal livello di altri strumenti finanziari o non finanziari (i “sottostanti”), sulla base di formule a volte complesse e quasi sempre poco chiare. Tali ultimi prodotti, che periodicamente vivono momenti di forte popolarità, specie tra la clientela privata, sono di norma poco convenienti e rappresentano sostanzialmente un canale di reperimento di provvista a basso costo per gli emittenti che, proprio in funzione della scarsa trasparenza nel pricing degli strumenti derivati sottostanti le strutture, riescono a mascherare costi del funding molto aggressivi. Inoltre, e sia detto per inciso giacchè il tema sarà ripreso successivamente, questi titoli risultano sempre avere una modestissima liquidabilità e, quando pure si riesca a venderli, il prezzo del derivato “incorporato” nel prezzo determinerà nella gran parte dei casi delle perdite per l’investitore in termini di “fair value” effettivamente incassato.

In ultimo, allo scopo di concludere in maniera esaustiva la descrizione del prodotto, va detto che le obbligazioni possono anche suddividersi, all’interno dell’Eurozona, oggetto prioritario della nostra analisi, in obbligazioni “Domestiche” ed “Eurobond”. Le prime sono quelle che, regolate dalle normative nazionali di riferimento, sono diffuse prevalentemente in ambito locale e sono regolate attraverso sistemi di clearing nazionali (in Italia, Montetitoli). Gli Eurobond sono nati invece come strumento sovrannazionale ed autoregolamentato, con ampia circolazione continentale e mondiale, regolato e detenuto sui sistemi di clearing internazionale, Euroclear e Clearstream (ex Cedel).

Mentre in passato tale partizione era molto forte, stanti i problemi di trasferimento dei depositi titoli da un sistema all’altro ed un complicato sistema europeo di withholding tax (e di esenzione dalle stesse), attualmente la stessa è molto più sfumata e, al contrario di quanto succedeva sino a una quindicina di anni fa, ormai molti desk di trading londinesi trattano indifferentemente titoli domestici ed Eurobond, ormai distinti prevalentemente dal diverso codice ISIN (codice alfanumerico identificativo del titolo), che per i titoli domestici italiani, ad esempio, inizia per IT mentre per gli Eurobond inizia con XS.

Le negoziazioni delle obbligazioni sopra descritte nelle varie caratteristiche possono avvenire su circuiti “Wholesale” (all’ingrosso) o “Retail” (al dettaglio).

Si parla di mercato all’ingrosso quando gli agenti coinvolti sono operatori qualificati (banche, fondi, asset manager, assicurazioni, hedge fund) e gli importi sono di norma superiori al milione di euro (ed anche molto maggiori, specie in passato, quando gli ammontari medi trattati sul circuito degli istituzionali era ben superiore ai 5 milioni per negoziazione).

In questo caso gli scambi avvengono prevalentemente sul mercato OTC (“Over The Counter”) e non attraverso l’inserimento degli ordini in Borsa. Non è questa la sede adatta per una completa disamina dei meccanismi di negoziazione dei bond all’ingrosso, ma si vuole comunque segnalare che, anche su questo aspetto, gli ultimi 20 anni hanno determinato una sostanziale evoluzione dei meccanismi in parola, col passaggio da negoziazioni esclusivamente telefoniche all’utilizzo di sistemi di trading elettronico, prima offerti da broker londinesi su base spontanea e riservati ai market maker e poi organizzati in maniera “aperta”, sia “order driven” (con prezzi evidenti ed applicabili da terzi con importi prefissati) che “quote driven” (con prezzi prodotti a richiesta per importi oggetti della specifica transazione). Tra questi canali vanno segnalati la piattaforma Tradeweb, quella Market Axxess e soprattuto, quella organizzata dal diffusissimo sistema Bloomberg, che ha assunto un ruolo prioritario sulle altre e di riferimento sul mercato in virtù della facilità di utilizzo, delle brillanti soluzioni operative e del largo utilizzo internazionale.

Passando ad analizzare i meccanismi e le dinamiche di negoziazione per quanto concerne il mercato “Retail”, quello, in buona sostanza, attraverso il quale i clienti privati acquistano titoli obbligazionari privati e – se credono – li liquidano prima del rimborso alla scadenza, va segnalata, in primo luogo, la netta differenziazione esistente tra i paesi europei nei quali la detenzione di tali strumenti è largamente diffusa trai privati (Italia, Belgio, Svizzera e, in misura meno marcata, Lussemburgo, Spagna e Portogallo) e quelli nei quali, a mio avviso correttamente, l’investimento in corporate bond avviene attraverso la sottoscrizione di quote di strumenti di investimento collettivo specializzati sul comparto (Regno Unito, Olanda, Francia e, con quale riserva, Germania).

Le ragioni di questa dicotomia sono di carattere storico e socio-economico e sono state da me e da altri affrontate in diverse pubblicazioni; non mi sembra il caso di riprenderle se non per ribadire come nel nostro paese tale fenomeno, ancora evidente, stia però lentamente riducendosi, con un progressivo passaggio delle somme investite direttamente in obbligazioni verso investimenti mediati dall’utilizzo di fondi e strumenti previdenziali. In Italia, per dare un riferimento puntuale ed aggiorato a questa affermazione, la percentuale del risparmio investita dai privati direttamente in obbligazioni è calata dal 15% del totale al 7% in meno di 10 anni, a significare il progressivo ed inarrestabile avvicinamento della nostra cultura finanziaria a quella dei paesi più evoluti.

Concentrandosi sull’Italia, va chiarito innanzitutto che le obbligazioni private sono in gran parte collocate dalle banche sulla propria clientela con emissioni di modestissimo ammontare e quasi sempre non quotate in Borsa ma solo sui circuiti interni bancari di negoziazione, con poco trasparenza e, ovviamente, limitata liquidità. Di norma, invece, i bond societari non bancari sono emessi per maggiori importi medi e quotati in Borsa; fanno eccezione i cosiddetti Mini Bond che, collocati in virtù di una recente normativa emanata dalle Autorità col lodevole tentativo di “orientare al mercato” le Piccole e Medie Imprese, risultano invece, ancorchè quotati su circuiti borsistici minori, davvero poco liquidi.

E’ opportuno segnalare brevemente come i nostri maggiori circuiti telematici di negoziazione degli strumenti a reddito fisso (MOT e TLX) siano i più efficienti e perfezionati al mondo, ma che di fatto, raccogliendo solo le emissioni di più ampio flottante (un’obbligazione è liquida se emessa per almeno 300/500 milioni di euro ed è un benchmark dal miliardo di euro in su), non possano garantire la liquidabilità di tutti gli strumenti detenuti dagli investitori.

Inoltre i canali di trasmissione tra il mercato all’ingrosso e quello al dettaglio non sono immediati e fluidi e spesso le variazioni di prezzo sono percepite prima dagli istituzionali che tendono così a “scaricare” i propri titoli sul mercato retail nei casi di quotazioni in calo o, viceversa, a “razziare” il mercato retail acquistando titoli sottoprezzo quando le quotazioni sono in crescita. Tale fenomeno avviene regolarmente e va assunto come un pattern di mercato che determina un ulteriore rischio per gli investitori privati, a prescindere da quelli propri del mercato e che chiariremo successivamente.

Prima di affrontare l’analisi dei rischi nella detenzione delle obbligazioni corporate per gli investitori privati nel nostro paese vogliamo dare qualche numero: attualmente in Italia il risparmio privato è investito in obbligazioni per circa 310 miliardi (il 7.5% del totale degli investimenti finanziari delle famiglie), di cui 187 miliardi in obbligazioni bancarie (4.6% del totale). A titolo di esempio e di confronto, la quota di titoli governativi italiani detenuta dalle famiglie residenti è pari a soli 132 miliardi di euro, smentendo la definizione delle famiglie italiane come “BOT people”, con la locuzione “Bond people” che meglio descriverebbe, oggi, le nostre scelte di investimento.

In termini generali il rischio finanziario determinato dal possesso di obbligazioni corporate si sostanzia in:

1)   Rischio di tasso

2)   Rischio di liquidità

3)   Rischio di credito, distinto in rischio di prezzo per la variazione del credit spread e rischio di insolvenza

Il rischio di tasso, che è caratteristico dei titoli a reddito fisso ed è quindi condiviso con l’altra grande famiglia di obbligazioni, quella dei titoli governativi (e con quella dei titoli sovrannazionali, affini a questi), si riassume nel rapporto di proporzionalità inversa tra livello dei tassi e prezzo del titolo, con il prezzo di ogni obbligazione in circolazione che sale con tassi in calo e scende con tassi in crescita. Com’è noto questo rapporto (che riguarda i titoli a tasso fisso e quasi per nulla , ovviamente, quelli a tasso variabile) è espresso dalla “convessità” di ogni titolo che, proporzionale alla durata dello stesso, determina movimenti maggiori di prezzo per i titoli a più lungo termine.

A titolo di esempio, e per dare una misura immediata della magnitudine del fenomeno, spesso sottovalutata, si segnala che ad una variazione di 1% dei tassi d’interesse di mercato (ipotizzata costante sulla curva), la perdita realizzata su di una obbligazione a 5 anni si aggira intorno al 4.5%, quella di un titolo decennale intorno al 9% e quella di un trentennale oltre il 20%. Tale perdita sarà anche funzione della misura assoluta dei tassi, naturalmente.

Quindi il rischio di tasso è massimo in presenza di tassi di mercato molto bassi, in quanto la possibilità di movimenti al rialzo è molto maggiore.

Attualmente, com’è noto, i tassi sono ai minimi storici su tutti gli strumenti; i titoli governativi dell’Eurozona offrono infatti, in molti casi, tassi negativi o prossimi allo zero ed il decennale italiano rende – mentre scriviamo – intorno all’1,20%, livello mai registrato prima e che si confronta con tassi compresi tra il 3 ed il 7% degli ultimi anni.

Il combinato effetto dei tassi bassi sui titoli governativi (sui quali i corporate bond si “prezzano” in spread) e delle azioni dirette di politica monetaria poste in essere dalla Banca Centrale Europea che, allo scopo di supportare l’economia della regione, ha programmato l’acquisto massiccio di corporate bond oltre che di titoli governativi, hanno in qualche modo “drogato” il mercato delle obbligazioni societarie, che oggi rendono mediamente meno del 2% rispetto al 3,5% di inizio 2016, con un calo dei tassi del 43% in 9 mesi.

Entriamo in dettaglio: Telecom Italia ha un costo medio del passivo pari al 5,1% ed ha di recente collocato un titolo a 9 anni al 3%, abbassando così sensibilmente il costo ed allungando la durata dell’indebitamento, con chiari vantaggi in termini di redditività aziendale. Ed è solo un esempio, neanche il più significativo.

Sulla durata decennale i bond di Terna rendono lo 0,28%, quelli dell’Enel lo 0,76% e quelli dell’ENI l’1,12%, tutti ben al di sotto del livello del BTP sopra citato. Anche il settore automobilistico ha usufruito dell’eccezionale situazione, con Fiat Chrysler e Ferrari che hanno collocate carta a livelli mai registrati in passato. Gli ultimi mesi dell’anno vedranno senza dubbio altre società affacciarsi al mercato tanto più che i nostri emittenti più frequenti (quali SNAM, Atlantia, Hera ed altri) non sembrano aver sfruttato appieno l’opportunità, visto che l’ammontare complessivo delle emissioni di corporate bond nel nostro paese sono al di sotto del livello dell’anno scorso, al contrario di quanto sta accadendo in Europa, con record storici di emissioni, come ben mostrato dal grafico allegato che evidenzia i livelli raggiunti allo scorso agosto. D’altra parte questo è facilmente comprensibile, visto che, nell’Eurozona, alcuni emittenti vedono il loro debito trattato su tassi negativi!! Sono ancora eccezioni (Sanofi, Henkel, BP, BMW e Deutsche Bahn, per citarne alcuni, tutti con rating A), ma il trend sembra rafforzarsi. Potrà durare? E’ logico che un investitore paghi per detenere un titolo a reddito fisso?

Un dato ulteriore che va tenuto in considerazione è che, nonostante questo calo sensibile dei tassi sui corporate bond, l’indice di rischio dei mercati del credito, ITRAXX Main, è attualmente su livelli intorno ai 70bp, ben al di sopra dei livelli più bassi, indice di uno stato di salute del credito in Europa non corrispondente a quello espresso dal mercato delle obbligazioni, che quindi risultano essere “costose” in termini di rapporto rischio/rendimento. Inoltre, con particolare riferimento al merito di credito delle banche, si nota che il valore dell’indice ITRAXX bancario è in crescita, anche piuttosto sensibile (vedi grafico) e quindi esprime crescente preoccupazione degli investitori professionali rispetto al potenziale di insolvenze bancarie, inespresse ancora sul mercato dei bond.

Ci troviamo quindi in una situazione nella quale il “rischio di credito” è ai massimi, con un potenziale deprezzamento del valore dei titoli conseguente all’incremento dei “credit spread” (premi al rischio di credito) molto alto e, inoltre, con un forte rischio di insolvenza, specie degli emittenti bancari, ora esposti, nell’Eurozona, alle ben note nuove regole del Bail In.

Ciò vale ancor di più per i titoli Speculative Grade (quelli che negli anni ’80 si chiamavano “Junk Bond”), che da inizio anno hanno visto calare i rendimenti medi dal 9,80% al 6,50%, con conseguente esplosivo aumento dei prezzi, che potrebbero improvvisamente crollare di nuovo su quei livelli (ed al di sotto), anche in relazione ai segni di rallentamento economico a livello mondiale ed alla vulnerabilità della struttura finanziaria di tali emittenti a potenziali rialzi dei tassi bancari, ai quali il merito di credito delle società High Yield è strettamente legato.

Se a queste considerazioni, afferenti il rischio di tasso e quello di credito, si aggiunge la limitata liquidabilità dello strumento per i privati, soprattutto riferito ai titoli bancari, tanto più se subordinati, si disegna un quadro esplosivo e potenzialmente traumatico del mercato.

In sostanza, riassumendo:

a)    i tassi sono ai minimi e possono solo salire, presto o tardi;

b)   gli spread sugli strumenti derivati esprimono preoccupazione sullo stato di salute degli emittenti non governativi; per le banche si aggiungono preoccupazioni regolamentari e di tenuta dei conti

c)    le quotazioni di mercato dei corporate bond sono tenute artificialmente alte dalle azioni della Banca Centrale Europea che prima o poi dovranno essere sospese

d)   i titoli in parola non sono liquidi e le posizioni non possono essere chiuse rapidamente, impedendo così di limitare il rischio tempestivamente

Ci troviamo quindi in una situazione nella quale, di fatto, non esistono spazi di apprezzamento ulteriore dei corsi dei titoli e, di contro, ci sono fondati motivi per supporre che gli stessi possano crollare. Ci sembra quindi conveniente ridurre rapidamente l’esposizione al settore o addirittura chiudere tutte le posizioni, per lo meno quelle a tasso fisso e di lunga durata, fin quando possibile, tenendo anche presente che su tutti questi prodotti gli investitori sono in forte utile, avendo capitalizzato la riduzione dei tassi avvenuta negli ultimi anni.

Qualunque altro comportamento ci sembrerebbe avventuristico e rischioso.

 

 

 

 

fabrizio capanna credit trading

Il Credit Trading

di Fabrizio Capanna

da LETTERA ASSIOM  Febbraio 2001

 

La letteratura economico-finanziaria nazionale non ha mai dato particolare risalto ad una peculiare attività bancaria, quella che nei Paesi anglosassoni viene definita “credit trading” e che, in buona sostanza, può essere definita come l’attività di negoziazione di titoli a reddito fisso, di norma non governativi, volta a trarre vantaggio dalla sotto o sopra valutazione degli stessi rispetto al merito di credito attuale o prospettico dell’emittente, in assenza sostanziale di rischio di tasso di interesse.

Con il presente intervento si desidera in primo luogo studiare le ragioni del ritardato sviluppo di tale attività e delle relative professionalità nel nostro Paese e successivamente, dopo aver tratteggiato in maniera sintetica alcuni aspetti tecnici inerenti la stessa, evidenziare quello che, in linea di principio, dovrebbe essere il profilo ideale del credit trader, con particolare riferimento all’Italia.

Lo scopo ultimo dell’intervento, anche in considerazione della natura della pubblicazione sulla quale appare, è quello di suscitare una maggiore attenzione e, possibilmente, un dibattito in materia, tale da creare i presupposti per lo sviluppo in Italia di tale attività in maniera almeno analoga a quanto accade in altri Paesi Europei.

Come già evidenziato ripetutamente da fonti anche autorevoli, va in questa sede prioritariamente sottolineato il fatto che la gran parte degli operatori Italiani specializzati sul comparto debbano per necessità svolgere la loro attività professionale presso istituzioni estere, le sole che consentano da un lato di lavorare con il pieno supporto di strutture tecnicamente evolute e tradizionalmente sensibili verso l’attività (e che quindi mettono a disposizione linee di credito molto ampie, team di analisti specializzati sull’analisi del merito di credito, desk di swap efficienti, etc..) e, dall’altro, permettano sviluppi di carriera e pacchetti retributivi in linea con le aspettative dei migliori professionisti del settore.

E’ importante quindi che non solo le maggiori istituzioni italiane che, ad onor del vero, stanno già muovendosi in questa direzione, ma anche le realtà di media dimensione valorizzino le professionalità esistenti o ne acquisiscano dall’esterno; non mi riferisco qui solo alla figura del credit trader ma anche a quelle di più immediato supporto allo stesso, quale, in primis, il credit analyst.

Ciò tanto più in quanto il nostro Paese può vantare delle strutture organizzative e tecniche di mercato assolutamente all’avanguardia; il collaudato MOT ed ora anche l’EUROMOT consentono infatti di negoziare in maniera efficiente, trasparente ed economica titoli a reddito fisso di emittenti non governativi sia per importi wholesale che retail, realizzando una sorta di “democrazia” del mercati mobiliari, del tutto assente in altri Paesi dove, come avviene da noi per i titoli non quotati, il cliente privato si trova a dover registrare prezzi diversi e peggiorativi rispetto a quelli dell’investitore istituzionale. Il sistema italiano, specie attraverso i meccanismi delle aste tipiche del MOT, consente al privato investitore di operare in condizioni di sostanziale parità con l’operatore professionale e ciò, lo si dice per inciso, è tanto più importante quanto più ci si muova in logiche di remote trading.

Venendo alla genesi dei nostri mercati, il comparto del reddito fisso non governativo ha visto realizzarsi negli ultimi 10 anni una netta differenziazione tra gli operatori del mercato domestico e quelli del mercato degli eurobond, come testimoniato anche dall’esistenza di due ben distinte associazioni professionali, rispettivamente l’ASSOBAT e l’AIOTE, peraltro recentemente fuse, come richiesto dai tempi e dalle evoluzioni del mercato.

Le peculiarità del mercato obbligazionario italiano sono ben note e sono state oggetto di analisi anche minuziose, alle quali vi rimandiamo. Per quanto riguarda il mercato dell’Eurolira (più evoluto tecnicamente per effetto della contiguità con gli analoghi mercati delle eurobond denominati in altre valute) alcuni meccanismi di autoregolamentazione implementati dagli stessi operatori hanno in passato forse determinato delle forzature e dei comportamenti non direttamente legati a logiche di trading. In prima approssimazione, comunque, si possono individuare i seguenti elementi, più o meno comuni ai due comparti, che hanno co-determinato in varia misura ed a seconda del periodo, una non sufficiente attenzione ai corretti meccanismi del credit trading:

1) la sostanziale assenza di un mercato di corporale bond (nel senso stretto del termine, e cioè comprensivo solo delle emissioni di imprese non bancarie); ciò ha determinato, al contrario di quanto avvenuto, ad esempio, negli Stati Uniti, una sorta di “insensibilità” nei confronti dell’analisi finanziaria da parte degli operatori di mercato che hanno tradizionalmente privilegiato l’aspetto “rischio di tasso” rispetto a quello del “rischio di credito”, per il quale le professionalità più avanzate erano messe a disposizione, di norma, degli Uffici Fidi, organizzativamente e strutturalmente separati dagli uffici preposti ai mercati mobiliari

2) il sistema di tutela e di sostegno interno al sistema bancario che ha impedito, di fatto, l’insolvenza dell’emittente “banca” inteso in senso lato; ciò ha determinato una sorta di appiattimento della curva degli spread sui titoli obbligazionari, consentendo così il reperimento di fondi a tassi molto competitivi anche da parte di emittenti di medio standing, in primo luogo gli Istituti di Credito Speciale

3) il quadro normativo del sistema bancario determinato dalla Legge Bancaria del 1936 che, nell’individuare particolari soggetti preposti ad attività di lendine a medio-lungo termine ed altri, spesso controllanti i primi, limitati all’attività di banca commerciale, di fatto costringeva gli uni a collocare carta sul mercato obbligazionario ed altri a sottoscriverla, stanti i sopraccitati meccanismi di tutela, i menzionati incroci azionari e, in ultimo ed anche per lunghi periodi, precise disposizioni legislative che direttamente od indirettamente costringevano le aziende di credito all’acquisto delle obbligazioni emesse dagli ICS

4) la scarsa conoscenza e diffusione delle tecniche di hedging che, immunizzando il portafoglio dal rischio di tasso di interesse, consentono di centrare l’attenzione sul “relative value trading”, determinando, a cascata, lo sviluppo di diverse sensibilità e specificità professionali, nonché approcci differenziati all’attività di negoziazione

5) il modesto importo medio delle emissioni, sia corporale che bancarie, con conseguente scarsa liquidità dei titoli e difficoltà nell’assumere posizioni “corte” su specifici titoli, anche in ragione delle tecnicità dei meccanismi di clearing domestici

6) la larga diffusione, specie sul mercato domestico italiano, di emissioni strutturate, volte, in particolare, a soddisfare la clientela retail, psicologicamente attratta da alti tassi facciali, giustificati dalla necessità di far assorbire in tempi molto brevi, a causa dell’allineamento dei tassi nazionali a quelli europei, una sensibile riduzione dei saggi nominali di rendimento dei titoli a reddito fisso. Tali titoli strutturati erano spesso collocati sul mercato primario a livelli irrealisticamente “tight” (spesso sub libro) anche da emittenti con modesto merito di credito

7) la limitata presenza, anche in relazione a quanto esposto ai punti precedenti, di emittenti con rating

Il Testo Unico Bancario del 1993 ha sostanzialmente innovato il quadro regolamentare in materia. Gli Istituti di Credito Speciale, perduta la loro riserva di attività, si sono rivelati spesso inefficienti e sono stati riassorbiti dagli enti controllanti o, in alcuni casi, hanno vissuto crisi anche molto gravi.

Le cresciute dimensioni delle banche emittenti (ora principalmente le ex aziende di credito) hanno consentito il lancio di emissioni di maggiore spessore; il progressivo accentramento dei titoli domestici in Montetitoli ed il migliorato collegamento della stessa con Euroclear e Cedel hanno consentito l’ingresso sul mercato domestico di prestigiose istituzioni estere, che hanno contribuito all’evoluzione tecnica del mercato; si è del pari sviluppato un mercato sottile ma in sicura crescita di emissioni subordinate in relazione alle esigenze di incremento del patrimonio di vigilanza delle banche. Sono inoltre aumentate le emissioni di società non bancarie; infine, proprio per facilitare all’estero il classamento dei titoli, è aumentato il ricorso al rating da parte delle istituzioni italiane.

Col tempo si sono andate poi sempre più attenuando le differenze tra operatori dell’euromercato e del mercato domestico, sia per le segnalate evoluzioni tecniche in sede di settlement sia in quanto la gran parte delle nuove emissioni delle banche italiane pur risultando messe nella forma dell’eurobond sono collocate in larga parte su clientela domestica, istituzionale o retail, spingendo così sempre più in defezione di una completa fusione dei due comparti.

Non essendo qui possibile, anche in ragione della forte sintesi imposta da un intervento di questo tipo, descrivere dettagliatamente le tecniche di credit trading; basti qui ricordare che queste comportano la combinata assunzione di posizioni “Lunghe” e “corte” su titoli obbligazionari (di credito o governativi, a tasso fisso o variabile), swap, contratti future ed altri derivati, in sostanziale assenza di rischio di tasso.

Il sostanza si opera alla ricerca continua di arbitraggi e successivi riposizionamenti su titoli di norma corporate, con spread (sul nostro mercato in asset swap verso il tasso euribor a 3 mesi) tempo per tempo premianti rispetto ai livelli di liquidazione della posizione, possibile sia attraverso il canale del settore vendite che verso il mercato. Di norma tali posizioni vengono mantenute per periodi limitati di tempo e quotidianamente prezzate al mercato onde evidenziare un giornaliero P&L che, associato ai sussistenti coefficienti di rischio ed al capitale “assorbito” dall’attività, determina il complessivo contributo della stessa alla gestione della banca. A tal proposito va rilevato come la diversa ponderazione ai fini dei ratio patrimoniali di Vigilanza dei titoli obbligazionari detenuti determini convenienze differenziate a seconda della classe di appartenenza degli stessi.

Il crédit tracer devez dunque possedere una compiuta conoscenza del merito di credito degli emittenti trattati, continuativamente aggiornata sulla base dei più recenti studi in materia e delle evoluzioni delle prospettive reddituali degli stessi; deve altresì padroneggiare le tecniche di hedging di volta in volta più convenienti e parimenti poter vantare una sufficiente credibilità sul mercato, al fine di attivare proficui canali con broker ed altri market maker che gli consentano di “vedere carta” e non restare, quindi, un operatore marginale. Quest’ultimo punto, spesso sottovalutato, risulta spesso determinante ai fini della riuscita dell’attività di trading, insieme, naturalmente, alla sensibilità dell’operatore verso i movimenti degli spread ed i mutevoli umori del mercato, alla conoscenza della storia di ciascun titolo, alla connessa allocazione presunta dello stesso presso gli investitori ed a tutta una serie di altre doti “di mestiere” analoghe a quelle citate e che discendono direttamente dal quotidiano contatto col mercato e dell’esperienza accumulata.

Da non sottovalutare, anche in relazione al rapidissimo sviluppo del comparto negli ultimi anni, è il rapporto con i desk di credit derivatives, che possono fornire, oltre che occasioni di ulteriori arbitraggi, un punto di fecondo e produttivo confronto sull’andamento del credito degli emittenti. Inoltre, per quanto non statisticamente avvalorata in maniera puntuale ed anzi recisamente negata da più parti, va sottolineata la possibilità di una certa correlazione tra il mercato dell’equità e quello dei bond di credito, di norma verificata con maggiore frequenza sui crediti peggiori.

In ultimo, preme segnalare come la letteratura scientifica anglosassone in materia abbia già sviluppato evoluti modelli matematici e statistici della gestione del rischio di credito nei portafogli obbligazionari, con particolare riferimento all’allocazione del capitale per settore, categoria di rating, etc.. Tali modelli, pur avendo il pregio di evidenziare correlazioni altrimenti difficilmente percepibili e possibilità ulteriori di diversificazione del rischio e di arbitraggio, risultano a parere di chi scrive, sostanzialmente inapplicabili per il trader italiano che volesse mantenere come riferimento prevalente della sua attività il nostro mercato domestico. Davvero troppo limitato appare infatti il numero e la liquidità dei titoli in circolazione, rendendo di fatto inapplicabili tali teorie.

In relazione alle caratteristiche personali e psicologiche che completano la figura del credit trader di successo mi sembra doveroso citare almeno la capacità analitica, la rapidità dei processi mentali, una certa attitudine al rischio e, non ultima, una sensibile resistenza a ritmi di lavoro a volte molto duri.

Concludendo, mi sembra opportuno ricordare come una maggiore attenzione verso le tematiche di spread trading rispetto a quelle di trading direzionale sui tassi ed una conseguente riduzione delle risorse dedicate al secondo a favore del primo, possano da un lato ridurre la variabilità dei risultati del trading complessivamente inteso (sia per la diversificazione dello stesso sia perché gli spread sono meno volatili dei tassi, entro certi limiti) e dall’altro consentire un progressivo e sempre maggiore ingresso delle nostre istituzioni sui principali mercati dei capitali internazionali, a tutto vantaggio della credibilità delle nostre istituzioni e, in ultima istanza, del nostro Paese.

 

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La versione completa dell’articolo, inclusiva di note e bibliografia, è disponibile in cartaceo

 

 

 

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Come riportato da Bloomberg (http://www.bloomberg.com/news/2014-05-29/europe-s-bond-traders-confront-overhaul-seen-stricter-than-u-s-.html) ed ampiamente noto da tempo agli operatori del comparto, sembra ormai imminente un deciso intervento dei regolamentatori europei in merito agli obblighi di trasparenza imposti alle banche sul mercato obbligazionario OTC (Over the Counter). In buona sostanza si replicherebbero gli obblighi di comunicazione riferiti alle transazioni in corporate bond già da molti anni in vigore negli Stati Uniti attraverso l’introduzione del sistema TRACE. I dealer sarebbero così obbligati a comunicare – entro un certo lasso di tempo – importi e prezzo delle negoziazioni effettuate, allo scopo di incrementare la trasparenza sul mercato con l’obiettivo ultimo di aumentare la liquidità sul mercato, anche sulla scorta dei problemi nello smobilizzo delle posizioni che molti “real money investor” avevano fortemente lamentato negli anni della crisi.

Non solo: sembra che si stiano valutando anche forme di comunicazione delle transazioni potenziali “ex ante”, che obbligherebbero quindi i market maker ad evidenziare (non è chiaro ancora in che tempi e modi) le loro “intenzioni” di negoziazione.

Sgombro immediatamente il campo da ogni dubbio: a mio avviso tale sistema non è solo inutile ma, probabilmente, anche dannoso e non coerente rispetto ai fini dichiarati dalla normativa. Se da un lato è infatti certamente vero che vada ricercata una più marcata trasparenza del comparto che – per definizione – favorirebbe la liquidità degli strumenti, dall’altro non possono non prendersi in considerazione alcune tecnicità inerenti il mercato.

Il ruolo dei market maker è connotato da una forte componente di rischio che deve essere remunerata; assumendo il ruolo di liquidity provider sul mercato, i market maker si espongono alla volatilità dei corsi dei titoli detenuti, funzione per la quale debbono essere remunerati se non si vuole che, al contrario, per tutelarsi dalle oscillazioni stesse, evidenzino prezzi bid/offer più larghi, fornendo così in ultima istanza un servizio peggiore all’investitore finale stesso. E ciò senza considerare i costi relativi alla “salesforce” ed alla ricerca, che debbono essere finanziati dal trading.

In pratica, quindi, si vogliono imporre limiti operativi ed amministrativi a chi fornisce liquidità al sistema, disincentivandolo a ricoprire quel ruolo; non mi sembra davvero la strada migliore per garantire un miglior servizio al mercato complessivamente inteso.

Gli sforzi vanno invece posti nella direzione di un maggiore utilizzo dei sistemi di negoziazione telematica e di raccordo tecnico tra gli stessi, essendo l’offerta in tal senso ancora segmentata e non unitaria (ho scritto di recente in materia, si veda il mio articolo: http://fabriziocapanna.com/circuiti-telematici-di-negoziazione-delle-obbligazioni-private/.

Ci sarebbe molto da aggiungere, ma, ancora una volta, temo che gli sforzi dei regolatori siano orientati in una direzione opposta a quella richiesta dal mercato.

 

Fabrizio Capanna AF - Il rapporto banca - Industria

La Nuova legge bancaria e l’evoluzione del rapporto banca – industria; servizi finanziari e consulenza

Fabrizio Capanna

da AF numero 15,  Terzo Trimestre 1994

 

Il presente lavoro sarà articolato in due sezioni: nella prima esporrò sinteticamente la genesi e le linee fondamentali della nuova legge bancaria; nella seconda, più ampia, tratterò invece dei riflessi che la legge stessa, congiuntamente alle altre recenti disposizioni in materia finanziaria e creditizia, potrà avere sui rapporti operativi tra banche ed industrie.

 

La Nuova Legge Bancaria

 

Negli ultimi anni si è potuto assistere ad una vera e propria rivoluzione dei mercati finanziari internazionali; le ragioni di tale processo risiedono, a mio avviso, in un clima politico complessivamente più disteso, nello sviluppo dei mezzi di trasporto e nel conseguente processo di internazionalizzazione degli scambi commerciali.

L’insieme di tali fenomeni, congiuntamente al rapidissimi sviluppo dell’informatica, ha determinato la nascita di mercati finanziari transnazionali (quale, ad esempio, l’Euromercato), di operatori “globali” e di nuovi prodotti finanziari, quali i derivati.

Le legislazioni nazionali, alcune delle quali erano ormai vecchie di decenni, risultavano così assolutamente inadatte al raggiungimento degli scopi cui erano volte e spesso completamente disarticolate a livello internazionale; ciò determinava due effetti immediati: da un alto, infatti, l’operatività internazionale sui prodotti innovativi risultava non regolamentata e, dall’altro, sugli strumenti tradizionali si venivano a creare situazioni giuridiche di difficile interpretazione per il sovrapporsi di norme non compatibili l’una con l’altra.

A livello internazionale si è quindi necessariamente dovuto provvedere ad un rapido processo di ridefinizione delle normative in materia di mercati mobiliari e creditizi, volto, in buona sostanza, a deregolamentare alcuni segmenti di mercato ed a sostituire normative ormai obsolete in altri.

A livello europeo, poi, i problemi erano ancora maggiori; con il Trattato di Roma del 1957 si era infatti già auspicata la realizzazione di un mercato comune all’interno della comunità degli Stati membri; per quanto concerne la materia in oggetto ciò presupponeva, però, una completa armonizzazione delle legislazioni vigenti, al fine di poter permettere l’effettiva applicazione dei concetti cardine dell’integrazione, il principio di libero stabilimento ed il principio di libera prestazione di servizi.

Com’è noto, però, gli assetti giuridici del settore creditizio presentavano protende e difficilmente sanabili asimmetrie; la via scelta, quindi, dopo un lungo periodo di indecisione – concluso nel 1985 con la pubblicazione del celebre “Libro Bianco” – fu di non spingersi oltre sulla via dell’armonizzazione legislativa ma, al contrario, di perseguire l’ottica del cosiddetto “Principio del Mutuo Riconoscimento”.

In sostanza si riteneva conveniente autorizzare gli enti creditizi dei Paesi membri ad operar in tutti gli Stati della Comunità secondo le regole del proprio paese di origine. Si pensava infatti che si sarebbe così realizzata una sorta di benefica “Concorrenza tra norme” in seguito alla quale le legislazioni più vincolanti e meno efficienti per il mercato si sarebbero dovute adeguare alle altre onde non spiazzare completamente gli intermediari nazionali rispetto a quelli esteri.

Per il nostro paese questo mutamento di rotta rappresentava un impegno non indifferente perché presupponeva il passaggio da un regime tipicamente dirigista ad uno più orientato al mercato, nel quale l’attività bancaria riassumesse quel ruolo imprenditoriale che la Legge Bancaria del 1936 aveva in qualche modo compresso in un vincolante sistema di controlli amministrativi ed in una complessa ramificazione di interessi pubblicistici.

Il nostro sistema bancario presentava infatti diversi punti di debolezza nei confronti delle altre realtà europee, tra i quali vanno ricordati.

- il numero eccessivo di istituzioni creditizie, caratterizzate, tra l’altro, da livelli dimensionali non soddisfacenti,

- una marcata specializzazione operativa, sia a livello settoriale (aziende a breve termine, mobiliari, fondiar, agrari, etc..) sia territoriale;

- una complessa differenziazione per categoria giuridica all’interno del sistema, spesso non rispondente ad effettive differenziazioni operative;

- una insufficiente vocazione all’attività all’estero;

- un’alta percentuale di banche facenti capo all’area pubblica, complessivamente intesa;

- assetti organizzativi poco funzionali ed alti costi del personale.

Pur non volendo assumere toni trionfalistici, va riconosciuto che la nuova normativa, approvata con D.L.385/1993, ha risolto molti di tali problemi, o meglio ha creato un quadro normativo che consente la soluzione degli stessi, recependo in maniera completa i più recenti orientamenti comunitari.

La legge, all’articolo 1, dopo una serie di chiarimenti definitori, individua i settori di “attività bancaria” ammessi al mutuo riconoscimento; l’elenco è molto ampio e copre in maniera praticamente completa tutti i segmenti dell’attività finanziaria e creditizia, ivi compresi anche quelli dell’intermediazione mobiliare, del leasing, del factoring, del merchant banking e del credito al consumo.

Questa norma è stata da molti interpretata come l’introduzione nel nostro ordinamento del sistema della cosiddetta “Universal Bank” tedesca (la banca universale con connotati “misti), contrapposto, nella letteratura, al sistema “inglese” (prevalenza di banche specializzate aggregate in gruppi creditizi ed orientamento “al mercato” dell’attività finanziaria).

Prescindendo da un’analisi approfondita dei due sistemi, che verrà comunque parzialmente affrontata nella seconda parte di questo lavoro in quanto più direttamente collegata al rapporto banca / industria, va chiarito che la norma in parola, lungi dall’imporre questo o quel modello, ha semplicemente consentito la creazione nel nostro Paese di intermediari polifunzionali, oltreché, come era nella nostra tradizione, specializzati; sarà poi il mercato ad imporre l’uno o l’altro modello o, più probabilmente, una dinamica compresenza di entrambi, così come peraltro avviene in Germania.

Sono state inoltre riscritte, agli articoli 2-9 (Titolo I) e 51-69 (Titolo III), le norme fondamentali relative alla Vigilanza da parte delle autorità creditizie, CICR, Ministero del Tesoro e Banca d’Italia e sono stati individuati gli ambiti di interazione con CONSOB ed ISVAP. Il Titolo II (articoli 10-50) tratta in maniera particolareggiata delle banche e dell’attività bancaria in senso lato, come già specificato.

Il Testo Unico, raccordando leggi, regolamenti ed istruzioni di Vigilanza già emanate, elimina ogni sorta di specializzazione temporale e territoriale nell’erogazione del credito e nella raccolta del risparmio, ferma restando la Vigilanza prudenziale della Banca d’Italia per il rispetto dei coefficienti di patrimonializzazione ed un attento monitoraggio della gestione del rischio di cambio e di interesse. Semplificate risultano anche le procedure di autorizzazione alla creazione di nuove banche ed all’apertura di succursali.

Le uniche particolari categorie giuridiche di banche preservate dalla nuova normativa risultano essere le banche popolari e le banche di credito cooperativo (ex casse rurali ed artigiane).

Il Titolo IV (articoli 70-105) tratta della disciplina delle crisi e non risulta, quindi, particolarmente rilevante ai fini della nostra analisi, così come pure i titoli V (articoli 106-114, “Soggetti operanti nel settore finanziario”), il Titolo VI (articoli 115-128, “Trasparenza delle condizioni contrattuali”), il Titolo VIII (articoli 130-145, “Sanzioni”) ed il Titolo IX (articoli 146-162, “Disposizioni transitorie e finali”).

Molto rilevante per il mondo industriale è, al contrario, il Titolo VII, formato dal solo articolo 129; norma periferica rispetto alla disciplina del sistema bancario e creditizio e, come tale, inserito nel Titolo in questione, intestato “Altro Controlli”, risulta inveì norma di grande importanza per il diritto dell’impresa e del mercato mobiliare, regolando, in sostanza, le emissioni di titoli di debito da parte delle imprese. Ai fini di una migliore rappresentazione logico-concettuale dei problemi, l’analisi di tale articolo sarà svolta nella seconda parte della trattazione.

 

Il rapporto banca / industria

 

Nella seconda parte di questo lavoro affronterò in maniera dettagliata, anche se probabilmente non  esaustiva – vista l’ampiezza dell’argomento – le problematiche relative ai rapporti tra banche ed industrie, così come verranno presumibilmente  a configurarsi in relazione al nuovo quadro legislativo creditizio del nostro Paese ed alla progressiva ed auspicabile maggiore integrazione dei mercati finanziari europei.

La struttura del passivo delle imprese italiane è storicamente imperniata sul credito bancario a breve termine, con rapporti di leverage piuttosto alti; la quota di capitale di rischio risulta poi, oltreché non alta in termini assoluti, anche sensibilmente illiquida, soprattutto per le imprese di minori dimensioni, la proprietà delle quali è sostanzialmente appannaggio della famiglia dell’imprenditore ed in quanto tale non smobilizzabile, se non frazionalmente.

Com’è noto, una struttura finanziaria di questo tipo configura una situazione piuttosto marcata di rischio/opportunità per l’impresa, ampliando sensibilmente la variabilità del reddito netto d’esercizio.

Infatti, sino a che il tasso di redditività operativa si mantiene al di sopra di quello di indebitamento, il leverage opera in maniera positiva sulla redditività complessiva, ma una variazione dei tassi di interesse di mercato – specie in presenza di debiti prevalentemente a breve termine, tipicamente più sensibili a dette variazioni – od un’oscillazione del tasso di redditività operativa, hanno effetti tanto più forti quanto maggiore è, appunto, il livello di leverage.

In particolare, sarebbe consigliabile che alcune forme di impiego dei mezzi aziendali fossero finanziate prevalentemente – od integralmente – con capitale di rischio o con capitale di debito a lungo termine, così da consentire un progressivo e fisiologico dispiegarsi, ad esempio, di innovazioni di processo o di prodotto, di penetrazione di nuovi mercati o di ricerca e sviluppo.

La citata esigenza si presenterà poi con particolare urgenza nei prossimi anni, quando i settori produttivi italiani dovranno confrontarsi in maniera completa con la concorrenza europea ed extra-europea.

In Italia l’accesso al mercato del capitale di rischio è stato però riservato in via quasi esclusiva alle imprese di maggiori dimensioni, stante la limitatezza del mercato azionario ed il mancato sviluppo – o la completa assenza – di strumenti di investimento collettivo in valori mobiliari, che nei paesi anglosassoni rappresentano il tipico canale di finanziamento all’iniziativa imprenditoriale, specie nelle fasi di start-up e seed-up.

Per quanto riguarda il reperimento di capitale di debito a medio/lungo termine, che teoricamente si esplica, per le imprese industriali, prevalentemente nell’emissione di obbligazioni (a prescindere da fonti particolari di finanziamento non cartolare quali alcuni crediti industriali, agevolati e non e ipotecari), basti ricordare come nel 1993 il totale delle obbligazioni emesse da imprese non bancarie era pari solo al 2,1% del totale dell’indebitamento.

I limiti normativi alle partecipazioni azionarie delle banche nelle industrie, in ottemperanza al principio della “separatezza” tra banca ed industria, sancito dalla legge bancaria del 1936, hanno impedito lo sviluppo di un sistema che, come avviene ad esempio in Germania, individua nel settore del credito il tramite ottimale per i processi di indirizzo del risparmio privato verso il sistema produttivo. Colà si ritiene infatti che le banche debbano esercitare un ruolo attivo nel sistema economico, assumendo partecipazioni dirette nelle imprese ed intervenendo in maniera decisa anche nella gestione delle stesse. I vantaggi di un tale sistema verrebbero avvertiti tanto dal sistema bancario che da quello produttivo. La figura della banca mista e polifunzionale dovrebbe infatti poter dar prova di una maggiore efficacia nel sostegno dello sviluppo e della stabilità dell’impresa in virtù della molteplicità dei rapporti con l’impresa finanziata, rapporti che potrebbero culminare nella compartecipazione alla gestione tramite l’inserimento di manager bancari nei Consigli di Amministrazione delle imprese partecipate.

Verrebbe così superato il problema, sul quale tanta parte della corrente letteratura tende a soffermarsi, della cosiddetta “asimmetria informativa”, concetto con il quale si intende l’oggettiva impossibilità da parte di soggetti esterni all’impresa di valutare correttamente il merito di credito dell’impresa finanziata, per mancanza di elementi che sono per loro natura riservati e che quindi non vengono diffusi con le usuali forme di pubblicità – tipicamente i bilanci – anche per evitare che se ne appropri la concorrenza.

La banca mista, alternando erogazioni di crediti a breve e lungo termine, classando a terzi titoli della società ed acquisendo partecipazioni azionarie (per la stabile detenzione o per il successivo smobilizzo) potrebbe svolgere una fondamentale funzione anticiclica e di supporto alla ripresa economica, superando lo short-termism tipico dei sistemi, quali quello inglese, orientati ai mercati piuttosto che agli intermediari, che tendono invece a “subire” il ciclo e, spesso, ad accentuarlo nei momenti più critici.

La teoria segnala l’esistenza di due rischi per un sistema basato sulla banca mista: in primo luogo la possibilità del verificarsi di fenomeni di “razionamento del credito” nei confronti delle imprese concorrenti delle partecipate ed in secondo luogo la possibilità che eventuali crisi del sistema produttivo possano ribaltarsi direttamente su quello creditizio, generando pericolose reazioni a catena che potrebbero minare alla radice la stabilità economica dell’intera nazione.

Per quanto concerne il primo die due fenomeni citati, le analisi empiriche effettuate nei Paesi nei quali vige tale sistema tendono ad escludere, di fatto, questa possibilità. Per il secondo, che evoca, nel nostro Paese, i fantasmi della crisi del primo dopoguerra, va ricordato come i sistemi di Vigilanza Prudenziale attualmente in essere (tanto in Italia quanto all’estero) siano dotati di strumenti molto efficaci per il controllo delle potenziali situazioni patologiche di rischio assente dalle banche, sia per quanto riguardo il rischio di cambio e di tasso sia per quanto riguarda l’entità delle immobilizzazioni del capitale.

Altra caratteristica che si è andata sviluppando nei Paesi dell’area tedesca è stato il rapporto di “Haus Bank” (Main-Bank nella terminologia anglofona – il termine non è stato tradotto in italiano-) tra impresa e banca. Per “Haus Bank” si intende la creazione di un rapporto tendenzialmente esclusivo e sicuramente privilegiato tra banca ed impresa affidata (e spesso partecipata), che mira a risolvere tutte le problematiche finanziarie dell’azienda, ivi comprese la consulenza e la gestione di eventuali contatti con altre entità finanziarie specializzate in comparti non coperti dall’attività dell’Haus Bank (ad esempio, i mercati finanziari).Questo tipo di rapporto sussiste ad ogni livello dimensionale, con le banche maggiori che, com’è ovvio, sono partner delle imprese maggiori, le medie delle medie e così via.

Nel nostro Paese, al contrario, il rapporto banca / impresa è vissuto fondamentalmente sull’apporto da parte della prima di credito a breve termine e sulla compresenza di una pluralità di rapporti (uno studio recente ne indicava mediamente 15 per ogni impresa); tale approccio, indicato in letteratura con il termine “Multibanking”, oltre che dalla specializzazione giuridica degli enti creditizi italiani – per la quale la stessa impresa era costretta ad intrattenere rapporti con più di una istituzione – veniva anche deliberatamente ricercato dalla gran parte delle imprese, che ritenevano così di realizzare una sorta di “shopping bancario”, attivando tempo per tempo finanziamenti con le banche che di volta in volta offrivano le condizioni più vantaggiose.

Tra i principali inconvenienti di questo modus operandi si possono indicare:

a) costi amministrativi e di gestione molto più alti e normalmente non direttamente proporzionali al volume delle operazioni poste in essere;

b) maggiore complessità nella gestione della tesoreria;

c) mancato sviluppo di un rapporto più stretto con un’unica banca che, proprio in virtù di tale “preferenza” si preoccupi di supportare l’azienda ani maniera più completa.

Peraltro, come già ampiamente detto, la nuova normativa italiana sembra voler indicare la convenienza ad accentrare tali rapporti, con il pieno dispiegarsi, quindi, da parte della banca, di tutte le funzioni di corporale finance per conto e nell’interesse dell’assistita.

Per quanto concerne le partecipazioni delle banche nel capitale delle imprese, la nuova normativa amplia notevolmente la situazione pre-esistente, consentendo alle banche di assumerne nel rispetto congiunto dei seguenti limiti:

1) il totale delle partecipazioni (anche in imprese del settore finanziario) e degli immobili non può eccedere il Patrimonio di Vigilanza dell’ente creditizio;

2) il totale delle partecipazioni in imprese non finanziarie non può eccedere il 15% del patrimonio di Vigilanza (c.d.”limite complessivo”;

3) il totale delle partecipazioni in imprese di cui al precedente punto 2) non quotate sui mercati regolamentati non può comunque eccedere il 50% del limite sopra indicato;

4) la partecipazione in una singola impresa od il totale delle partecipazioni ad un gruppo di imprese non può eccedere il 3% del Patrimonio di Vigilanza della banca (c.d. “limite di concentrazione”);

5) le partecipazioni in imprese non finanziarie non possono eccedere il limite del 15% del capitale della società partecipata (c.d. “limite di separatezza”);

Vengono poi individuati livelli di patrimonializzazione o di specializzazione dell’attività che consentono alle banche che soddisfino determinati requisiti di ampliare questi limiti in maniera anche sensibile.

Resta naturalmente da verificare l’effettivo interesse per questo segmento di mercato da parte delle banche; c’è infatti chi ritiene che le nostre istituzioni creditizie siano troppo conservatrici ed avverse al rischio per intraprendere un business che richiede skill precisi e sostanzialmente diversi da quelli sino ad oggi espressi dal mondo bancario nazionale; il conferimento di capitale di rischio invece che di credito presuppone infatti una più puntuale stima delle capacità reddituali delle imprese, che dovrà necessariamente spingersi ad analisi prospettiche del mercato ed a valutazioni dei singoli prodotti, superando sia quello che definirei l’”approccio delle garanzie patrimoniali” sia la pratica perversa delle concessioni di fido sulla basse del comportamento delle altre istituzioni.

A questo riguardo lo stimolo può provenire dallo stesso modo imprenditoriale, di norma più reattivo alla novità di quello bancario, con un’azione di rinegoziazione dei rapporti contrattuali in essere con le varie banche ed altre istituzioni finanziarie.

Consentendo la detenzione di quote di partecipazione da parte delle banche, la stessa attività di merchant banking potrà inoltre trovare maggiori opportunità di sviluppo, sia per la possibilità che la stessa sia svolta direttamente dalla banca e non da una controllata, sia per la possibilità di un più agevole smobilizzo delle quote detenute tramite interazione con merchant bank specializzate.

le banche potranno inoltre interagire con le società di gestione dei Fondi Chiusi, introdotte in Italia con la Legge 344/1993, nell’ottica di stimolare la piccola e media impresa finanziandone la crescita dimensionale attraverso le prime difficile fasi di sviluppo.

In definitiva, quindi, la nuova normativa ha creato le condizioni per la realizzazione di un sistema del tipo “alla tedesca”, pur non precludendo gli spazi per operatori specializzati quali, ad esempio, le SIM di collocamento che, in virtù del loro “playing power”, potrebbero svolgere un ruolo fondamentale sui mercati mobiliari, anche con specifico riferimento al collocamento di corporate bond.

E’ facile prevedere infatti un marcato sviluppo di tale comparto, regolato anch’esso, come sopra accennato, dal Testo Unico, oltre che da recenti decreti del CICR.

La materia era in passato regolamentata da un insieme di norme che consentivano alle Autorità Monetarie – in realtà in maniera disarticolata – il più completo controllo dei flussi finanziari originati dall’emissione di valori mobiliari, attribuendo addirittura la possibilità di limitare o vietare le emissioni di valori mobiliari (di qualunque importo se rivolte al pubblico o di importo superiore ai 10 miliardi di lire se effettuate su istituzionali).

L’obiettivo, oltre a quello, esplicitamente enunciato, di tutela del risparmio, era quello di contrastare la disintermediazione bancaria e di non danneggiare i collocamenti del Tesoro.

L’attuale regime è molto più snello e prevede la tonale libertà di emissione di obbligazioni ed altri titoli di debito per prestiti di importo complessivo inferiore ai 10 miliardi di lire, quand’anche destinati al pubblico; per le emissioni di maggiore importo le procedure sono comunque fortemente semplificate.

Il legislatore ha infatti chiaramente ravvisato l’importanza, per un sistema finanziario evoluto, della presenza di emissioni di titoli di debito da parte delle imprese, allo scopo di creare un mercato mobiliare completo e sul quale possano collocarsi, con spread via via maggiori sui governativi – strumenti risk free per definizione – corporale bond di emittenti dagli standing più vari sino addirittura a prefigurare un mercato di junk bond.

In questo senso si pone anche la creazione dei nuovi titoli di debito delle imprese, cambiali finanziarie e certificati di investimento, che dovrebbero soddisfare – nell’ambito della dinamica copertura dei fabbisogni finanziari delle imprese – rispettivamente le necessità di breve e medio termine.

Non si può infine non ricordare l’ormai comune opinione circa la necessità di uno sviluppo dei mercati borsistici per le piccole e medie imprese, integrati a livello nazionale su circuiti telematici; vari sono i progetti allo studio e diversi i soggetti interessati. I risultati non dovrebbero tardare.

E’ ora quindi che il mercato mobiliare complessivamente inteso sfrutti appieno le opportunità fornite dalla normativa, consentendo così il tanto atteso salto di qualità del nostro sistema finanziario e della nostra concezione di finanza d’impresa.

 

La Consulenza alle imprese

 

L’evoluzione dei mercati finanziari unitamente alla maggiore complessità della gestione aziendale hanno posto in primo piano la funzione finanziaria che nelle piccole e medie imprese italiane resta di dominio esclusivo dell’imprenditore in prima persona con i limiti che ne conseguono, in modo particolare con riferimento alla cultura ed alla professionalità.

Il modello attuale di espansione sia nazionale che internazionale implica che le imprese, per poter restare competitive, debbano acquisire tecnologia, penetrare nuovi mercati, investire in ricerca, sfruttare le economie di scale, creare sinergie.

In sintesi, se l’impresa sarà in grado di “fare mercato” otterrà il duplice beneficio di incrementare il fatturato e i margini di profitto. In questa prospettiva le imprese debbono poter trovare nel sistema bancario l’alleato nazionale che, oltre ad assisterle nella ricerca delle fonti di finanziamento più opportune eroghi servizi di consulenza a supporto della funzione finanziaria delle piccole e medie imprese.

Esponiamo un elenco solo esemplificativo dei servizi di consulenza che possono costituire l’offerta da parte delle banche alla propria clientela:

1) controllo periodico dell’andamento economico e finanziario dell’impresa;

2) decidere in concorso con i vertici dell’impresa le politiche generali di sviluppo e di finanza volte al raggiungimento degli obiettivi strategici dell’impresa stessa, tenuto conto del capitale e degli altri condizionamenti ambientali;

3) pianificazione finanziaria a medio e lungo termine;

4) programmazione finanziaria di breve periodo;

5) predisposizione di flussi informativi sulla dinamica finanziaria ed elaborazioni di indicatori empirici per l’analisi finanziaria;

6) fornitura di informazioni tempestive sulle opportunità comparate di approvvigionamento di risorse esterne diversamente caratterizzate per quanto riguarda: la loro natura e i relativi canali e strumenti tecnici; i volumi convenientemente acquisibili; i costi, i tempi e di  modi di utilizzo;

7) analisi dei flussi monetari e del capitale circolante in modo da assicurare all’impresa buone condizioni di efficienza;

8) studio degli effetti dei mutamenti economico-industriali sulla gestione finanziaria d’impresa e ricerca degli opportuni comportamenti attivi e di adattamento di quest’ultima;

9) valutazione e decisioni in ordine ai problemi di natura valutaria, tenuto conto dei condizionamenti monetari e internazionali;

10) valutazione degli investimenti con riguardo ai rendimenti, al rischio ed alla localizzazione;

11) valutazioni e decisioni attinenti alle fusioni, alle acquisizioni, agli scorpori;

12) valutazioni e decisioni finanziarie afferenti alle imprese in fase di difficoltà; ristrutturazioni e piani di risanamento;

13) fornitura di servizi di ottimizzazione fiscale.

Certamente la banca italiana non è sufficientemente attrezzata tecnicamente e culturalmente per svolgere questo importante ruolo nello sviluppo delle piccole e medie imprese, In futuro sarà sempre più decisivo investire in formazione in maniera efficace.

 

Fabrizio Capanna

 

 

N.B. La versione digitale dell’articolo è priva delle note e della bibliografia, disponibili, invece, in quella fisica

 

 

 

 

 

Fabrizio Capanna Credit Trading Spread

I circuiti telematici di negoziazione delle obbligazioni non governative; evoluzione storica e situazione attuale, con particolare riferimento all’Italia

Fabrizio Capanna

da Investimenti Finanziari, Maggio 2014

La diffusione degli strumenti di debito nel finanziamento all’impresa ha avuto una notevole diffusione sin dall’inizio del secolo scorso. Nell’economia di un ordinato e razionale reperimento delle fonti di liquidità dell’impresa, infatti, la giusta proporzione tra capitale di rischio e di debito determina in maniera fondante sia la corretta relazione temporale tra le poste dell’attivo e del passivo di bilancio sia i profili e le dinamiche della redditività stessa dell’impresa che è funzione non solo del rendimento del capitale investito ma anche della dimensione della leva applicata.

Le imprese bancarie stesse, che hanno l’obbligo (certamente gestionale ma anche normativo) di mantenere una certa misura ed equilibro nell’azione di trasformazione delle scadenze tipica dell’attività creditizia, hanno sempre trovato conveniente finanziarsi attraverso l’emissione di strumenti di debito che consentissero di atteggiare tempo per tempo la durata media delle poste del passivo in relazione a quelle dell’attivo e di gestire al meglio quello che si è poi venuto a definire “Asset & Liability Management”, in maniera tale da garantire al meglio la pronta liquidità della banca contestualmente alla redditività stessa della complessa organizzazione aziendale.

Nelle nazioni industrializzate, la carta di debito privato (obbligazioni, in buona sostanza, pur con una certa varietà definitoria e di inquadramento giuridico) si è quindi affiancata a quella governativa (rappresentativa del debito sovrano), venendo a costituire il più ampio e comprensivo mercato del reddito fisso, che rappresenta una quota sensibile del mercato dei capitali complessivamente inteso, che comprende anche, nella versione più ampia del termine, i comparti dell’azionario, del debito non cartolarizzato (loan), dei derivati e del forex.

Com’è noto, il mercato obbligazionario si divide in mercato primario e secondario. Sul primo si provvede all’emissione ed alla originaria distribuzione delle obbligazioni tra gli investitori, mettendo in collegamento l’impresa (o la banca) “emittente” ed i compratori dei titoli in prima istanza, detti “sottoscrittori”, che, tramite l’azione di soggetti variamente definiti a seconda della forma tecnica del collocamento (collocatori, lead manager, underwriter, etc..) si impegnano a reperire le risorse necessarie all’emittente attraverso una più o meno capillare distribuzione delle obbligazioni presso il pubblico (istituzionale o retail).

Il tema di quest’articolo è però il cosiddetto “Mercato Secondario” delle obbligazioni, che si sostanzia nelle negoziazioni poste in essere su tali strumenti dopo la data di regolamento (1) e che si è sviluppato, sin dai primordi, con modalità OTC (“Over the Counter”). Gli scambi, sin dall’inizio del secolo scorso, erano gestiti da banche d’investimento col ruolo di market maker e, in alcuni casi, di specialist (2), nella totale assenza di trasparenza e di spessore degli scambi, che erano quindi soggetti a forti oscillazioni di prezzo specie quando, alternativamente, o la situazione macroeconomica veniva a deteriorarsi o a peggiorare erano la solvibilità dell’emittente o, almeno, la percezione del mercato in merito alla solvibilità stessa.

Il mercato, già nel periodo precedente la seconda guerra mondiale, presentava quella tipica miscela di componenti wholesale e retail che ha caratterizzato la sua esistenza sino ai giorni nostri, quando si è tentato di ovviare a questa duplice essenza tramite la creazione dei circuiti telematici di negoziazioni ai quali si farà cenno nel prosieguo dell’articolo.

Notevole era infatti la partecipazione sul comparto degli investitori privati che – scottati dalle successive e numerose rinegoziazioni del debito sovrano – ritenevano più affidabili gli emittenti corporate con i quali avevano un contatto diretto (personale, territoriale, di appartenenza) o che godevano di quello che oggi si definirebbe un forte “brand name”, e che, per tale motivo, erano ritenuti solidi ed affidabili. Gli investitori erano, in questo periodo e direi sino a tutti gli anni ’70 del secolo scorso, prevalentemente cassettisti, e le rare rivendite prima della scadenza erano facilmente assorbite dal sistema bancario e di intermediazione, con le maggiori case di stockbroking che quotavano gli strumenti esclusivamente a richiesta.

In Italia tale mercato era particolarmente sviluppato e – soprattutto nel periodo a cavallo tra gli anni ’60 e ’70 – le proporzioni relative dello stesso rispetto a quello dei titoli di Stato raggiunsero dimensioni mai viste e inimmaginabili ad un’osservatore contemporaneo; nel 1974, a titolo di esempio, circa l’85% del circolante obbligazionario era costituito da titoli di emittenti privati, col restante 15% rappresentato da titoli di Stato o garantiti dallo Stato. Le obbligazioni erano quotate, di norma ma non obbligatoriamente, presso una delle numerose Borse Valori allora esistenti in Italia, con gli scambi che avvenivano però solo parzialmente sul mercato (e quasi esclusivamente per le contrattazioni colà veicolate tramite agenti di cambio) giacché , se indirizzate verso il sistema bancario, in larga prevalenza venivano acquistate dalla banca stessa in contropartita diretta col cliente retail e solo successivamente cedute sul mercato o ricollocate su clientela attraverso quelli che all’epoca si definivano i “borsini”.

La trasparenza dei prezzi restava comunque molto limitata e gli stessi livelli ufficiali di chiusura segnati in Borsa erano soggetti ad alterazioni e manipolazioni, oltre a presentare forti disallineamenti tra piazza e piazza, tanto che alcuni operatori cominciarono a porre in essere operazioni di arbitraggio tra i vari mercati, determinando così – inconsapevolmente – un incremento della liquidità e della significatività dei prezzi stessi.

I tempi stavano però maturando per una svolta nelle prassi operative di mercato, complici da un lato lo sviluppo tecnologico e dall’altro l’esplosione del debito pubblico che, come portato secondario, determinò la necessità di ideare e di porre in essere dei più efficienti meccanismi di negoziazione sul mercato secondario, giacché l’ampia distribuzione dei titoli di Stato tra il pubblico postulava inderogabilmente la necessità di un pronto smobilizzo delle posizioni, in assenza della possibilità del quale l’appetibilità degli stessi titoli sarebbe venuta a diminuire con conseguenze negative sul classamento ed il rifinanziamento del crescente debito pubblico.

Le evoluzioni tecniche sul segmento della carta dei titoli governativi vennero poi mutuate dal mercato delle obbligazioni private che però in questo periodo (anni ’80) cominciava ad essere fortemente marginalizzato, iniziando un progresso di drastica riduzione della propria importanza relativa che è culminato ad inizio degli anni ’90 quando, con il nuovo Testo Unico Bancario (legge 385/1993) si diede il colpo di grazia agli Istituti di Credito Speciale, principali emittenti di obbligazioni bancarie dell’epoca. Il mercato obbligazionario italiano era stato infatti in qualche maniera fagocitato dalle esigenze di finanziamento del debito pubblico, come detto.

Stava decollando, proprio allora, quella che fu definita la stagione delle riforme dei mercati finanziari italiani che, oltre alla citata legge 385/93, vide il varo della cosiddetta legge sulle SIM (la 1/1991) ma, soprattutto, il successivo avvio e perfezionamento di canali telematici per le negoziazioni finanziarie, tra le quali vanno citati l’MTS (Mercato Telematico all’ingrosso dei titoli di Stato, Febbraio 1988), il MID (Mercato Interbancario dei Depositi, Febbraio 1990), il MIF (Mercato Italiano dei Futures, Settembre 1992), l’MTO (Mercato Telematico delle Opzioni, Novembre 1995), l’informatizzazione del mercato di Borsa con conseguente passaggio alle negoziazioni al contante per i titoli azionati quotati e, infine, e più rilevante ai nostri fini, la creazione dell’MRF (poi MOT, Luglio 1994), mercato telematico di Borsa per gli strumenti del reddito fisso, sia al dettaglio che all’ingrosso.

Finalmente era stato creato un luogo fisico ed informatico sul quale potevano concentrarsi i differenziati interessi in acquisto e vendita sui titoli obbligazionari, garantendo la significatività dei prezzi, una maggiore liquidità, la parità di trattamento tra classi di investitori e, soprattutto, l’avvio di un circolo virtuoso che avrebbe riportato l’investimento in titoli di debito privato ad avere un forte appeal anche sull’investitore retail.

I successivi aggiustamenti regolamentari (3) contribuirono a far crescere sensibilmente i volumi delle negoziazioni ed a determinare una prima internazionalizzazione dei mercati obbligazionari italiani, favorita anche dall’introduzione dell’euro e dall’apertura di un “dialogo” informatico tra il sistema di settlement domestico (Montetitoli) ed i sistemi di clearing dell’euromercato (Euroclear e Cedel), in assenza del quale era inevitabile una segmentazione del mercato. Un certo ruolo lo ebbe anche la modifica delle procedure di gestione della “witholding tax” con l’introduzione dell’autocertificazione da parte delle persone giuridiche comunitarie che altrimenti avrebbero ricevuto i flussi cedolari “net for gross” salvo poi richiedere il rimborso di quanto trattenuto come ritenuta d’acconto, con le ovvie considerazioni in termini di temporalità dei connessi flussi di cassa e di complessità delle procedure.

Ed è proprio in questo periodo che le banche italiane cominciarono a collocare massicciamente le loro obbligazioni sulla clientela retail, quotando poi sul MOT le emissioni di maggior importo e rilevanza e per le quali sussistevano i requisiti di “sufficiente distribuzione tra il pubblico” richiesti dalla normativa dell’epoca; si generò allora una spaccatura del mercato, con un segmento retail trattato sul MOT o su sistemi interni di negoziazione delle banche ed un’altro, tra istituzionali, per size maggiori e con attori differenti; solo occasionalmente – ed a volte attraverso l’interessante sistema di negoziazione “per blocchi” avviato dal MOT stesso – il mercato all’ingrosso veniva ad interagire con quello retail.

Il mercato wholesale, attraverso il rafforzamento dei processi di integrazione europea ed il progressivo consolidamento del sistema bancario italiano (che vide una forte concentrazione delle quote di mercato ed una drastica riduzione del numero degli attori sul comparto), si venne a fondere sostanzialmente col corrispondente mercato internazionale, trasferendo una quota sensibile delle negoziazioni sulle piattaforme telematiche all’ingrosso prevalentemente utilizzate sull’euromercato (Bloomberg, in primis, ma anche MarketAxess e Tradeweb) ed altre sul comparto di puro OTC europeo (“Voice trading”), sostenuto dall’attività dei market maker europei del segmento del credit trading, supportati, nella loro attività, dalle grandi case di brokeraggio internazionale che avevano, tra l’altro, attivato loro stesse pagine di trading elettronico alle quali l’accesso era però riservato esclusivamente ai market maker, da sempre restii ad un’attività diretta tra loro o, come si dice in termini tecnici, “Head to Head”.

Il mercato retail visse invece un’evoluzione completamente diversa; ferma restando l’attività sul MOT (che vedeva volumi comunque in crescita, almeno a partire dal 1995), si svilupparono, nel decennio a cavallo del 2000, numerosissimi sistemi interni di negoziazione in titoli (4) che, gestiti dalle banche, miravano a fornire una qualche liquidità sulle obbligazioni del gruppo bancario di riferimento, sempre con l’obiettivo di veicolare gli investimenti dei clienti verso strumenti di raccolta bancaria ai quali si doveva dare, però, una garanzia di liquidabilità.

Tra questi sistemi emerse ben presto il TLX (poi EuroTLX) che, creato da Unicredito nel 2000 e divenuto di gran lunga il maggiore SSO italiano dopo l’ingresso di Banca Intesa nell’azionariato (2006), si affermò ben presto, per diversi motivi, come punto di riferimento per il mercato obbligazionario.

Il mercato, tecnologicamente molto avanzato, oltre ad essere direttamente supportato dai flussi rivenienti dall’attività delle banche azioniste, le due maggiori del nostro Paese, si era infatti via via aperto ad altri operatori e poteva fruire di un gran numero di contributori, alcuni dei quali assumevano il ruolo di “specialisti”, impegnandosi a fornire liquidità sui singoli titoli. Inoltre, la forte crescita nel numero dei titoli quotati spingeva all’utilizzo del circuito che, già dall’inizio di questo decennio, portò ad un volume di scambi sul segmento ben superiori a quelli del MOT.

Il periodo della crisi del debito (in prima approssimazione circoscrivibile all’intervallo temporale 2007/2013), portò inevitabilmente ad una rarefazione degli scambi su questi circuiti, per quanto, paradossalmente, minore di quella registratasi sul mercato internazionale OTC, dove le stringenti necessità di de-leveraging dei dealer determinarono una quasi totale paralisi degli scambi stessi. Ci furono giornate, tra il 2007 ed il 2009, nelle quali le uniche negoziazioni su determinati strumenti di debito avvenivano sui circuiti informatici, in primis i nostri MOT e TLX, sui quali gli interessi in acquisto di investitori retail fronteggiavano i flussi in vendita delle banche (5). La tenuta di questi circuiti nei periodi più intensi della crisi si può dunque definire complessivamente accettabile.

Il problema della scarsa liquidabilità delle obbligazioni in momenti di crisi (con la connessa non significatività dei prezzi esposti dai market maker sulle piattaforme del mercato all’ingrosso), e quello delle linee di credito necessarie a concludere transazioni in diretta con banche ormai in crisi, spinse i regolatori e gli operatori di mercato francesi a dare una forte spinta allo sviluppo di nuove piattaforme di trading elettronico pan-europee, sulle quali si riuscissero a convogliare interessi wholesale e retail, generando così una maggiore liquidità; nel contempo per ovviare al problema delle linee di credito reciproche tra gli operatori si introdusse nell’equazione una clearing house centralizzata con la funzione di regolamento e garanzia delle negoziazioni, che pure continuavano ad avvenire a pronti (t+3) e nella forma tecnica di “cash against delivery”; le banche aderenti alla piattaforma non regolavano quindi le operazioni l’una verso l’altra ma tutte verso la clearing house centrale, presso la quale costituivano anche dei margini collateralizzati.

Fu quindi lanciata dal Nyse/Euronext una nuova piattaforma, Bondmatch, che, pur fortemente voluta a livello europeo, non riuscì mai ad avvicinarsi, come volume degli scambi, alle più sperimentate ed efficienti piattaforme italiane; stesso destino ebbero altre iniziative, nazionali ed internazionali (6).

Si è quindi assistito nel tempo ad un progressivo processo di frammentazione delle sedi di negoziazione che non è certo stato positivo per la liquidità degli strumenti a livello di sistema. Chiaramente, il ritorno dell’appetito verso il rischio della platea degli investitori internazionali avvenuto dopo il 2012 ed ancora in pieno svolgimento ha in qualche misura nascosto le carenze strutturali del mercato, in analogia a quanto era successo prima delle crisi, ma, a parere di chi scrive, è proprio nei momenti di felice ed ordinato andamento di mercato che andrebbero poste le basi per affrontare le inevitabili future fasi di instabilità ed illiquidità.

Sarebbe quindi opportuno valutare la tempestiva implementazione di selettivi processi di fusione tra le piattaforme, stante anche la recente acquisizione di TLX da parte del London Stock Exchange, proprietario di Borsa Italiana e, quindi, del MOT. Si genererebbe così una forza attrattiva notevolissima, tanto sui flussi retail già fortemente concentrati sulle piattaforme, che su quelli wholesale, che garantirebbero continuità di quotazioni, spessore e crescenti volumi al sistema (7)

La rapida diffusione della pratica del trading online da parte dei privati investitori, specie nei Paesi maggiormente orientati all’investimento diretto in strumenti finanziari (8) piuttosto che all’accesso mediato al mercato attraverso gli strumenti di investimento collettivo, continuerà a supportare la liquidità, che deve però essere indirizzata verso contenitori adeguati a raccogliere anche gli interessi degli operatori al mercato all’ingrosso.

In questa auspicata commistione non filtrata di attività al dettaglio ed all’ingrosso va però chiaramente valutata con attenzione l’esistenza di asimmetrie informative tra operatori qualificati e privati operatori, da stemperarsi (come alcune piattaforme già fanno) tramite l’inserimento sui sistemi di pagine esplicative ed informative, ricche di particolari ma al tempo stesso di agevole consultazione e comprensione; parimenti, vanno implementate chiare procedure che evitino o perlomeno mettano in evidenza i potenziali conflitti di interesse tra il broker ed il cliente, allo scopo di tutelare l’investitore retail.

Infine, andrebbero fortemente potenziati e maggiormente diffusi quei processi di educazione alla cultura finanziaria di base che già meritoriamente diverse istituzioni pubbliche (si pensi alla Comunità Europea o alla Banca d’Italia, per citarne solo due) stanno ponendo in essere. La conoscenza, l’intima comprensione delle dinamiche economiche e finanziarie costituisce un primo scudo ai possibili abusi ed una sostanziale garanzia allo sviluppo di strutture e comportamenti che ordinatamente consentano la corretta allocazione del risparmio verso gli investimenti. e la crescita.

 

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(1) La “Data di regolamento” è il giorno nel quale vengono scambiati cash contro titoli e dal quale decorrono gli interessi sul titolo; le negoziazioni che avvengono nel periodo intercorrente tra il lancio e primo classamento dell’emissione e la data di regolamento sono definite di “mercato grigio” e rappresentano una fase intermedia tra primario e secondario, nel quale possono interagire indifferentemente i desk di primario e secondario delle investment bank

(2) Il Market Maker fornisce quotazioni bid/offer (acquisto/vendita) sui titoli per i quali è attivo, ponendosi come controparte diretta di chi voglia negoziare il titolo e ponendo le condizioni economiche per la negoziazione stessa. Lo specialist ha un ruolo ulteriore e, per i titoli per quali ha assunto questo ruolo, si assume l’onere aggiuntivo di sostenere il mercato stesso acquistando in conto proprio la carta della specie, supportando così il mercato, di norma in accordo con l’emittente stesso

(3) Va ricordato, per la sua rilevanza, almeno la rimozione dell’obbligo per le banche di negoziare le obbligazioni quotate solo tramite Sim e non direttamente, che, per un certo periodo portò alla disaffezione verso la Borsa delle banche stesse ed un forte calo della percentuale dei titoli quotati rispetto al totale dell’emesso col ritorno della pratica della compensazione interna degli ordini girati alle banche. In questo periodo furono posti in essere vari tentativi di creare mercati alternativi OTC dotati di  una certa trasparenza. Si veda, ad esempio, quello da me lanciato in collaborazione con la Reuters nel 1997 http://archiviostorico.corriere.it/1997/giugno/03/Borsa_fuori_qual_prezzo_giusto_co_0_97060310756.shtml

(4) Si tratta degli SSO, Sistemi di Scambi organizzati, normati dalla Vigilanza

(5) Va segnalato inoltre, per completezza d’informazione, l’efficiente mercato di borsa del reddito fisso svizzero, SWX, poi SIX Swiss Exchange, che, telematizzato trai primi in Europa, consentiva la negoziazione non solo su titoli in franchi svizzeri (sui quali, anche in virtù di una stretta regolamentazione, era il leader assoluto di mercato) ma anche in euro, dollari ed altre valute.

(6) Unico parziale successo in termini di penetrazione di mercato fu forse, in Italia, l’HiMTF, circuito pluri-bancario entrato in competizione con TLX

(7) I volumi degli scambi sul TLX sono superiori ai 400 milioni di euro giornalieri e il numero dei titoli quotati supera i 5,000. Il MOT, più liquido sul comparto dei governativi, presenta valori leggermente inferiori sulle obbligazioni private, ma sempre sensibili.

(8) In Italia, principalmente, ma anche nel Benelux ed in Svizzera e, in qualche misura, in Spagna. Altri Paesi, come Inghilterra e Francia, presentano percentuali di investimento diretto in titoli, specie a reddito fisso, fortemente minori.

Grecia nuovi Bond Fabrizio Capanna

L’annuncio è di oggi, per quanto se ne parlasse da un po’. La Grecia torna sul mercato dei capitali con un nuovo benchmark quinquennale, per il quale è stato dato mandato al collocamento a Bank of America, Goldman Sachs, DB, Morgan Stanley, JP Morgan e HSBC. La larga prevalenza di banche americane o con forte presenza negli States testimonia che il deal sarà sostanzialmente diretto agli investitori d’oltreoceano ed attivi sul segmento dei crediti emergenti. Il rating della Grecia è infatti ancora Caa3/B- e non può certo sperare di trovare accoglienza sui più conservativi mercati continentali. D’altro canto i segnali sono incoraggianti: l’appetito al rischio sta crescendo e se, come si pensa, il bond verrà prezzato intorno o poco sopra il 5%, non è improbabile che trovi il favore di una certa platea di sottoscrittori. Non è facile determinare un fair price in assenza di una curva completa e dei comparabili adatti. Certo che con il Grecia 2024 sotto il 6% ed il recente Piraeus Bank 2017 sotto il 4.15%, un rendimento del 5% dovrebbe essere congruo, anche avendo a riferimento la curva dei bond sovrani portoghesi.

Ciò che voglio sottolineare in questo mio intervento flash è il ritorno di una forte attitudine “risk on” sui mercati, testimoniata anche della tenuta degli spread tra i governativi periferici ed il bund. Personalmente sarei piuttosto cauto e selezionerei le posizione lunghe con molta attenzione, a mio avviso a questi livelli il downside risk è certamente superiore all’upside, soprattutto in un’ottica di medio periodo.

Certo, molto dipenderà dalle prossime decisioni di politica monetaria di Draghi, ma resto comunque piuttosto dubbioso sull’emissione e sui livelli del mercato del reddito fisso, sia governativo che corporate.