Fabrizio Capanna AF - Il rapporto banca - Industria

La Nuova legge bancaria e l’evoluzione del rapporto banca – industria; servizi finanziari e consulenza

Fabrizio Capanna

da AF numero 15,  Terzo Trimestre 1994

 

Il presente lavoro sarà articolato in due sezioni: nella prima esporrò sinteticamente la genesi e le linee fondamentali della nuova legge bancaria; nella seconda, più ampia, tratterò invece dei riflessi che la legge stessa, congiuntamente alle altre recenti disposizioni in materia finanziaria e creditizia, potrà avere sui rapporti operativi tra banche ed industrie.

 

La Nuova Legge Bancaria

 

Negli ultimi anni si è potuto assistere ad una vera e propria rivoluzione dei mercati finanziari internazionali; le ragioni di tale processo risiedono, a mio avviso, in un clima politico complessivamente più disteso, nello sviluppo dei mezzi di trasporto e nel conseguente processo di internazionalizzazione degli scambi commerciali.

L’insieme di tali fenomeni, congiuntamente al rapidissimi sviluppo dell’informatica, ha determinato la nascita di mercati finanziari transnazionali (quale, ad esempio, l’Euromercato), di operatori “globali” e di nuovi prodotti finanziari, quali i derivati.

Le legislazioni nazionali, alcune delle quali erano ormai vecchie di decenni, risultavano così assolutamente inadatte al raggiungimento degli scopi cui erano volte e spesso completamente disarticolate a livello internazionale; ciò determinava due effetti immediati: da un alto, infatti, l’operatività internazionale sui prodotti innovativi risultava non regolamentata e, dall’altro, sugli strumenti tradizionali si venivano a creare situazioni giuridiche di difficile interpretazione per il sovrapporsi di norme non compatibili l’una con l’altra.

A livello internazionale si è quindi necessariamente dovuto provvedere ad un rapido processo di ridefinizione delle normative in materia di mercati mobiliari e creditizi, volto, in buona sostanza, a deregolamentare alcuni segmenti di mercato ed a sostituire normative ormai obsolete in altri.

A livello europeo, poi, i problemi erano ancora maggiori; con il Trattato di Roma del 1957 si era infatti già auspicata la realizzazione di un mercato comune all’interno della comunità degli Stati membri; per quanto concerne la materia in oggetto ciò presupponeva, però, una completa armonizzazione delle legislazioni vigenti, al fine di poter permettere l’effettiva applicazione dei concetti cardine dell’integrazione, il principio di libero stabilimento ed il principio di libera prestazione di servizi.

Com’è noto, però, gli assetti giuridici del settore creditizio presentavano protende e difficilmente sanabili asimmetrie; la via scelta, quindi, dopo un lungo periodo di indecisione – concluso nel 1985 con la pubblicazione del celebre “Libro Bianco” – fu di non spingersi oltre sulla via dell’armonizzazione legislativa ma, al contrario, di perseguire l’ottica del cosiddetto “Principio del Mutuo Riconoscimento”.

In sostanza si riteneva conveniente autorizzare gli enti creditizi dei Paesi membri ad operar in tutti gli Stati della Comunità secondo le regole del proprio paese di origine. Si pensava infatti che si sarebbe così realizzata una sorta di benefica “Concorrenza tra norme” in seguito alla quale le legislazioni più vincolanti e meno efficienti per il mercato si sarebbero dovute adeguare alle altre onde non spiazzare completamente gli intermediari nazionali rispetto a quelli esteri.

Per il nostro paese questo mutamento di rotta rappresentava un impegno non indifferente perché presupponeva il passaggio da un regime tipicamente dirigista ad uno più orientato al mercato, nel quale l’attività bancaria riassumesse quel ruolo imprenditoriale che la Legge Bancaria del 1936 aveva in qualche modo compresso in un vincolante sistema di controlli amministrativi ed in una complessa ramificazione di interessi pubblicistici.

Il nostro sistema bancario presentava infatti diversi punti di debolezza nei confronti delle altre realtà europee, tra i quali vanno ricordati.

- il numero eccessivo di istituzioni creditizie, caratterizzate, tra l’altro, da livelli dimensionali non soddisfacenti,

- una marcata specializzazione operativa, sia a livello settoriale (aziende a breve termine, mobiliari, fondiar, agrari, etc..) sia territoriale;

- una complessa differenziazione per categoria giuridica all’interno del sistema, spesso non rispondente ad effettive differenziazioni operative;

- una insufficiente vocazione all’attività all’estero;

- un’alta percentuale di banche facenti capo all’area pubblica, complessivamente intesa;

- assetti organizzativi poco funzionali ed alti costi del personale.

Pur non volendo assumere toni trionfalistici, va riconosciuto che la nuova normativa, approvata con D.L.385/1993, ha risolto molti di tali problemi, o meglio ha creato un quadro normativo che consente la soluzione degli stessi, recependo in maniera completa i più recenti orientamenti comunitari.

La legge, all’articolo 1, dopo una serie di chiarimenti definitori, individua i settori di “attività bancaria” ammessi al mutuo riconoscimento; l’elenco è molto ampio e copre in maniera praticamente completa tutti i segmenti dell’attività finanziaria e creditizia, ivi compresi anche quelli dell’intermediazione mobiliare, del leasing, del factoring, del merchant banking e del credito al consumo.

Questa norma è stata da molti interpretata come l’introduzione nel nostro ordinamento del sistema della cosiddetta “Universal Bank” tedesca (la banca universale con connotati “misti), contrapposto, nella letteratura, al sistema “inglese” (prevalenza di banche specializzate aggregate in gruppi creditizi ed orientamento “al mercato” dell’attività finanziaria).

Prescindendo da un’analisi approfondita dei due sistemi, che verrà comunque parzialmente affrontata nella seconda parte di questo lavoro in quanto più direttamente collegata al rapporto banca / industria, va chiarito che la norma in parola, lungi dall’imporre questo o quel modello, ha semplicemente consentito la creazione nel nostro Paese di intermediari polifunzionali, oltreché, come era nella nostra tradizione, specializzati; sarà poi il mercato ad imporre l’uno o l’altro modello o, più probabilmente, una dinamica compresenza di entrambi, così come peraltro avviene in Germania.

Sono state inoltre riscritte, agli articoli 2-9 (Titolo I) e 51-69 (Titolo III), le norme fondamentali relative alla Vigilanza da parte delle autorità creditizie, CICR, Ministero del Tesoro e Banca d’Italia e sono stati individuati gli ambiti di interazione con CONSOB ed ISVAP. Il Titolo II (articoli 10-50) tratta in maniera particolareggiata delle banche e dell’attività bancaria in senso lato, come già specificato.

Il Testo Unico, raccordando leggi, regolamenti ed istruzioni di Vigilanza già emanate, elimina ogni sorta di specializzazione temporale e territoriale nell’erogazione del credito e nella raccolta del risparmio, ferma restando la Vigilanza prudenziale della Banca d’Italia per il rispetto dei coefficienti di patrimonializzazione ed un attento monitoraggio della gestione del rischio di cambio e di interesse. Semplificate risultano anche le procedure di autorizzazione alla creazione di nuove banche ed all’apertura di succursali.

Le uniche particolari categorie giuridiche di banche preservate dalla nuova normativa risultano essere le banche popolari e le banche di credito cooperativo (ex casse rurali ed artigiane).

Il Titolo IV (articoli 70-105) tratta della disciplina delle crisi e non risulta, quindi, particolarmente rilevante ai fini della nostra analisi, così come pure i titoli V (articoli 106-114, “Soggetti operanti nel settore finanziario”), il Titolo VI (articoli 115-128, “Trasparenza delle condizioni contrattuali”), il Titolo VIII (articoli 130-145, “Sanzioni”) ed il Titolo IX (articoli 146-162, “Disposizioni transitorie e finali”).

Molto rilevante per il mondo industriale è, al contrario, il Titolo VII, formato dal solo articolo 129; norma periferica rispetto alla disciplina del sistema bancario e creditizio e, come tale, inserito nel Titolo in questione, intestato “Altro Controlli”, risulta inveì norma di grande importanza per il diritto dell’impresa e del mercato mobiliare, regolando, in sostanza, le emissioni di titoli di debito da parte delle imprese. Ai fini di una migliore rappresentazione logico-concettuale dei problemi, l’analisi di tale articolo sarà svolta nella seconda parte della trattazione.

 

Il rapporto banca / industria

 

Nella seconda parte di questo lavoro affronterò in maniera dettagliata, anche se probabilmente non  esaustiva – vista l’ampiezza dell’argomento – le problematiche relative ai rapporti tra banche ed industrie, così come verranno presumibilmente  a configurarsi in relazione al nuovo quadro legislativo creditizio del nostro Paese ed alla progressiva ed auspicabile maggiore integrazione dei mercati finanziari europei.

La struttura del passivo delle imprese italiane è storicamente imperniata sul credito bancario a breve termine, con rapporti di leverage piuttosto alti; la quota di capitale di rischio risulta poi, oltreché non alta in termini assoluti, anche sensibilmente illiquida, soprattutto per le imprese di minori dimensioni, la proprietà delle quali è sostanzialmente appannaggio della famiglia dell’imprenditore ed in quanto tale non smobilizzabile, se non frazionalmente.

Com’è noto, una struttura finanziaria di questo tipo configura una situazione piuttosto marcata di rischio/opportunità per l’impresa, ampliando sensibilmente la variabilità del reddito netto d’esercizio.

Infatti, sino a che il tasso di redditività operativa si mantiene al di sopra di quello di indebitamento, il leverage opera in maniera positiva sulla redditività complessiva, ma una variazione dei tassi di interesse di mercato – specie in presenza di debiti prevalentemente a breve termine, tipicamente più sensibili a dette variazioni – od un’oscillazione del tasso di redditività operativa, hanno effetti tanto più forti quanto maggiore è, appunto, il livello di leverage.

In particolare, sarebbe consigliabile che alcune forme di impiego dei mezzi aziendali fossero finanziate prevalentemente – od integralmente – con capitale di rischio o con capitale di debito a lungo termine, così da consentire un progressivo e fisiologico dispiegarsi, ad esempio, di innovazioni di processo o di prodotto, di penetrazione di nuovi mercati o di ricerca e sviluppo.

La citata esigenza si presenterà poi con particolare urgenza nei prossimi anni, quando i settori produttivi italiani dovranno confrontarsi in maniera completa con la concorrenza europea ed extra-europea.

In Italia l’accesso al mercato del capitale di rischio è stato però riservato in via quasi esclusiva alle imprese di maggiori dimensioni, stante la limitatezza del mercato azionario ed il mancato sviluppo – o la completa assenza – di strumenti di investimento collettivo in valori mobiliari, che nei paesi anglosassoni rappresentano il tipico canale di finanziamento all’iniziativa imprenditoriale, specie nelle fasi di start-up e seed-up.

Per quanto riguarda il reperimento di capitale di debito a medio/lungo termine, che teoricamente si esplica, per le imprese industriali, prevalentemente nell’emissione di obbligazioni (a prescindere da fonti particolari di finanziamento non cartolare quali alcuni crediti industriali, agevolati e non e ipotecari), basti ricordare come nel 1993 il totale delle obbligazioni emesse da imprese non bancarie era pari solo al 2,1% del totale dell’indebitamento.

I limiti normativi alle partecipazioni azionarie delle banche nelle industrie, in ottemperanza al principio della “separatezza” tra banca ed industria, sancito dalla legge bancaria del 1936, hanno impedito lo sviluppo di un sistema che, come avviene ad esempio in Germania, individua nel settore del credito il tramite ottimale per i processi di indirizzo del risparmio privato verso il sistema produttivo. Colà si ritiene infatti che le banche debbano esercitare un ruolo attivo nel sistema economico, assumendo partecipazioni dirette nelle imprese ed intervenendo in maniera decisa anche nella gestione delle stesse. I vantaggi di un tale sistema verrebbero avvertiti tanto dal sistema bancario che da quello produttivo. La figura della banca mista e polifunzionale dovrebbe infatti poter dar prova di una maggiore efficacia nel sostegno dello sviluppo e della stabilità dell’impresa in virtù della molteplicità dei rapporti con l’impresa finanziata, rapporti che potrebbero culminare nella compartecipazione alla gestione tramite l’inserimento di manager bancari nei Consigli di Amministrazione delle imprese partecipate.

Verrebbe così superato il problema, sul quale tanta parte della corrente letteratura tende a soffermarsi, della cosiddetta “asimmetria informativa”, concetto con il quale si intende l’oggettiva impossibilità da parte di soggetti esterni all’impresa di valutare correttamente il merito di credito dell’impresa finanziata, per mancanza di elementi che sono per loro natura riservati e che quindi non vengono diffusi con le usuali forme di pubblicità – tipicamente i bilanci – anche per evitare che se ne appropri la concorrenza.

La banca mista, alternando erogazioni di crediti a breve e lungo termine, classando a terzi titoli della società ed acquisendo partecipazioni azionarie (per la stabile detenzione o per il successivo smobilizzo) potrebbe svolgere una fondamentale funzione anticiclica e di supporto alla ripresa economica, superando lo short-termism tipico dei sistemi, quali quello inglese, orientati ai mercati piuttosto che agli intermediari, che tendono invece a “subire” il ciclo e, spesso, ad accentuarlo nei momenti più critici.

La teoria segnala l’esistenza di due rischi per un sistema basato sulla banca mista: in primo luogo la possibilità del verificarsi di fenomeni di “razionamento del credito” nei confronti delle imprese concorrenti delle partecipate ed in secondo luogo la possibilità che eventuali crisi del sistema produttivo possano ribaltarsi direttamente su quello creditizio, generando pericolose reazioni a catena che potrebbero minare alla radice la stabilità economica dell’intera nazione.

Per quanto concerne il primo die due fenomeni citati, le analisi empiriche effettuate nei Paesi nei quali vige tale sistema tendono ad escludere, di fatto, questa possibilità. Per il secondo, che evoca, nel nostro Paese, i fantasmi della crisi del primo dopoguerra, va ricordato come i sistemi di Vigilanza Prudenziale attualmente in essere (tanto in Italia quanto all’estero) siano dotati di strumenti molto efficaci per il controllo delle potenziali situazioni patologiche di rischio assente dalle banche, sia per quanto riguardo il rischio di cambio e di tasso sia per quanto riguarda l’entità delle immobilizzazioni del capitale.

Altra caratteristica che si è andata sviluppando nei Paesi dell’area tedesca è stato il rapporto di “Haus Bank” (Main-Bank nella terminologia anglofona – il termine non è stato tradotto in italiano-) tra impresa e banca. Per “Haus Bank” si intende la creazione di un rapporto tendenzialmente esclusivo e sicuramente privilegiato tra banca ed impresa affidata (e spesso partecipata), che mira a risolvere tutte le problematiche finanziarie dell’azienda, ivi comprese la consulenza e la gestione di eventuali contatti con altre entità finanziarie specializzate in comparti non coperti dall’attività dell’Haus Bank (ad esempio, i mercati finanziari).Questo tipo di rapporto sussiste ad ogni livello dimensionale, con le banche maggiori che, com’è ovvio, sono partner delle imprese maggiori, le medie delle medie e così via.

Nel nostro Paese, al contrario, il rapporto banca / impresa è vissuto fondamentalmente sull’apporto da parte della prima di credito a breve termine e sulla compresenza di una pluralità di rapporti (uno studio recente ne indicava mediamente 15 per ogni impresa); tale approccio, indicato in letteratura con il termine “Multibanking”, oltre che dalla specializzazione giuridica degli enti creditizi italiani – per la quale la stessa impresa era costretta ad intrattenere rapporti con più di una istituzione – veniva anche deliberatamente ricercato dalla gran parte delle imprese, che ritenevano così di realizzare una sorta di “shopping bancario”, attivando tempo per tempo finanziamenti con le banche che di volta in volta offrivano le condizioni più vantaggiose.

Tra i principali inconvenienti di questo modus operandi si possono indicare:

a) costi amministrativi e di gestione molto più alti e normalmente non direttamente proporzionali al volume delle operazioni poste in essere;

b) maggiore complessità nella gestione della tesoreria;

c) mancato sviluppo di un rapporto più stretto con un’unica banca che, proprio in virtù di tale “preferenza” si preoccupi di supportare l’azienda ani maniera più completa.

Peraltro, come già ampiamente detto, la nuova normativa italiana sembra voler indicare la convenienza ad accentrare tali rapporti, con il pieno dispiegarsi, quindi, da parte della banca, di tutte le funzioni di corporale finance per conto e nell’interesse dell’assistita.

Per quanto concerne le partecipazioni delle banche nel capitale delle imprese, la nuova normativa amplia notevolmente la situazione pre-esistente, consentendo alle banche di assumerne nel rispetto congiunto dei seguenti limiti:

1) il totale delle partecipazioni (anche in imprese del settore finanziario) e degli immobili non può eccedere il Patrimonio di Vigilanza dell’ente creditizio;

2) il totale delle partecipazioni in imprese non finanziarie non può eccedere il 15% del patrimonio di Vigilanza (c.d.”limite complessivo”;

3) il totale delle partecipazioni in imprese di cui al precedente punto 2) non quotate sui mercati regolamentati non può comunque eccedere il 50% del limite sopra indicato;

4) la partecipazione in una singola impresa od il totale delle partecipazioni ad un gruppo di imprese non può eccedere il 3% del Patrimonio di Vigilanza della banca (c.d. “limite di concentrazione”);

5) le partecipazioni in imprese non finanziarie non possono eccedere il limite del 15% del capitale della società partecipata (c.d. “limite di separatezza”);

Vengono poi individuati livelli di patrimonializzazione o di specializzazione dell’attività che consentono alle banche che soddisfino determinati requisiti di ampliare questi limiti in maniera anche sensibile.

Resta naturalmente da verificare l’effettivo interesse per questo segmento di mercato da parte delle banche; c’è infatti chi ritiene che le nostre istituzioni creditizie siano troppo conservatrici ed avverse al rischio per intraprendere un business che richiede skill precisi e sostanzialmente diversi da quelli sino ad oggi espressi dal mondo bancario nazionale; il conferimento di capitale di rischio invece che di credito presuppone infatti una più puntuale stima delle capacità reddituali delle imprese, che dovrà necessariamente spingersi ad analisi prospettiche del mercato ed a valutazioni dei singoli prodotti, superando sia quello che definirei l’”approccio delle garanzie patrimoniali” sia la pratica perversa delle concessioni di fido sulla basse del comportamento delle altre istituzioni.

A questo riguardo lo stimolo può provenire dallo stesso modo imprenditoriale, di norma più reattivo alla novità di quello bancario, con un’azione di rinegoziazione dei rapporti contrattuali in essere con le varie banche ed altre istituzioni finanziarie.

Consentendo la detenzione di quote di partecipazione da parte delle banche, la stessa attività di merchant banking potrà inoltre trovare maggiori opportunità di sviluppo, sia per la possibilità che la stessa sia svolta direttamente dalla banca e non da una controllata, sia per la possibilità di un più agevole smobilizzo delle quote detenute tramite interazione con merchant bank specializzate.

le banche potranno inoltre interagire con le società di gestione dei Fondi Chiusi, introdotte in Italia con la Legge 344/1993, nell’ottica di stimolare la piccola e media impresa finanziandone la crescita dimensionale attraverso le prime difficile fasi di sviluppo.

In definitiva, quindi, la nuova normativa ha creato le condizioni per la realizzazione di un sistema del tipo “alla tedesca”, pur non precludendo gli spazi per operatori specializzati quali, ad esempio, le SIM di collocamento che, in virtù del loro “playing power”, potrebbero svolgere un ruolo fondamentale sui mercati mobiliari, anche con specifico riferimento al collocamento di corporate bond.

E’ facile prevedere infatti un marcato sviluppo di tale comparto, regolato anch’esso, come sopra accennato, dal Testo Unico, oltre che da recenti decreti del CICR.

La materia era in passato regolamentata da un insieme di norme che consentivano alle Autorità Monetarie – in realtà in maniera disarticolata – il più completo controllo dei flussi finanziari originati dall’emissione di valori mobiliari, attribuendo addirittura la possibilità di limitare o vietare le emissioni di valori mobiliari (di qualunque importo se rivolte al pubblico o di importo superiore ai 10 miliardi di lire se effettuate su istituzionali).

L’obiettivo, oltre a quello, esplicitamente enunciato, di tutela del risparmio, era quello di contrastare la disintermediazione bancaria e di non danneggiare i collocamenti del Tesoro.

L’attuale regime è molto più snello e prevede la tonale libertà di emissione di obbligazioni ed altri titoli di debito per prestiti di importo complessivo inferiore ai 10 miliardi di lire, quand’anche destinati al pubblico; per le emissioni di maggiore importo le procedure sono comunque fortemente semplificate.

Il legislatore ha infatti chiaramente ravvisato l’importanza, per un sistema finanziario evoluto, della presenza di emissioni di titoli di debito da parte delle imprese, allo scopo di creare un mercato mobiliare completo e sul quale possano collocarsi, con spread via via maggiori sui governativi – strumenti risk free per definizione – corporale bond di emittenti dagli standing più vari sino addirittura a prefigurare un mercato di junk bond.

In questo senso si pone anche la creazione dei nuovi titoli di debito delle imprese, cambiali finanziarie e certificati di investimento, che dovrebbero soddisfare – nell’ambito della dinamica copertura dei fabbisogni finanziari delle imprese – rispettivamente le necessità di breve e medio termine.

Non si può infine non ricordare l’ormai comune opinione circa la necessità di uno sviluppo dei mercati borsistici per le piccole e medie imprese, integrati a livello nazionale su circuiti telematici; vari sono i progetti allo studio e diversi i soggetti interessati. I risultati non dovrebbero tardare.

E’ ora quindi che il mercato mobiliare complessivamente inteso sfrutti appieno le opportunità fornite dalla normativa, consentendo così il tanto atteso salto di qualità del nostro sistema finanziario e della nostra concezione di finanza d’impresa.

 

La Consulenza alle imprese

 

L’evoluzione dei mercati finanziari unitamente alla maggiore complessità della gestione aziendale hanno posto in primo piano la funzione finanziaria che nelle piccole e medie imprese italiane resta di dominio esclusivo dell’imprenditore in prima persona con i limiti che ne conseguono, in modo particolare con riferimento alla cultura ed alla professionalità.

Il modello attuale di espansione sia nazionale che internazionale implica che le imprese, per poter restare competitive, debbano acquisire tecnologia, penetrare nuovi mercati, investire in ricerca, sfruttare le economie di scale, creare sinergie.

In sintesi, se l’impresa sarà in grado di “fare mercato” otterrà il duplice beneficio di incrementare il fatturato e i margini di profitto. In questa prospettiva le imprese debbono poter trovare nel sistema bancario l’alleato nazionale che, oltre ad assisterle nella ricerca delle fonti di finanziamento più opportune eroghi servizi di consulenza a supporto della funzione finanziaria delle piccole e medie imprese.

Esponiamo un elenco solo esemplificativo dei servizi di consulenza che possono costituire l’offerta da parte delle banche alla propria clientela:

1) controllo periodico dell’andamento economico e finanziario dell’impresa;

2) decidere in concorso con i vertici dell’impresa le politiche generali di sviluppo e di finanza volte al raggiungimento degli obiettivi strategici dell’impresa stessa, tenuto conto del capitale e degli altri condizionamenti ambientali;

3) pianificazione finanziaria a medio e lungo termine;

4) programmazione finanziaria di breve periodo;

5) predisposizione di flussi informativi sulla dinamica finanziaria ed elaborazioni di indicatori empirici per l’analisi finanziaria;

6) fornitura di informazioni tempestive sulle opportunità comparate di approvvigionamento di risorse esterne diversamente caratterizzate per quanto riguarda: la loro natura e i relativi canali e strumenti tecnici; i volumi convenientemente acquisibili; i costi, i tempi e di  modi di utilizzo;

7) analisi dei flussi monetari e del capitale circolante in modo da assicurare all’impresa buone condizioni di efficienza;

8) studio degli effetti dei mutamenti economico-industriali sulla gestione finanziaria d’impresa e ricerca degli opportuni comportamenti attivi e di adattamento di quest’ultima;

9) valutazione e decisioni in ordine ai problemi di natura valutaria, tenuto conto dei condizionamenti monetari e internazionali;

10) valutazione degli investimenti con riguardo ai rendimenti, al rischio ed alla localizzazione;

11) valutazioni e decisioni attinenti alle fusioni, alle acquisizioni, agli scorpori;

12) valutazioni e decisioni finanziarie afferenti alle imprese in fase di difficoltà; ristrutturazioni e piani di risanamento;

13) fornitura di servizi di ottimizzazione fiscale.

Certamente la banca italiana non è sufficientemente attrezzata tecnicamente e culturalmente per svolgere questo importante ruolo nello sviluppo delle piccole e medie imprese, In futuro sarà sempre più decisivo investire in formazione in maniera efficace.

 

Fabrizio Capanna

 

 

N.B. La versione digitale dell’articolo è priva delle note e della bibliografia, disponibili, invece, in quella fisica

 

 

 

 

 

Fabrizio Capanna lettera assiom febbario 2004

Il Sistema Bancario  Spagnolo ed il Mercato dei Capitali

di Fabrizio Capanna e Monserrat Caellas  – Lettera ASSIOM Febbraio 2004 Numero 10

Dopo l’articolo sul sistema bancario portoghese, in questo numero della rivista intendiamo occuparci di quello spagnolo, maggiormente diversificato e di dimensioni sensibilmente superiori. In particolare, dopo una preliminare descrizione del sistema, si approfondiranno alcuni temi relativi all’attività delle banche spagnole come prenditori di fondi sul mercato internazionale dei capitali, con particolare riferimento alla realtà delle Casse di Risparmio che, negli ultimi due anni circa, ha rappresentato una novità che ci sembra degna di attenzione.

Cominciamo a dare qualche idea generale e qualche ordine di grandezza; il sistema è composto da tre tipi di istituzioni: le Banche. le Casse di Risparmio e le Banche di Credito Cooperativo. Le prime due categorie sono ovviamente le principali e sono maggiormente rilevanti ai nostri fini, essendo piuttosto attive sul mercato dei capitali. In termini di totale dell’attico, la distribuzione è la seguente:

Banche 53%
Casse di Risparmio 39%
Altre 8%

In termini di prestiti al settore privato, la partizione risulta lievemente differente, mostrando così il ruolo predominante delle Casse di Risparmio nel comparto del lending sul mercato domestico:

Banche 45%
Casse di Risparmio 44%
Altre 11%

L’importanza delle Casse di Risparmio è evidenziata in maniera ancora più marcata se dall’analisi dei valori dell’attivo si passa a quelli del passivo; nate con una chiara vocazione localistica e con l’obiettivo di servire i bisogni delle famiglie e delle piccole e medie imprese sul territorio di loro competenza, le Casse di Risparmio hanno mantenuto una quota di mercato altissima in termini di depositi, che, in base ai dati più aggiornati, risultano così distribuiti:

Banche 40%
Casse di Risparmio 53%
Altre 7%

Il livello di concentrazione, misurato dalla quota di mercato detenuta dalle 5 maggiori istituzioni (e riferita al totale dell’attivo) mostra un valore in linea con tutti gli altri Paesi Europei, ad eccezione del Portogallo, dove la concentrazione è massima. Prendendo in considerazione sia le Banche che le Casse di Risparmio, si individuano comunque nettamente i due maggiori operatori (Banco Santander e BBVA) mentre già il terzo, la Caixa (Caja Ahorros Barcellona) ha una quota di mercato nettamente inferiore

Quota di mercato per totale dell’attivo

Quota di mercato per totale dell’attivo
Banco Santander 25.0%
BBVA 20.3%
La Caixa 7.7%
Caja Madrid 5.3%
Banco Popular 3.7%
Banco Sabadell 2.1%
Bankinter 1.8%
Bancaja 1.7%
CAM 1.6%

Se però analizziamo separatamente le quote di mercato relative alle banche ed alle Casse di Risparmio, notiamo come la concentrazione risulti ben maggiore tra le banche rispetto a quella verificabile tra le Casse di Risparmio, a testimonianza della vitalità, ricchezza e varietà del sistema delle casse.

Banche

Santander     44%

BBVA              36%

B.Popular       6.5%

Sabadell         3.8%

Bankinter      3.2%

Pastor            1.3%

Atlantico        1.2%

Valencia         0.7%

Zaragozano    0.7%

Guipuzcoano 0.6%

Casse di Risparmio

La Caixa         20.2%

Caja Madrid  13.8%

C.Catalunya   5.8%

Bancaja          5.6%

CAM               4.8%

C.Galicia         4.3%

Ibercaja         3.2%

Unicaja           3.1%

BBK                2.9%

C.Espana        2.5%

 

A far tempo dalla deregolamentazione del sistema. la competizione tra banche e casse di risparmio è cresciuta notevolmente mentre nessun operatore estero è riuscito a guadagnare quote di mercato significative nel settore del retail banking domestico. Alcuni gruppi bancari internazionali sono – al contrario – fuoriusciti dal Paese, come la BNP Paribas, che nel 2000 ha venduto il suo business di retail banking alla Caja Galicia (61 filiali e 300 impiegati), il Credit Lyonnais (che ha abbandonato il mercato nel 1998), il San Paolo (nel 1997) e la Natwest (nel 1996). Le barriere all’entrata si sono mostrate tanto forti che alcuni gruppi hanno optato per l’acquisizione di una banca spagnola, come ha fatto ad esempio la Barclays con il Banco Zaragozano e come stanno cercando di fare Unicredito ed altre banche europee (Fortis, ancora Barclays e CXGD, tra le altre) che, proprio mentre scriviamo, stanno lottando per l’acquisizione del Banco Atlantico.

Se passiamo ora ad analizzare nel dettaglio i volumi di crescita in termini di business mix, nonostante i lusinghieri progressi compiuti nei segmenti del credito al consumo e nel lending alle società industriali, il settore che ha contribuito in maniera maggiore alla crescita degli attivi è stato senza dubbio il credito ipotecario.

Le ragioni sono principalmente tre:

1) la favorevole evoluzione del quadro macroeconomico (con una robusta crescita del PIL ed una sensibilissima riduzione del tasso di disoccupazione);

2) i bassi tassi di interesse (negli ultimi 10 anni, analogamente a quanto avvenuto in Italia, i tassi di interesse sono calati di oltre il 10%);

3) un’alta – e crescente – percentuale di proprietari di case rispetto al resto d’Europa; l’affitto è infatti molto meno diffuso in Spagna rispetto a quanto non avvenga nei Paesi del Nord Europa e l’acquisto di immobili è stato tradizionalmente la forma di investimento prevalente della classe media spagnola. Negli ultimi anni va comunque rilevata la crescita delle quote di risparmio che le famiglie spagnole stanno destinando all’investimento in fondi comuni.

In questo modo, attraverso la concessione di mutui garantiti da ipoteca, le banche, ma soprattutto le Casse di Risparmio, sono riuscite a raggiungere un alto grado di fidelizzazione della propria clientela ed a migliorare, a partire da questa, un differenziata penetrazione di prodotti alternativi, che ha determinato così una costante fonte di profitto in periodi nei quali da un lato il calo dei tassi di interesse ha portato ad una riduzione del margine di interesse e dall’altro la volatilità dei mercati finanziari ha portato ad una correlata riduzione delle entrate derivanti da operazioni finanziarie e da commisisoni su attività in titoli.

Escludendo BBVA e Santander, che hanno una maggiore esposizione internazionale (anche verso il Sudamerica,il che ha determinato una certa volatilità degli spread su questi nomi a fine 2002), la gran parte del rischio delle banche spagnole è concentrato sul settore domestico. le banche hanno di norma una buona distribuzione di sportelli che consente loro un alto livello di cross-selling. Va segnalato come la concentrazione sia maggiore nelle zone più ricche (Madrid, Bilbao, Catalunya e Valencia).

Le banche spagnole usano il loro network per la distribuzione dei propri titoli di debito, anche se la Banca di Spagna ha di recente introdotto una normativa più stringente relativamente al piazzamento presso la cleintela privata di preferred shares, sulle quali si era sviluppato un largo mercato domestico. Il mercato secondario della carta domestica è concentrato su di un sistema di negoziazione nazionale che non raggiunge però la liquidità e ò’efficienza del nostro MOT e sul quale, al contrario di quanto avviene in Italia, la presenza di operatori esteri è minima.

Prescindendo in questa sede dal mercato dei titoli “Covered” (le “Cedulas”, introdotte da non molti anni), che pure hanno rappresentato un’innovazione notevole per il mercato dei capitali spagnoli, vogliamo concentrarci sull’attività delle banche spagnole sui mercato degli eurobond unsecured, senior e subordinati.

Analizzando in primo luogo le emissioni a tasso fisso, si nota come da diversi anni le banche maggiori (Santander, BBVA ed alcune Casse) abbiano piazzato e continuino a piazzare con successo titoli di ogni tipo, con una larga prevalenza delle emissioni subordinate, necessarie, negli anni passati ed ancora oggi, a riequilibrare la base di capitale in relazione al rapido incremento del totale dell’attivo delle banche stesse.

Per quanto concerne le emissioni senior a tasso variabile, debbono essere citati almeno due aspetti: da un lato la maggiore varietà di banche presenti sul mercato e dall’altro la tendenza a dimensioni delle emissioni via via maggiori, in aderenza ad un trend di mercato che proprio alcuni piazzamenti “jumbo” di banche spagnole hanno contribuito a creare nell’ultimo anno. Infine, sempre con riferimento alla carta a tasso variabile, vanno segnalato le numerose emissioni di titoli subordinati della categoria “Lower Tier 2″ collocate nella forma del “10 non call 5″ e ciè con durata legale 10 anni ma con la possibilità di rimborso anticipato da parte dell’emittente trascorsi 5 anni (con clausola di “step up” del coupon nel caso – solo teorico – in cui tale facoltà non venisse esercitata).

Per quanto concerne, infine, il mercato dei Credit Derivatives, va segnalato come l’attività sia concentrata su BBVA e Santander, mentre molto rare risultano essere le negoziazioni su altri nomi, per quanto non sia infrequente vedere quotazioni teoriche almeno su alcuni altri (La Caixa, Caja Madrid, Banco Popular, B.Sabadell e C.catalunya).

Focus sulle Casse di Risparmio

Le Casse di Risparmio sono fondazioni che combinano la loro attività finanziaria con una vocazione sociale. Attualmente si possono contare 47 Casse di Risparmio in Spagna, la maggiore delle quali vanta però bilanci con totale dell’attivo inferiore ai 10 miliardi di euro. Nonostante ci sia una chiara distinzione tra le maggiori e le minori, per quanto concerne l’attività o la capacità di utilizzo del mercato dei capitali, la natura e le potenzialità sono le stesse per tutte le istituzioni della categoria.

Come prima accennato, le Casse rappresentano circa il 50% del sistema bancario nazionale, gestendo così la metà delle risorse delle famiglie e delle imprese spagnole. Nel corso degli ultimi decenni, le stesse hanno mostrato un modello di crescita organico con un approccio al rischio molto conservativo e forti livelli di capitalizzazione.

A prescindere dalle maggiori, che, come già detto, sono tradizionalmente presenti sull’euromercato, negli ultimi due anni diverse Casse si sono presentate sul mercato, alcune tramite l’innovativa creazione di un programma comene di MTNs, con il quale sono riuscite a garantirsi delle economie di scala sui costi di funding. Le emissioni, sempre più frequenti e sempre meglio accolte dagli investitori internazionali, sono effettuate direttamente col nome della singola Cassa.

I limitati fabbisogni di provvista delle Casse e l’intrinseca solidità degli emittenti sembrano poter garantire un futuro ulteriore sviluppo del comparto, per il quale l’effetto rarità dei titoli piazzati dovrebbe consentire una buona tenuta delle quotazioni sul mercato secondario, anche in virtù del progressivo maggior utilizzo di piattaforme di trading elettronico su Bloomberg da parte dei collocatori. Unico punto debole di alcune di queste emissioni è la presenza di un solo rating (di Fitch) e non anche quello di Moody’s o S&Ps. Alcune categorie di investitori possono infatti inserire nei proprio portafogli solo titoli che presentino il rating di almeno una delle due maggiori agenzie.

Per quanto riguarda la distribuzione degli sportelli il sitema delle Casse replica quello complessivo. Per le zone meno coperte, più che uno sviluppo del sistema degli sportelli, si può prevedere un sempre maggior utilizzo dei servizi di internet banking e di telephone banking che, anche in Spagna, stanno sviluppandosi molto rapidamente.

 

Conclusioni

Il sistema bancario spagnolo sembra aver vissuto uno sviluppo notevole negli ultimi anni, in sintonia con il resto del Paese; le banche maggiori si sono modernizzate ed internazionalizzate negli approcci operativi ed organizzativi, pur mantenendo un forte radicamento domestico ed un solido rapporto con Paesi storicamente legati alla Spagna (le ex colonie, principalmente).

Il ricorso al mercato dei capitali è ordinato e regolare, anche da parte di banche di media e piccola dimensione.

In particolare, ci sembra di poter affermare che la Casse di Risparmio possano continuare a rappresentare un motivo di interesse e di novità per la platea degli investitori internazionali. Si auspicherebbe, invece, un maggiore sviluppo del mercato dei Credit Default Swap (CDS) su nomi bancari spagnoli, per ora limitato, in sostanza, a due nomi. In termini di raffronto, i nomi italiani trattati frequentemente su tale mercato sono almeno 5, con un’ulteriore mezza dozzina trattati occasionalmente. Questa auspicata evoluzione agevolerebbe indirettamente lo stesso emrcato dei titoli, tramite l’incremento delle operazioni di “Basis Trade”, già frequentemente poste in essere, ad esempio, su nomi portoghesi ed italiani e per ora limitato, per quanto concerne i nomi spagnoli, alle due maggiori banche.

Restiamo comunque fortemente ottimisti sugli sviluppi prospettici sul comparto e riteniamo che gli investitori italiani debbano guardare con attenzione al mercato spagnolo al quale ci uniscono, per di più, forti ed antichi legami storici e culturali.

 

 

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