università

da “Investimenti Finanziari”, numero 2/2016

 

I nostri ragazzi debbono essere formati al meglio per poter sperare in un futuro di successi personali e professionali; in mondo globale, i costi dell’istruzione sono crescenti e la competizione per l’ingresso nel mondo del lavoro è sempre più difficile. I genitori previdenti debbono attrezzarsi per tempo ponendo in essere piani di risparmio finalizzati con l’aiuto del proprio Consulente Finanziario.

 

I processi di globalizzazione degli ultimi trent’anni hanno portato un totale cambiamento nel rapporto tra scelte formative, accesso al mondo del lavoro e successivi sviluppi professionali.

Nel nostro paese, almeno sino a tutti gli anni ’80, era impensabile immaginare un percorso di studi superiori (liceo ed università) a carattere internazionale. Oltre ai ben noti problemi di alfabetizzazione linguistica del nostro paese, spingevano in quella direzione l’ancora forte disomogeneità degli attestati di studio nei vari paesi, una certa frammentazione delle legislazioni nazionali regolanti i vari ambiti professionali e, non ultimo, una sorta di “provincialismo culturale”, presente non solo nel nostro paese, che spingeva genitori e figli a non assumere un respiro internazionale nelle scelte di carattere formativo e professionale. Inoltre, e non è considerazione di scarso momento, le effettive possibilità di impiego in Italia per un laureato erano molto alte, specie per alcune facoltà (quelle scientifiche), per le quali non era infrequente, al conseguimento del diploma di laurea, ricevere numerose offerte di lavoro.

La scuola superiore italiana godeva poi ancora in quel periodo di una non usurpata fama di serietà e rigore, che proveniva da una tradizionale attenzione dei poteri pubblici per questo settore chiave dello sviluppo del paese, che aveva dovuto compiere, in epoca post-unitaria, un forte sforzo di alfabetizzazione, principalmente, ma non solo, nel Meridione. Anche le scuole private italiane, in quel periodo, eccellevano, principalmente per merito della Chiesa Cattolica (che ne controllava la gran parte), che si poneva in una sorta di sana competizione col pubblico sul comparto e che voleva formare i giovani al rispetto ed all’osservanza dei valori religiosi, oltrechè civili.

Purtroppo, negli anni successivi, tale attenzione si è venuta in qualche modo a perdere, con una progressiva de-qualificazione (anche retributiva) del personale docente nel settore pubblico e con un lento regredire anche dell’impegno delle scuole private di emanazione religiosa che, strette da vincoli economici via via crescenti, tendevano a privilegiare l’aspetto aziendalistico su quello prettamente formativo divenendo, in alcuni casi, dei meri “diplomifici”, al pari della gran parte delle scuole private non religiose attive nel periodo.

Le Università, d’altro canto, subivano un parallelo deterioramento degli standard formativi, con investimenti per la ricerca in progressiva diminuzione ed il fenomeno delle “Baronie” che impediva il ricambio generazionale trai docenti e, conseguentemente, sclerotizzava le dinamiche culturali interne, senza considerare le perniciose commistioni con la politica e certo sottobosco pseudo-imprenditoriale.

Discorso a parte andrebbe fatto, e per ragioni di spazio lo accenniamo soltanto, al settore dell’edilizia scolastica ed universitaria, gestita dalla politica in maniera colpevolmente inefficiente nel corso degli ultimi decenni, e che ha portato ad un degrado degli edifici scolastici assolutamente intollerabile per chi ha a cuore la formazione della nuova generazione, che non solo deve avere a disposizione supporti tecnici d’avanguardia ma che deve anche avere la possibilità di frequentare istituti sicuri e di gradevole aspetto estetico.

Qual’è la situazione attuale?

Nella classifica ufficiale delle migliori 100 Università Europee compaiono solo 2 italiane, la Normale di Pisa (50°) e la Scuola Superiore Sant’Anna, Pisa (90°). Le Università britanniche sono 31, le tedesche 20, le francesi 4, le olandesi 11, le svizzere 8, le spagnole 3 (fonte Telegraph, 2016). Le università inglesi occupano inoltre ben 7 dei primi 10 posti.

Non è quindi certo un caso che siano proprio i paesi che hanno sofferto maggiormente la recente crisi (e che stentano a risollevarsi) quelli che – investendo meno in formazione – hanno subito un regresso dei processi formativi dei propri giovani.

I dati, al riguardo, sono davvero poco confortanti; in Italia viene destinato all’istruzione l’8.6% del totale della spesa pubblica mentre tale valore è pari al 13.6% negli USA, al 15.7% in Svizzera, al 12.2% in UK, al 10.5% in Francia ed al 10.2% in Spagna (Fonte OCSE).

Non sorprende quindi che, anche a livello di scuole superiori, gli istituti italiani presentino credenziali non eccellenti, determinando una selezione avversa per i nostri giovani che, proveniendo da scuole superiori non qualificate, non trovano accesso alle migliori Università e si indirizzano quindi verso itinerari formativi di medio e basso livello. Lo sviluppo e la diffusione di scuole IB (International Baccalaureate), perfetto trampolino di lancio per l’ammissione ai migliori Atenei internazionali, è ancora molto limitato nel nostro paese, al contrario di quanto avviene in Europa.

La situazione va cambiata, ma i tempi non possono essere certo brevi, visti gli oggetivi forti vincoli di bilancio e la miopia del nostro ceto politico, che non riesce a capire come gli investimenti nell’istruzione siano i più produttivi in assoluto. Un interessante studio della Banca d’Italia (F.Cingano e P.Cipollone “I rendimenti dell’Istruzione”) affronta la questione con lucidità scientifica, analizzando l’istruzione considerandola un investimento in capitale umano e potendo così calcolarne il rendimento (IRR = Internal Rate of Return) che potrà così essere confrontato a quello di investimenti alternativi, mobiliari ed immobiliari, ad esempio.

Naturalmente, oltre agli immediati effetti dell’istruzione a livello individuale (maggiori salari, carriere più continue, minor rischio di disoccupazione) vanno considerate quelle che si possono definire le esternalità connesse alla stessa quali, ad esempio, il più accentuato sviluppo di processi di innovazione, l’incremento di produttività e, non ultimi, quelli di carattere sociale e di benessere indiretto che si generano nella collettività di riferimento.

Vanno quindi analizzati separatamente il “rendimento individuale” e quello “sociale” che, naturalmente, non coincidono. Per entrambi, nelle relative e differenziate sfere d’interessi, i costi sono collegati direttamente ai processi di acquisizione di un’istruzione superiore ed indirettamente ai mancati guadagni che tale decisione inevitabilmente comporta. Infine, nell’analisi è stato introdotto un altro concetto, quello del “rendimento fiscale”, che si pone nell’ottica del pubblico, valutando i maggiori costi dovuti all’incremento della durata media dell’istruzione con le entrate fiscali collegate al futuro maggior reddito dei soggetti presi in considerazione.

Sorvolando sui processi di determinazione dei valori (per i quali vi rimando al testo citato) mi preme riportare le conclusioni alle quali gli autori giungono: il rendimento privato dell’istruzione è, in Italia, pari all’8.9%, con punte massime nel Meridione, rappresentando così, raffrontato alle medie storiche degli investimenti mobiliari, un valore in assoluto ampiamente superiore al quadruplo rispetto a quelli obbligazionari e quasi il doppio rispetto a quelli azionari.

Nell’ottica pubblica, quindi, specie in periodi di forte disoccupazione e di regresso culturale, investimenti nel settore sarebbero preferibili ad altri, venendo ad essere ampiamente compensati in termini finanziari, anche a prescindere da considerazioni generali di carattere sociale e di complessivo progresso della società.

Ma, stante questa situazione, cosa dovrebbe fare un genitore per garantire un futuro di successo ai propri figli?

In primo luogo, anche a livello di scelte di scuole superiori, l’orizzonte dovrebbe essere volto all’Europa piuttosto che all’Italia, ad eccezione degli istituti che, magari inserendosi in circuiti internazionali come il citato IB, abbiano un collegamento forte con le migliori Università internazionali. La lingua inglese, naturalmente, dovrebbe essere acquisita compiutamente già durante le scuole primarie. Frequentare almeno gli ultimi 2 anni di Liceo presso una scuola d’eccellenza è la migliore strada per essere ammessi ad un’Università di alto livello. Molte scuole inglesi, ad esempio, sono tradizionalmente aperte all’ammissione di studenti internazionali al penultimo anno del Liceo (Lower 6th) e diverse società di servizi specializzate sono in grado di indirizzare studenti e genitori verso l’istituto più adatto.

Certo, la scelta di una istruzione secondaria privata presso tali istituti e, successivamente, l’accesso ad Università straniere, comporta dei costi non indifferenti, che debbono essere pianificati per tempo, nonostante la presenza, specie in paesi come gli UK o gli USA, di evoluti sistemi di “Prestiti d’Onore” per gli studenti e, contestualmente, di un articolato sistema di Borse di Studio che a volte abbattono il costo complessivo in maniera non indifferente.

Un genitore previdente dovrebbe in primo luogo, col supporto del suo Consulente Finanziario, cercare di quantificare il costo complessivo di tale progetto formativo, funzione, naturalmente, del numero dei figli, delle ambizioni in materia di Istituti da selezionare e, in ultimo, delle risorse a disposizione. Naturalmente, in tale operazione sarebbe bene coinvolgere un esperto di pianificazione degli studi.

L’importo da determinare deve comprendere non solo il costo delle scuole e dell’Università (rivalutato al tempo futuro sulla base dell’inflazione prevista) ma anche quello dell’alloggio e del vitto, oltre che dei viaggi periodici per il ricongiungimento familiare. E’ difficile dare una cifra univoca – anche solo indicativa – in questa sede, ma si tenga presente che l’importo da raggiungere al momento dell’utilizzo (compreso tra i 16 ed i 19 anni del figlio) non dovrà probabilmente coprire tutte le spese, in relazione, come detto, alla sussistenza di prestiti d’onore e borse di studio potenzialmente attivabili.

L’ideale sarebbe sottoscrivere piani di accumulo in strumenti azionari e/o obbligazionari oltre che investire parte delle proprie disponibilità (sottraendole alle disponibilità familiare in quanto finalizzate allo scopo di specie), con l’orizzonte temporale di cui sopra, idealmente in prodotti di risparmio gestito che abbiano come obiettivo la preservazione e l’incremento progressivo del capitale. E’ quindi importante, e lo vogliamo ribadire una volta di più, che tali investimenti siano effettuati ben prima dell’insorgere della necessità, quando potrebbe essere già troppo tardi per reperire tali somme. Inoltre, dal punto di vista della tempistica, avviare tali accumulazioni poco dopo la nascita del figlio permetterebbe non solo di ripartire l’onere al meglio per i genitori ma anche di coinvolgere la generazione precedente, quella dei nonni, che si dovrebbe trovare, proprio allora, nel momento di massima potenzialità di guadagni (tra i 50 ed i 60 anni). Si cosituirebbe così un felice legame tra tre generazioni con benefici per la famiglia complessivamente intesa.

 

 

 

 

 

Istruzione Fabrizio Capanna

Di recente, per caso, mi sono imbattuto in un breve lavoro pubblicato da Banca d’Italia “I rendimenti dell’istruzione”, di Federico Cingano e Piero Cipollone, dal quale ho tratto lo stimolo per questo breve intervento.

Come alcuni di voi sanno, ultimamente mi sto occupando molto di Education e problematiche connesse, prevalentemente attraverso il progetto ASIS (www.angloschools.co.uk),  che si sta sviluppando, in questa prima fase, principalmente in India ed in Italia (in collaborazione, per quanto concerne il nostro Paese, con il John Milton Institute di Palermo).

Il testo è piuttosto scorrevole anche se scientificamente rigoroso ed analizza l’istruzione considerandola un investimento in capitale umano e potendone così calcolare il rendimento (IRR=Internal Rate of Return), che potrà essere poi confrontato a quello di investimenti alternativi, mobiliari ed immobiliari, ad esempio.

Naturalmente, oltre agli immediati effetti dell’istruzione a livello individuale (maggiori salari, carriere più continue, minor rischio di disoccupazione) vanno considerate quelle che si possono definire le esternalità connesse alla stessa, quali, ad esempio, il più accentuato sviluppo di processi di innovazione, l’incremento di produttività e, non ultimi, quelli di carattere sociale e di benessere indiretto che si generano sulla collettività.

Vanno quindi analizzati separatamente il “rendimento individuale” e quello “sociale”, che, naturalmente, non coincidono. Per entrambi, nelle relative e differenziate sfere d’interesse, i costi sono collegati direttamente ai processi di acquisizione di un’istruzione superiore ed indirettamente ai mancati guadagni che tale decisione inevitabilmente comporta. Infine, nell’analisi è introdotto un altro concetto, quello di “rendimento fiscale”, che si pone nell’ottica del pubblico, valutando i maggiori costi dovuti all’incremento della durata media dell’istruzione con le entrate fiscali collegate al connesso futuro maggior reddito prodotto dai soggetti presi in considerazione.

Sorvolando sui processi di determinazione dei valori (per i quali vi rimando al lavoro in parola, http://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/econo/quest_ecofin_2/QF_53/QEF_53.pdf, mi preme riportare le conclusioni alle quali gli autori giungono: il rendimento privato dell’istruzione è, in Italia, pari all’8,9%, con punte massime nel Meridione, rappresentando così, raffrontato alle medie storiche degli investimenti mobiliari, un valore in assoluto molto superiore al quadruplo rispetto a quelli obbligazionari e quasi del doppio rispetto a quelli azionari.

L’intervento di supporto del settore pubblico stesso, particolarmente in periodi di forte disoccupazione quali gli attuali, verrebbe ad essere ampiamente compensato in termini finanziari, anche a prescindere da quelli generali di carattere sociale o di complessivo progresso della società.

La riluttanza ad incrementare, anche sensibilmente, la porzione di spesa pubblica diretta sul comparto, non è quindi giustificabile ed è spiegabile solo con il patologico “short termism” che affligge da decenni la nostra classe politica; diventa quindi conveniente che il settore privato si attrezzi in tal senso, allocando risorse in questa direzione.

Sarebbe così consigliabile, per le famiglie, la creazione di piani di accumulo individuali volti a tal fine, magari creando – a livello bancario – dei prodotti ad hoc e sviluppando programmi di “prestiti d’onore” anche per l’istruzione di scuola secondaria superiore oltre che universitaria.

L’accesso alle migliori Università internazionali è infatti molto agevolato per gli studenti provenienti da scuole superiori d’eccellenza, quali, in particolare, quelle del Regno Unito, alle quali i migliori studenti italiani dovrebbero dirigersi, anche, ma non solo, per sviluppare capacità linguistiche ormai indispensabili nel mondo del lavoro.

Lo sforzo che ASIS sta compiendo nello sviluppo di processi di interazione ed integrazione tra il sistema scolastico inglese e quelli di altri Paesi potrebbe essere in qualche modo supportato dal sistema imprenditoriale privato, con l’attivazione di sistemi di sponsorship per gli studenti italiani più promettenti che, avviati attraverso il sistema delle Boarding School inglesi ai circuiti universitari di primo livello, possano poi trovare convenientemente una felice collocazione nel nostro Paese, avendo però maturato un’esperienza formativa completa che li possa rendere immediatamente produttivi per il nostro sistema.