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Investimenti Finanziari,  I 2016

 

La crisi europea del debito generatasi a partire dal 2007 principalmente sulle ABS (Asset Backed Securities) e successivamente propagatasi sul debito bancario e – parzialmente – corporate, si è infine abbattuta pesantemente sul debito sovrano determinando un drammatico innalzamento dello spread trai titoli governativi benchmark e quelli di emittenti periferici e, nel contempo, destabilizzando il mercato dei CDS (Credit Default Swap) che, oltre a registrare un abnorme innalzamento degli spread, ha visto una forte diminuzione della liquidità dello strumento ed un fortissimo aumento della volatilità.

Allo scopo di fornire in maniera immediata la magnitudine del fenomeno a chi non è a contatto diretto col mercato in parola, è opportuno ricordare come la protezione sull’insolvenza del debito sovrano della Repubblica Italiana a 5 anni denominata in dollari, dopo aver oscillato per anni su valori compresi tra 10 e 15bps, è schizzata, nel periodo di massima sfiducia nella solvibilità del nostro paese, ben oltre i 500bps, implicando quindi un costo di circa 2.5 milioni dollari per assicurarsi contro l’insolvenza italiana a cinque anni per un nozionale di 10 milioni!

Ora, per quanto tali picchi siano rientrati in seguito al deciso – anche se forse non sufficientemente tempestivo – intervento delle Autorità Monetarie Europee, il livello del CDS in parola è ancora superiore ai 100bps nonostante la forte tendenza allo schiacciamento dello spread BTP/Bund, ormai oscillante anch’esso intorno ai 100bps.

D’altra parte, a prescindere dalle velleitarie dichiarazioni ribadite dai governi succedutisi alla guida del paese negli ultimi anni, nulla è stato fatto concretamente per abbattere il penalizzante rapporto debito/PIL italiano che, al contrario, in periodi di bassa crescita e quasi inesistente inflazione, rischia di continuare a crescere, minando la percezione dei mercati in merito alla solidità di bilancio del nostro paese. Com’è noto, tale rapporto è oggi pari a circa il 135%, ben lontano da quel 60% indicato come ottimale in sede di creazione dell’Unione Monetaria Europea. Giova anche segnalare che il valore medio del rapporto – anche in seguito agli interventi pubblici di supporto al settore bancario europeo susseguitisi negli anni – è, a livello continentale, prossimo al 95%, segnalando un deterioramento della situazione dei Finanza Pubblica piuttosto diffuso.

Proprio da queste incontrovertibili considerazioni di base (deterioramento generale della finanza pubblica europea e divaricazione tra paesi virtuosi e non) e sulla scorta di considerazioni di carattere politico, sia di lungo che, purtroppo, di breve termine, è partita l’idea del Ministero delle Finanze tedesco sulla futura gestione del debito sovrano che, presentata al Parlamento nazionale ma non pubblicata ufficialmente, ha avuto una forte eco nel nostro paese, generando un dibattito spesso poco informato ed a volte confuso. Tali argomentazioni sono state recentemente riprese – con vigore anche maggiore – da Andreas Dombret, membro del Board della Bundesbank con delega alla Supervisione del sistema bancario, a testimonianza di come, almeno in Germania, si sia creato un certo consenso in merito.

Chiariamo innanzitutto i termini della questione; prendendo atto della cresciuta e differenziata rischiosità dei titoli governativi europei, la proposta tedesca vorrebbe porre fine alla possibilità per le banche di detenere tali titoli senza assorbimento di capitale attribuendo un “peso” a tali attivi, attualmente pari a zero. Inoltre, si vorrebbe introdurre un meccanismo automatico di ristrutturazione del debito pubblico che preveda, per i paesi che dovessero chiedere l’intervento del Meccanismo Europeo di Stabilità, un’immediata rimodulazione della durata del debito stesso, rappresentato principalmente da titoli governativi.

Per quanto riguarda il primo di tali interventi (attribuzione di un “peso” ai titoli di Stato nei bilanci bancari), va in primo luogo segnalato come tale misura, della quale si discute da tempo, sia già stata prescritta dalla Banca Centrale svedese ai propri maggiori istituti creditizi nell’Ottobre dello scorso anno, di fatto imponendo la creazione di sistemi interni di attribuzione del rischio a titoli governativi e municipali e vietando l’utilizzo del sistema standard europeo a pesi zero.

D’altra parte, è da tempo opinione comune degli operatori e degli osservatori che l’attuale regime determini un’oggettiva incoerenza tra la realtà di mercato, espressa da uno spread che sintetizza l’effettiva percezione del rischio, e la formale tutela patrimoniale per le banche dei rischi stessi che non richiede, per certi attivi , l’appostazione di capitale a tutela delle perdite potenziali.

Tale dicotomia tra tutele regolamentari e realtà di fatto non può che determinare una non corretta e efficiente allocazione delle risorse a livello di sistema, di fatto penalizzando il sistema produttivo (l’impiego verso il quale è disincentivato avendo un costo maggiore per la banca) a favore del finanziamento del settore pubblico, creando in realtà un incentivo all’adozione di strutture macroeconomiche più orientate all’intermediazione pubblica che al settore privato. Il timore di chi scrive è che tale scelta sia compiuta dai legislatori in maniera non pienamente conscia, specie nel nostro paese, dove si tende storicamente da un lato a dichiarare fiducia nel liberalismo economico e, dall’altro, a frustrarne l’armonico e pieno sviluppo con un assetto economico-sociale sostanzialmente dirigistico e orientato al pubblico. Mi è certo ben chiara la necessità di rifinanziamento dell’enorme mole del nostro debito pubblico ma, d’altro canto, sarebbe conveniente sfruttare la fortunata contingenza economica attuale (bassi tassi in termini assoluti e curva non particolarmente ripida) per operare un’aggressiva riduzione del debito ed un allungamento delle scadenze dello stesso, anche in maniera più decisa di quanto si stia già facendo. Stupisce, a questo proposito, la ripetuta mancata attivazione delle procedure di “Spending Review”, pure pubblicizzate come parte fondamentale del programma degli ultimi 4 governi; se da un lato è infatti conveniente rimodulare per tassi e durata il passivo, d’altro canto anche la massa dell’attivo deve essere ridotta, diminuendo la spesa pubblica in termini assoluti ma soprattutto riqualificandone la qualità, privilegiando gli impieghi produttivi rispetto a quelli storicamente improduttivi.

La proposta tedesca, dunque, va letta come un incentivo per i paesi meno virtuosi ad adottare prontamente politiche fiscali più responsabili per rendere omogeneo l’approccio alla finanza pubblica nell’imminenza della condivisione della stessa. Su questo dubito che si possa non essere d’accordo. Parimenti, chi ha a cuore lo sviluppo di un capitalismo efficiente e temperato non può che auspicare un incremento delle risorse convenientemente e saggiamente veicolate all’economia produttiva da parte di un sistema bancario ancora troppo dipendente dalla logica dell’utilizzo della liquidità a tasso zero verso impieghi in titoli, prevalentemente governativi.

Altro corollario della proposta sarebbe quello relativo allo stimolo, anche per gli investitori privati, a meglio considerare l’impiego in titoli di stato, con una riduzione del rischio di esposizione del settore privato a potenziali crisi del debito ma anche come stimolo agli emittenti sovrani ad attuare politiche di bilancio più responsabili in relazione ad un probabile – ma progressivo e auspicabilmente non eccessivo – incremento dei tassi passivi.

I problemi nascono quando, confrontandosi con la realtà dei fatti, si valuti l’opportunità di un’immediata implementazione di tali misure. Troppo recente è, a mio avviso, la memoria della perversa spirale “dubbio/sfiducia/maggiore percezione del rischio/incremento degli spread/ulteriore maggiore sfiducia/effettivo potenziale rischio di insolvenza”. Il rischio è che una subitanea modifica del “peso” degli attivi in titoli governativi ed una contemporanea introduzione di meccanismi automatici di default per i Governi Europei (di fatto una ristrutturazione della durata è un “Event of Default” sul mercato dei CDS) possa portare ad un immediato processo di “flight to quality” e di divaricazione degli spread, ponendo ulteriori problemi di stabilità per alcuni intermediari. Certo, la normativa introdotta nel novembre 2012 che ha sostanzialmente vietato la negoziazione dei cosiddetti “Naked CDS” (Credit Default Swap senza una corrispondente posizione sul titolo “fisico” sottostante) dovrebbe poter evitare un ripetersi degli eventi del 2010/2011, anche se alcune tensioni sembrano essere emerse sul mercato in chiusura d’anno, da ricondursi però principalmente alle modifiche contrattuali introdotto con il nuovo CDS2014 dell’ISDA. Inoltre, movimenti speculativi potrebbero generarsi da operazioni aperte anche sulla cosiddetta “base” e cioè da differenziale tra rendimento dei titoli e relativo CDS, avendo anche a riferimento la variabile percezione del “Recovery Value”.

Per dare una misura indicativa delle dimensioni del fenomeno e della delicatezza che va seguita nella gestione dello stesso, basti ricordare che, nonostante il “deleveraging” effettuato negli ultimi 7 anni, il totale degli attivi delle banche europee è ancora per oltre il 10% impiegato in titoli governativi dell’area euro, pesati zero in termini di rischio.

Allora, probabilmente, la strada da seguire, in analogia a quanto in via di sperimentazione in Svezia, è la progressiva introduzione solo per le maggiori banche di metodologie che considerino il rischio di detenzione di titoli governativi, da trasferire, progressivamente ed in parallelo col processo di integrazione europeo, anche alle banche di media e piccola dimensione che, più deboli strutturalmente, potrebbero non essere in grado altrimenti di gestire un forte shock di incremento delle proprie necessità patrimoniali di vigilanza. Nel nostro paese poi, tali problematiche potrebbero emergere con particolare riferimento alle banche di credito cooperativo, un gran numero delle quali presenta dei requisiti patrimoniali non confortanti in seguito al deterioramento dell’attivo e, congiuntamente, ha una storicamente forte propensione alla detenzione di titoli pubblici italiani. La riforma di tale comparto dell’intermediazione creditizia deve essere una priorità per l’attuale governo.

Tale approccio “morbido” nell’introduzione della ricetta tedesca consentirebbe da un lato di realizzare – per quanto in maniera più graduale e progressiva – quel riposizionamento degli attivi a favore del settore privato, dall’altro tutelerebbe però l’equilibrio economico-finanziario delle banche, indispensabile anello di trasmissione di un sistema economico equilibrato.

Ci si muoverebbe, tra l’altro, in maniera non dissimile da quanto si sia già fatto per la Vigilanza sul sistema bancario, che è stata trasferita alle Autorità Europee solo per quanto concerne le banche maggiori, lasciando le minori sotto il controllo degli organismi nazionali, in attesa di future evoluzioni.

Inoltre, si dovrebbero fortemente accelerare i processi volti alla piena unificazione economica e finanziaria europea, unico baluardo contro le pulsioni separatiste che in periodi come questi hanno, inevitabilmente, una presa crescente sull’opinione pubblica europea; come sopra ricordato, a livello consolidato europeo, il rapporto debito/PIL, per quanto cresciuto, è a livelli di assoluta sostenibilità, specie in un’ottica di progressiva adozione di politiche virtuose anche da parte dei “grandi malati” europei e consentirebbe, se considerato nel suo insieme, anche l’adozione di politiche di sviluppo economico ed industriale di forte momento, del quale beneficerebbero tutti gli stati membri ma che andrebbero ideate, dosate ed attuate liberi dai nazionalismi di bandiera, ancora purtroppo presenti nelle sedi comunitarie.

Fabrizio Capanna

Fabrizio Capanna AF - Il rapporto banca - Industria

La Nuova legge bancaria e l’evoluzione del rapporto banca – industria; servizi finanziari e consulenza

Fabrizio Capanna

da AF numero 15,  Terzo Trimestre 1994

 

Il presente lavoro sarà articolato in due sezioni: nella prima esporrò sinteticamente la genesi e le linee fondamentali della nuova legge bancaria; nella seconda, più ampia, tratterò invece dei riflessi che la legge stessa, congiuntamente alle altre recenti disposizioni in materia finanziaria e creditizia, potrà avere sui rapporti operativi tra banche ed industrie.

 

La Nuova Legge Bancaria

 

Negli ultimi anni si è potuto assistere ad una vera e propria rivoluzione dei mercati finanziari internazionali; le ragioni di tale processo risiedono, a mio avviso, in un clima politico complessivamente più disteso, nello sviluppo dei mezzi di trasporto e nel conseguente processo di internazionalizzazione degli scambi commerciali.

L’insieme di tali fenomeni, congiuntamente al rapidissimi sviluppo dell’informatica, ha determinato la nascita di mercati finanziari transnazionali (quale, ad esempio, l’Euromercato), di operatori “globali” e di nuovi prodotti finanziari, quali i derivati.

Le legislazioni nazionali, alcune delle quali erano ormai vecchie di decenni, risultavano così assolutamente inadatte al raggiungimento degli scopi cui erano volte e spesso completamente disarticolate a livello internazionale; ciò determinava due effetti immediati: da un alto, infatti, l’operatività internazionale sui prodotti innovativi risultava non regolamentata e, dall’altro, sugli strumenti tradizionali si venivano a creare situazioni giuridiche di difficile interpretazione per il sovrapporsi di norme non compatibili l’una con l’altra.

A livello internazionale si è quindi necessariamente dovuto provvedere ad un rapido processo di ridefinizione delle normative in materia di mercati mobiliari e creditizi, volto, in buona sostanza, a deregolamentare alcuni segmenti di mercato ed a sostituire normative ormai obsolete in altri.

A livello europeo, poi, i problemi erano ancora maggiori; con il Trattato di Roma del 1957 si era infatti già auspicata la realizzazione di un mercato comune all’interno della comunità degli Stati membri; per quanto concerne la materia in oggetto ciò presupponeva, però, una completa armonizzazione delle legislazioni vigenti, al fine di poter permettere l’effettiva applicazione dei concetti cardine dell’integrazione, il principio di libero stabilimento ed il principio di libera prestazione di servizi.

Com’è noto, però, gli assetti giuridici del settore creditizio presentavano protende e difficilmente sanabili asimmetrie; la via scelta, quindi, dopo un lungo periodo di indecisione – concluso nel 1985 con la pubblicazione del celebre “Libro Bianco” – fu di non spingersi oltre sulla via dell’armonizzazione legislativa ma, al contrario, di perseguire l’ottica del cosiddetto “Principio del Mutuo Riconoscimento”.

In sostanza si riteneva conveniente autorizzare gli enti creditizi dei Paesi membri ad operar in tutti gli Stati della Comunità secondo le regole del proprio paese di origine. Si pensava infatti che si sarebbe così realizzata una sorta di benefica “Concorrenza tra norme” in seguito alla quale le legislazioni più vincolanti e meno efficienti per il mercato si sarebbero dovute adeguare alle altre onde non spiazzare completamente gli intermediari nazionali rispetto a quelli esteri.

Per il nostro paese questo mutamento di rotta rappresentava un impegno non indifferente perché presupponeva il passaggio da un regime tipicamente dirigista ad uno più orientato al mercato, nel quale l’attività bancaria riassumesse quel ruolo imprenditoriale che la Legge Bancaria del 1936 aveva in qualche modo compresso in un vincolante sistema di controlli amministrativi ed in una complessa ramificazione di interessi pubblicistici.

Il nostro sistema bancario presentava infatti diversi punti di debolezza nei confronti delle altre realtà europee, tra i quali vanno ricordati.

- il numero eccessivo di istituzioni creditizie, caratterizzate, tra l’altro, da livelli dimensionali non soddisfacenti,

- una marcata specializzazione operativa, sia a livello settoriale (aziende a breve termine, mobiliari, fondiar, agrari, etc..) sia territoriale;

- una complessa differenziazione per categoria giuridica all’interno del sistema, spesso non rispondente ad effettive differenziazioni operative;

- una insufficiente vocazione all’attività all’estero;

- un’alta percentuale di banche facenti capo all’area pubblica, complessivamente intesa;

- assetti organizzativi poco funzionali ed alti costi del personale.

Pur non volendo assumere toni trionfalistici, va riconosciuto che la nuova normativa, approvata con D.L.385/1993, ha risolto molti di tali problemi, o meglio ha creato un quadro normativo che consente la soluzione degli stessi, recependo in maniera completa i più recenti orientamenti comunitari.

La legge, all’articolo 1, dopo una serie di chiarimenti definitori, individua i settori di “attività bancaria” ammessi al mutuo riconoscimento; l’elenco è molto ampio e copre in maniera praticamente completa tutti i segmenti dell’attività finanziaria e creditizia, ivi compresi anche quelli dell’intermediazione mobiliare, del leasing, del factoring, del merchant banking e del credito al consumo.

Questa norma è stata da molti interpretata come l’introduzione nel nostro ordinamento del sistema della cosiddetta “Universal Bank” tedesca (la banca universale con connotati “misti), contrapposto, nella letteratura, al sistema “inglese” (prevalenza di banche specializzate aggregate in gruppi creditizi ed orientamento “al mercato” dell’attività finanziaria).

Prescindendo da un’analisi approfondita dei due sistemi, che verrà comunque parzialmente affrontata nella seconda parte di questo lavoro in quanto più direttamente collegata al rapporto banca / industria, va chiarito che la norma in parola, lungi dall’imporre questo o quel modello, ha semplicemente consentito la creazione nel nostro Paese di intermediari polifunzionali, oltreché, come era nella nostra tradizione, specializzati; sarà poi il mercato ad imporre l’uno o l’altro modello o, più probabilmente, una dinamica compresenza di entrambi, così come peraltro avviene in Germania.

Sono state inoltre riscritte, agli articoli 2-9 (Titolo I) e 51-69 (Titolo III), le norme fondamentali relative alla Vigilanza da parte delle autorità creditizie, CICR, Ministero del Tesoro e Banca d’Italia e sono stati individuati gli ambiti di interazione con CONSOB ed ISVAP. Il Titolo II (articoli 10-50) tratta in maniera particolareggiata delle banche e dell’attività bancaria in senso lato, come già specificato.

Il Testo Unico, raccordando leggi, regolamenti ed istruzioni di Vigilanza già emanate, elimina ogni sorta di specializzazione temporale e territoriale nell’erogazione del credito e nella raccolta del risparmio, ferma restando la Vigilanza prudenziale della Banca d’Italia per il rispetto dei coefficienti di patrimonializzazione ed un attento monitoraggio della gestione del rischio di cambio e di interesse. Semplificate risultano anche le procedure di autorizzazione alla creazione di nuove banche ed all’apertura di succursali.

Le uniche particolari categorie giuridiche di banche preservate dalla nuova normativa risultano essere le banche popolari e le banche di credito cooperativo (ex casse rurali ed artigiane).

Il Titolo IV (articoli 70-105) tratta della disciplina delle crisi e non risulta, quindi, particolarmente rilevante ai fini della nostra analisi, così come pure i titoli V (articoli 106-114, “Soggetti operanti nel settore finanziario”), il Titolo VI (articoli 115-128, “Trasparenza delle condizioni contrattuali”), il Titolo VIII (articoli 130-145, “Sanzioni”) ed il Titolo IX (articoli 146-162, “Disposizioni transitorie e finali”).

Molto rilevante per il mondo industriale è, al contrario, il Titolo VII, formato dal solo articolo 129; norma periferica rispetto alla disciplina del sistema bancario e creditizio e, come tale, inserito nel Titolo in questione, intestato “Altro Controlli”, risulta inveì norma di grande importanza per il diritto dell’impresa e del mercato mobiliare, regolando, in sostanza, le emissioni di titoli di debito da parte delle imprese. Ai fini di una migliore rappresentazione logico-concettuale dei problemi, l’analisi di tale articolo sarà svolta nella seconda parte della trattazione.

 

Il rapporto banca / industria

 

Nella seconda parte di questo lavoro affronterò in maniera dettagliata, anche se probabilmente non  esaustiva – vista l’ampiezza dell’argomento – le problematiche relative ai rapporti tra banche ed industrie, così come verranno presumibilmente  a configurarsi in relazione al nuovo quadro legislativo creditizio del nostro Paese ed alla progressiva ed auspicabile maggiore integrazione dei mercati finanziari europei.

La struttura del passivo delle imprese italiane è storicamente imperniata sul credito bancario a breve termine, con rapporti di leverage piuttosto alti; la quota di capitale di rischio risulta poi, oltreché non alta in termini assoluti, anche sensibilmente illiquida, soprattutto per le imprese di minori dimensioni, la proprietà delle quali è sostanzialmente appannaggio della famiglia dell’imprenditore ed in quanto tale non smobilizzabile, se non frazionalmente.

Com’è noto, una struttura finanziaria di questo tipo configura una situazione piuttosto marcata di rischio/opportunità per l’impresa, ampliando sensibilmente la variabilità del reddito netto d’esercizio.

Infatti, sino a che il tasso di redditività operativa si mantiene al di sopra di quello di indebitamento, il leverage opera in maniera positiva sulla redditività complessiva, ma una variazione dei tassi di interesse di mercato – specie in presenza di debiti prevalentemente a breve termine, tipicamente più sensibili a dette variazioni – od un’oscillazione del tasso di redditività operativa, hanno effetti tanto più forti quanto maggiore è, appunto, il livello di leverage.

In particolare, sarebbe consigliabile che alcune forme di impiego dei mezzi aziendali fossero finanziate prevalentemente – od integralmente – con capitale di rischio o con capitale di debito a lungo termine, così da consentire un progressivo e fisiologico dispiegarsi, ad esempio, di innovazioni di processo o di prodotto, di penetrazione di nuovi mercati o di ricerca e sviluppo.

La citata esigenza si presenterà poi con particolare urgenza nei prossimi anni, quando i settori produttivi italiani dovranno confrontarsi in maniera completa con la concorrenza europea ed extra-europea.

In Italia l’accesso al mercato del capitale di rischio è stato però riservato in via quasi esclusiva alle imprese di maggiori dimensioni, stante la limitatezza del mercato azionario ed il mancato sviluppo – o la completa assenza – di strumenti di investimento collettivo in valori mobiliari, che nei paesi anglosassoni rappresentano il tipico canale di finanziamento all’iniziativa imprenditoriale, specie nelle fasi di start-up e seed-up.

Per quanto riguarda il reperimento di capitale di debito a medio/lungo termine, che teoricamente si esplica, per le imprese industriali, prevalentemente nell’emissione di obbligazioni (a prescindere da fonti particolari di finanziamento non cartolare quali alcuni crediti industriali, agevolati e non e ipotecari), basti ricordare come nel 1993 il totale delle obbligazioni emesse da imprese non bancarie era pari solo al 2,1% del totale dell’indebitamento.

I limiti normativi alle partecipazioni azionarie delle banche nelle industrie, in ottemperanza al principio della “separatezza” tra banca ed industria, sancito dalla legge bancaria del 1936, hanno impedito lo sviluppo di un sistema che, come avviene ad esempio in Germania, individua nel settore del credito il tramite ottimale per i processi di indirizzo del risparmio privato verso il sistema produttivo. Colà si ritiene infatti che le banche debbano esercitare un ruolo attivo nel sistema economico, assumendo partecipazioni dirette nelle imprese ed intervenendo in maniera decisa anche nella gestione delle stesse. I vantaggi di un tale sistema verrebbero avvertiti tanto dal sistema bancario che da quello produttivo. La figura della banca mista e polifunzionale dovrebbe infatti poter dar prova di una maggiore efficacia nel sostegno dello sviluppo e della stabilità dell’impresa in virtù della molteplicità dei rapporti con l’impresa finanziata, rapporti che potrebbero culminare nella compartecipazione alla gestione tramite l’inserimento di manager bancari nei Consigli di Amministrazione delle imprese partecipate.

Verrebbe così superato il problema, sul quale tanta parte della corrente letteratura tende a soffermarsi, della cosiddetta “asimmetria informativa”, concetto con il quale si intende l’oggettiva impossibilità da parte di soggetti esterni all’impresa di valutare correttamente il merito di credito dell’impresa finanziata, per mancanza di elementi che sono per loro natura riservati e che quindi non vengono diffusi con le usuali forme di pubblicità – tipicamente i bilanci – anche per evitare che se ne appropri la concorrenza.

La banca mista, alternando erogazioni di crediti a breve e lungo termine, classando a terzi titoli della società ed acquisendo partecipazioni azionarie (per la stabile detenzione o per il successivo smobilizzo) potrebbe svolgere una fondamentale funzione anticiclica e di supporto alla ripresa economica, superando lo short-termism tipico dei sistemi, quali quello inglese, orientati ai mercati piuttosto che agli intermediari, che tendono invece a “subire” il ciclo e, spesso, ad accentuarlo nei momenti più critici.

La teoria segnala l’esistenza di due rischi per un sistema basato sulla banca mista: in primo luogo la possibilità del verificarsi di fenomeni di “razionamento del credito” nei confronti delle imprese concorrenti delle partecipate ed in secondo luogo la possibilità che eventuali crisi del sistema produttivo possano ribaltarsi direttamente su quello creditizio, generando pericolose reazioni a catena che potrebbero minare alla radice la stabilità economica dell’intera nazione.

Per quanto concerne il primo die due fenomeni citati, le analisi empiriche effettuate nei Paesi nei quali vige tale sistema tendono ad escludere, di fatto, questa possibilità. Per il secondo, che evoca, nel nostro Paese, i fantasmi della crisi del primo dopoguerra, va ricordato come i sistemi di Vigilanza Prudenziale attualmente in essere (tanto in Italia quanto all’estero) siano dotati di strumenti molto efficaci per il controllo delle potenziali situazioni patologiche di rischio assente dalle banche, sia per quanto riguardo il rischio di cambio e di tasso sia per quanto riguarda l’entità delle immobilizzazioni del capitale.

Altra caratteristica che si è andata sviluppando nei Paesi dell’area tedesca è stato il rapporto di “Haus Bank” (Main-Bank nella terminologia anglofona – il termine non è stato tradotto in italiano-) tra impresa e banca. Per “Haus Bank” si intende la creazione di un rapporto tendenzialmente esclusivo e sicuramente privilegiato tra banca ed impresa affidata (e spesso partecipata), che mira a risolvere tutte le problematiche finanziarie dell’azienda, ivi comprese la consulenza e la gestione di eventuali contatti con altre entità finanziarie specializzate in comparti non coperti dall’attività dell’Haus Bank (ad esempio, i mercati finanziari).Questo tipo di rapporto sussiste ad ogni livello dimensionale, con le banche maggiori che, com’è ovvio, sono partner delle imprese maggiori, le medie delle medie e così via.

Nel nostro Paese, al contrario, il rapporto banca / impresa è vissuto fondamentalmente sull’apporto da parte della prima di credito a breve termine e sulla compresenza di una pluralità di rapporti (uno studio recente ne indicava mediamente 15 per ogni impresa); tale approccio, indicato in letteratura con il termine “Multibanking”, oltre che dalla specializzazione giuridica degli enti creditizi italiani – per la quale la stessa impresa era costretta ad intrattenere rapporti con più di una istituzione – veniva anche deliberatamente ricercato dalla gran parte delle imprese, che ritenevano così di realizzare una sorta di “shopping bancario”, attivando tempo per tempo finanziamenti con le banche che di volta in volta offrivano le condizioni più vantaggiose.

Tra i principali inconvenienti di questo modus operandi si possono indicare:

a) costi amministrativi e di gestione molto più alti e normalmente non direttamente proporzionali al volume delle operazioni poste in essere;

b) maggiore complessità nella gestione della tesoreria;

c) mancato sviluppo di un rapporto più stretto con un’unica banca che, proprio in virtù di tale “preferenza” si preoccupi di supportare l’azienda ani maniera più completa.

Peraltro, come già ampiamente detto, la nuova normativa italiana sembra voler indicare la convenienza ad accentrare tali rapporti, con il pieno dispiegarsi, quindi, da parte della banca, di tutte le funzioni di corporale finance per conto e nell’interesse dell’assistita.

Per quanto concerne le partecipazioni delle banche nel capitale delle imprese, la nuova normativa amplia notevolmente la situazione pre-esistente, consentendo alle banche di assumerne nel rispetto congiunto dei seguenti limiti:

1) il totale delle partecipazioni (anche in imprese del settore finanziario) e degli immobili non può eccedere il Patrimonio di Vigilanza dell’ente creditizio;

2) il totale delle partecipazioni in imprese non finanziarie non può eccedere il 15% del patrimonio di Vigilanza (c.d.”limite complessivo”;

3) il totale delle partecipazioni in imprese di cui al precedente punto 2) non quotate sui mercati regolamentati non può comunque eccedere il 50% del limite sopra indicato;

4) la partecipazione in una singola impresa od il totale delle partecipazioni ad un gruppo di imprese non può eccedere il 3% del Patrimonio di Vigilanza della banca (c.d. “limite di concentrazione”);

5) le partecipazioni in imprese non finanziarie non possono eccedere il limite del 15% del capitale della società partecipata (c.d. “limite di separatezza”);

Vengono poi individuati livelli di patrimonializzazione o di specializzazione dell’attività che consentono alle banche che soddisfino determinati requisiti di ampliare questi limiti in maniera anche sensibile.

Resta naturalmente da verificare l’effettivo interesse per questo segmento di mercato da parte delle banche; c’è infatti chi ritiene che le nostre istituzioni creditizie siano troppo conservatrici ed avverse al rischio per intraprendere un business che richiede skill precisi e sostanzialmente diversi da quelli sino ad oggi espressi dal mondo bancario nazionale; il conferimento di capitale di rischio invece che di credito presuppone infatti una più puntuale stima delle capacità reddituali delle imprese, che dovrà necessariamente spingersi ad analisi prospettiche del mercato ed a valutazioni dei singoli prodotti, superando sia quello che definirei l’”approccio delle garanzie patrimoniali” sia la pratica perversa delle concessioni di fido sulla basse del comportamento delle altre istituzioni.

A questo riguardo lo stimolo può provenire dallo stesso modo imprenditoriale, di norma più reattivo alla novità di quello bancario, con un’azione di rinegoziazione dei rapporti contrattuali in essere con le varie banche ed altre istituzioni finanziarie.

Consentendo la detenzione di quote di partecipazione da parte delle banche, la stessa attività di merchant banking potrà inoltre trovare maggiori opportunità di sviluppo, sia per la possibilità che la stessa sia svolta direttamente dalla banca e non da una controllata, sia per la possibilità di un più agevole smobilizzo delle quote detenute tramite interazione con merchant bank specializzate.

le banche potranno inoltre interagire con le società di gestione dei Fondi Chiusi, introdotte in Italia con la Legge 344/1993, nell’ottica di stimolare la piccola e media impresa finanziandone la crescita dimensionale attraverso le prime difficile fasi di sviluppo.

In definitiva, quindi, la nuova normativa ha creato le condizioni per la realizzazione di un sistema del tipo “alla tedesca”, pur non precludendo gli spazi per operatori specializzati quali, ad esempio, le SIM di collocamento che, in virtù del loro “playing power”, potrebbero svolgere un ruolo fondamentale sui mercati mobiliari, anche con specifico riferimento al collocamento di corporate bond.

E’ facile prevedere infatti un marcato sviluppo di tale comparto, regolato anch’esso, come sopra accennato, dal Testo Unico, oltre che da recenti decreti del CICR.

La materia era in passato regolamentata da un insieme di norme che consentivano alle Autorità Monetarie – in realtà in maniera disarticolata – il più completo controllo dei flussi finanziari originati dall’emissione di valori mobiliari, attribuendo addirittura la possibilità di limitare o vietare le emissioni di valori mobiliari (di qualunque importo se rivolte al pubblico o di importo superiore ai 10 miliardi di lire se effettuate su istituzionali).

L’obiettivo, oltre a quello, esplicitamente enunciato, di tutela del risparmio, era quello di contrastare la disintermediazione bancaria e di non danneggiare i collocamenti del Tesoro.

L’attuale regime è molto più snello e prevede la tonale libertà di emissione di obbligazioni ed altri titoli di debito per prestiti di importo complessivo inferiore ai 10 miliardi di lire, quand’anche destinati al pubblico; per le emissioni di maggiore importo le procedure sono comunque fortemente semplificate.

Il legislatore ha infatti chiaramente ravvisato l’importanza, per un sistema finanziario evoluto, della presenza di emissioni di titoli di debito da parte delle imprese, allo scopo di creare un mercato mobiliare completo e sul quale possano collocarsi, con spread via via maggiori sui governativi – strumenti risk free per definizione – corporale bond di emittenti dagli standing più vari sino addirittura a prefigurare un mercato di junk bond.

In questo senso si pone anche la creazione dei nuovi titoli di debito delle imprese, cambiali finanziarie e certificati di investimento, che dovrebbero soddisfare – nell’ambito della dinamica copertura dei fabbisogni finanziari delle imprese – rispettivamente le necessità di breve e medio termine.

Non si può infine non ricordare l’ormai comune opinione circa la necessità di uno sviluppo dei mercati borsistici per le piccole e medie imprese, integrati a livello nazionale su circuiti telematici; vari sono i progetti allo studio e diversi i soggetti interessati. I risultati non dovrebbero tardare.

E’ ora quindi che il mercato mobiliare complessivamente inteso sfrutti appieno le opportunità fornite dalla normativa, consentendo così il tanto atteso salto di qualità del nostro sistema finanziario e della nostra concezione di finanza d’impresa.

 

La Consulenza alle imprese

 

L’evoluzione dei mercati finanziari unitamente alla maggiore complessità della gestione aziendale hanno posto in primo piano la funzione finanziaria che nelle piccole e medie imprese italiane resta di dominio esclusivo dell’imprenditore in prima persona con i limiti che ne conseguono, in modo particolare con riferimento alla cultura ed alla professionalità.

Il modello attuale di espansione sia nazionale che internazionale implica che le imprese, per poter restare competitive, debbano acquisire tecnologia, penetrare nuovi mercati, investire in ricerca, sfruttare le economie di scale, creare sinergie.

In sintesi, se l’impresa sarà in grado di “fare mercato” otterrà il duplice beneficio di incrementare il fatturato e i margini di profitto. In questa prospettiva le imprese debbono poter trovare nel sistema bancario l’alleato nazionale che, oltre ad assisterle nella ricerca delle fonti di finanziamento più opportune eroghi servizi di consulenza a supporto della funzione finanziaria delle piccole e medie imprese.

Esponiamo un elenco solo esemplificativo dei servizi di consulenza che possono costituire l’offerta da parte delle banche alla propria clientela:

1) controllo periodico dell’andamento economico e finanziario dell’impresa;

2) decidere in concorso con i vertici dell’impresa le politiche generali di sviluppo e di finanza volte al raggiungimento degli obiettivi strategici dell’impresa stessa, tenuto conto del capitale e degli altri condizionamenti ambientali;

3) pianificazione finanziaria a medio e lungo termine;

4) programmazione finanziaria di breve periodo;

5) predisposizione di flussi informativi sulla dinamica finanziaria ed elaborazioni di indicatori empirici per l’analisi finanziaria;

6) fornitura di informazioni tempestive sulle opportunità comparate di approvvigionamento di risorse esterne diversamente caratterizzate per quanto riguarda: la loro natura e i relativi canali e strumenti tecnici; i volumi convenientemente acquisibili; i costi, i tempi e di  modi di utilizzo;

7) analisi dei flussi monetari e del capitale circolante in modo da assicurare all’impresa buone condizioni di efficienza;

8) studio degli effetti dei mutamenti economico-industriali sulla gestione finanziaria d’impresa e ricerca degli opportuni comportamenti attivi e di adattamento di quest’ultima;

9) valutazione e decisioni in ordine ai problemi di natura valutaria, tenuto conto dei condizionamenti monetari e internazionali;

10) valutazione degli investimenti con riguardo ai rendimenti, al rischio ed alla localizzazione;

11) valutazioni e decisioni attinenti alle fusioni, alle acquisizioni, agli scorpori;

12) valutazioni e decisioni finanziarie afferenti alle imprese in fase di difficoltà; ristrutturazioni e piani di risanamento;

13) fornitura di servizi di ottimizzazione fiscale.

Certamente la banca italiana non è sufficientemente attrezzata tecnicamente e culturalmente per svolgere questo importante ruolo nello sviluppo delle piccole e medie imprese, In futuro sarà sempre più decisivo investire in formazione in maniera efficace.

 

Fabrizio Capanna

 

 

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