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Oggi, nell’indifferenza quasi totale dei media – almeno italiani – il Parlamento europeo ha approvato il regolamento sulla risoluzione delle crisi bancarie. Sarà così posto un altro fondamentale tassello al processo di Unione Bancaria, avviato in seguito alla crisi finanziaria del 2007 e che prevede, come colonne portanti, la Vigilanza Comunitaria sulle maggiori banche europee (i 130 Istituti con attivi superiori ai 30 miliardi di euro), la Garanzia Comunitaria e non più nazionale dei depositi sino ai 100,000 euro e la costituzione del Fondo Unico di Risoluzione.

Considerando anche il processo di Asset Quality Review attualmente il corso, che ha un ruolo propedeutico all’avvio del processo di Unione Bancaria stesso, ci si troverà presto di fronte ad una situazione sostanzialmente mutata – e per il meglio – con riferimento non solo alla possibilità di affrontare ipotetiche crisi bancarie future ma, anche, alla potenziale prevenzione delle stesse ed al più razionale accollo delle passività generate.

In sostanza, si passerà da un sistema di “Bail Out”, nel quale i governi nazionali o le istituzioni sovranazionali, attraverso meccanismi spesso differenziati nel tempo e non stabiliti ordinatamente ex-ante,  si facevano carico dei salvataggi bancari, ad uno di “Bail In”, nel quale saranno gli stakeholder dei rispettivi Istituti a dover fronteggiare in prima battuta le perdite (sino all’8% del totale degli attivi), supportati solo successivamente – in via temporanea – dagli stati nazionali, attraverso il fondo di risoluzione nazionale ma, a regime, dal Fondo Unico di Risoluzione, nel quale i fondi nazionali, alimentati dalle banche di ogni singolo paese, finiranno per confluire interamente.

Concettualmente si tratta di una rivoluzione copernicana nelle metodologie di soluzione delle crisi bancarie, l’ultima delle quali affrontata con il vecchio approccio sarà dunque quella di Hypo-Alpe Adria Bank, la più recente vittima degli sviluppi della crisi bancaria del 2007 e, va detto, di una gestione certamente non accorta

La responsabilità iniziale e spesso unica di copertura delle perdite sarà quindi d’ora in avanti in capo rispettivamente ed ordinatamente ad azionisti, detentori di obbligazioni subordinate, detentori di obbligazioni senior e depositanti (per le quote eccedenti quelle coperte dal Fondo di Garanzia Interbancaria Europea), secondo un razionale criterio di attribuzione rispettive quote di competenza.

Non si può che plaudire ad un approccio che, nel solco dell’impostazione teorica del capitalismo liberale temperato, ritiene che l’impresa privata – ed anche, dunque, l’attività bancaria – debba simmetricamente attribuire benefici e potenziali perdite ai promotori dell’impresa stessa ed ai soggetti che compartecipano alla stessa, in misura chiaramente diversa a seconda che tale partecipazione si sia sostanziata in conferimenti a titolo di capitale, di strumenti ibridi di capitalizzazione o di semplice debito non garantito.

Si eviterà così, in sostanza, la pratica della “privatizzazione dei profitti” e “nazionalizzazione delle perdite” che tanta parte ha avuto nella storia economica italiana degli ultimi 40 anni e, duole dirlo, di quella europea degli ultimi 10.

Se da un lato va riconosciuto come, di fronte alle potenziali esplosive conseguenze economiche e sociali della crisi, fosse davvero difficile prendere decisioni diverse da quelle di un pieno supporto del sistema bancario, dall’altro non si può non ammettere come – in ultima analisi – il costo della crisi sia stato prevalentemente affrontato dagli stati nazionali, in maniera diretta o mediata e, quindi, in sostanza, dai cittadini, che hanno visto aumentare anche in maniera sensibile la fiscalità generale.

L’ultima notazione che mi preme fare riguarda l’ampia diffusione, tra i privati investitori italiani, di obbligazioni subordinate, a volte classate dalle banche stesse sulla propria clientela senza un’adeguata informazione in merito ai rischi diversi ed ulteriori rispetto alle obbligazioni senior, e, a volte, nemmeno quotati sui circuiti di negoziazione telematica di titoli di debito (TLX, MOT, HiMTF, Euronext, principalmente).

Tali strumenti, specie quelli della categoria denominata “Tier 1″, per quanto abbiano una forma simile alle obbligazioni senior, sono giuridicamente e tecnicamente diversi  dagli stessi e costituiscono, per l’appunto, strumenti ibridi di capitalizzazione, sensibilmente più rischiosi degli altri titoli di debito. Sarebbe consigliabile un’attenta analisi del proprio portafoglio titoli per verificare che all’assunzione di tale rischio ulteriore (che sussiste anche per gli strumenti denominati “Upper Tier 2″ e “Lower Tier 2″ corrisponda un rendimento convenientemente superiore.

 

 

 

La riforma del senato

Negli ultimi giorni il dibattito politico sembra essersi concentrato sulla riforma del Senato, di recente approvata dal Consiglio dei Ministri e sulla quale un pò tutti (leader di partito, esperti costituzionalisti, giornalisti, baristi e camionisti) sembrano avere un’opinione ben chiara.

Io, forse perché sono abituato a giudicare i fatti e non gli annunci, queste certezze non le ho davvero.

Innanzitutto per il metodo; Renzi sembra porre infatti un aut aut: o si fa la riforma del Senato o vado a casa. D’istinto, sarei tentato di spiegargli come fare a prendere la A1 per Firenze dal centro di Roma. Ma bisogna essere seri e costruttivi ed allora cominciamo col dire che non è certo questa la maniera di procedere in democrazia. Chi ha il privilegio e l’onere di esercitare la difficile arte della gestione della cosa pubblica deve sapere che all’azione (o meglio, all’annuncio di future azioni) bisogna far precedere un’attenta analisi dei problemi e delle conseguenze – spesso mediate e a volte di non facile comprensione – che un decisionismo frettoloso può determinare. Questa ostentata “velocità” può portarci a sbattere contro il primo muro se non si valuta preliminarmente il percorso e gli ostacoli che si potrebbero incontrare.

Chi mi conosce sa bene come io non sia un berlusconiano, ma ciò nondimeno ho ben compreso le motivazioni che hanno portato Renzi a confrontarsi con Berlusconi nella veste, come avrebbe detto Veltroni un po di tempo fa, di “principale esponente dello schieramento a noi avverso”.

E, per chiudere il cerchio sui presupposti di base e sulle motivazioni che hanno spinto Renzi a muoversi in questa direzione, sono anche assolutamente in linea con capo del Governo sulla necessità da un lato di tagliare i costi della politica e dall’altro di snellire i processi  legislativi stessi, col superamento del bicameralismo perfetto che, lo si deve chiarire, non ha riscontri in altri Paesi evoluti.

Fin qui tutto bene; l’obiettivo è chiaro e la metodologia è corretta, si deve cercare un’ampia maggioranza parlamentare che approvi una riforma che modifica sostanzialmente il nostro assetto costituzionale senza contrapposizioni partitiche  e nella ricerca di una maggiore efficienza dei meccanismi politici.

Ma qui cominciano i distinguo. Come si fa ad annunciare una dettagliata riforma senza aver prima verificato da un lato la sussistenza dell’accordo dell’opposizione sul merito della misura e dall’altro senza lasciare al Parlamento, organo legislativo sovrano, la possibilità di discutere e, se del caso, modificare il testo stesso? E, ancora, nel dettaglio, come si può fornire alla stampa ed all’opinione pubblica un testo di riforma tanto incompleto, contraddittorio e, lasciatemelo dire, dilettantistico?

E, infine, come si può pensare che l’opinione pubblica stessa abbia una memoria così corta da non ricordare le roboanti promesse di riduzioni dei costi della politica (si parlava di un miliardo…) che sarebbero discesi dal combinato effetto di abolizione delle Province e del Senato? E’ ovvio che un risparmio anche solo di una manciata di milioni nella folle spesa pubblica italiana sia un bene, ma va preservata una coerenza di fondo tra gli annunci propagandistici e la realtà dei fatti, altrimenti si torna al “Milione di posti di lavoro” di berlusconiana memoria..

Le contraddizioni e le illogicità del testo sono state già evidenziate da osservatori più autorevoli di me e voglio qui ricordare brevemente solo le più macroscopiche: la non coincidenza temporale delle elezioni locali determinerebbe una composizione del Senato fluida, con uscite ed ingressi che si succederebbero frenetici, causando da un lato l’impossibilità di una continuità di azione dell’organismo e dall’altro l’impossibilità del formarsi di maggioranze stabili; la distribuzione geografica dei seggi non differenziata per la popolazione degli ambiti territoriali di riferimento causerebbe una sovra-rappresentazione delle piccole regioni ed una sotto-rappresentazione delle maggiori, in totale dispregio non solo della logica ma anche del rispetto del dettato costituzionale; la circolarità tra l’elezione di un numero considerevole di membri da parte del Presidente della Repubblica  e la loro partecipazione all’elezione del Presidente stesso (soprattutto dopo l’attribuzione di un secondo mandato a Napolitano), la natura consultiva del nuovo Senato stesso, che lo renderebbe pletorico e, in termini relativi, più costoso del vecchio Senato in raffronto all’effettiva capacità di incidere sui processi politici, il mantenimento della struttura amministrativa di supporto allo stesso che di fatto vanificherebbe la gran parte dei risparmi, che si limiterebbero sostanzialmente alle indennità dei 315 senatori.. Potrei continuare.

Detto questo, e volendo essere costruttivi, va chiarito come i punti fondanti della riforma, quelli ritenuti non modificabili (non elettività, nessuna retribuzione, nessun coinvolgimento nel voto di fiducia e nell’approvazione della legge di bilancio) sono più o meno condivisibili; perché, dunque lasciarsi andare a vuote manifestazioni di muscolarità quando si poteva presentare una riforma più ragionata ed aperta a contributi parlamentari? Il dubbio è che Renzi ed i suoi vogliano in qualche modo far prevalere i mezzi sui fini, privilegiando operazioni di marketing elettorale (che avrebbero una valenza anche all’interno del partito, ancora tutto da conquistare) all’effettivo paziente perseguimento di obiettivi di ampio respiro e di duraturo beneficio collettivo. E su questo non sono d’accordo.