Fabrizio Capanna Financial Times

Ad un osservatore italiano, la lettura del recente ed interessante articolo del Financial Times sul nostro sistema bancario (http://www.ft.com/intl/cms/s/0/1af64296-a2f7-11e3-ba21-00144feab7de.html#axzz2vbH2riFj) suscita diverse considerazioni e molti dubbi.

Primo commento: sul campo delle relazioni industriali, sono ormai anni che si perpetra un gioco al massacro con valutazioni terroristiche relativamente al numero degli esuberi, ora stimati in 15.000, ora in 20.000 ed ora addirittura in 30.000 rispetto al totale degli impiegati nel comparto, attualmente 310.000. Bene, Paesi simili a noi per Prodotto Interno Lordo e per Popolazione, come Inghilterra e Francia, ne hanno rispettivamente 454.000 e 416.000, smentendo così, in maniera palmare la teoria che la ricerca dell’efficienza e della crescita vadano realizzate attraverso la mera riduzione del personale. Lo stesso numero delle Banche, incluse le Cooperative, non differisce troppo fortemente tra la Francia e l’Italia (623 contro 694), ciò che cambia è invece il raccordo operativo tra le banche minori, maggiore in Francia che in Italia, nonostante la sensibile crescita del controllo dell’ICCREA sul settore cooperativo negli ultimi lustri. In Inghilterra invece, la situazione è fortemente diversa, per ragioni storiche e per la  centralità del mercato all’ingrosso dei capitali rispetto all’attività di retail banking.

Ciò che cambia sono le dimensioni degli attivi che, a livello di sistema, sono più che doppi in Francia ed Inghilterra rispetto all’Italia. Ancora una volta ci fronteggiamo col nanismo imprenditoriale italiano, questa volta applicato al sistema creditizio, fortemente ed indissolubilmente collegato alle tradizioni territoriali locali, anche imprenditoriali.

La migliore capacità nell’allocazione del credito, spesso richiamata come vantaggio derivante della prossimità al cliente/prenditore per la banca minore rispetto alla maggiore, non sembra aver preservato, specie in tempi recenti, le piccole banche dal progressivo deterioramento degli attivi, che ha portato la percentuale dei crediti non performing a livelli molto preoccupanti. Le ricapitalizzazioni (lanciate da alcuni, programmate da molti e necessarie  quasi per tutti) si trovano a fronteggiare la scarsa propensione al rischio degli investitori e sono probabilmente complessivamente sovradimensionate (una ventina di miliardi) rispetto alle possibilità di ricezione del mercato domestico. Potrebbe quindi consolidarsi il processo, già in atto, di progressiva acquisizione di asset bancari italiani da parte di istituzioni estere anche se, in qualche modo, la natura giuridica delle banche popolari e di credito cooperativo pone qualche freno al processo.

Come quadrare il cerchio? Non certo col supporto pubblico (pessima l’idea della bad bank pubblica per liberare gli attivi delle banche, ancora peggiore la prospettiva di una crescita ulteriore della già debordante Cassa Depositi e Prestiti) ma, al contrario, con un profondo rinnovamento delle pratiche manageriali interne, con una netta cesura degli incestuosi rapporti con la politica e con ragionate operazioni di fusione, specie in ambiti territoriali contigui. Infine, con una nuova attenzione alla gestione finanziaria ed una più rilevante presenza nelle attività di Finanza Mobiliare che sono il naturale compendio dell’attività di banca ordinaria, a dispetto dell’attuale “vulgata” relativa alla necessità di una riduzione della stessa.