Matteo Renzi Fabrizio Capanna

Non vorrei sembrare ipercritico nei confronti del nostro primo ministro od essere tacciato di un cronico e patologico atteggiamento antigovernativo (peraltro difficilmente evitabile nel recente passato, specie durante il tragico periodo Berlusconiano), ma davvero continuo a non condividere l’entusiasmo che il giovane premier sta riscuotendo anche tra persone a me molto vicine culturalmente e politicamente.

Il nostro ceto politico continua a dare pessima mostra di se stesso: la settimana appena passata ha visto i lavori parlamentari sostanzialmente bloccati dalle ripetute votazioni per l’elezione dei membri della Corte Costituzionale e del CSM, peraltro ancora in stallo. Frenetiche consultazioni tra alleati e pseudo-rivali, liti interne ai partiti, prese di posizione tattiche e veti incrociati hanno impegnato allo stremo i nostri strapagati rappresentanti in un momento nel quale, a mio sommesso avviso, il focus del Governo e del Parlamento sarebbe dovuto essere centrato sull’emergenza economica e sulla delicata situazione geo-politica, che ben altra priorità rivestono non solo agli occhi degli elettori ma anche di quelli – e non è irrilevante – degli osservatori internazionali.

Tralasciando – per carità di patria – un approfondimento della nostra politica estera degli ultimi anni, vorrei concentrarmi un attimo sull’emergenza economica, che torna alla ribalta ogni qual volta viene diffuso un dato ufficiale che, come spesso sembra accadere di recente, smentisce le ripetute e roboanti affermazioni del governo Renzi in merito all’ipotetico “agganciamento della ripresa”.

Appena ciò accade si è immediatamente sottoposti al fuoco di fila mediatico di ministri, parlamentari e pseudo-esperti che lamentano come causa della mancata crescita il “rigore nordico” e invocano una forte presa di posizione in sede europea a favore della “flessibilità”, che è diventata ormai un mantra irrinunciabile per chiunque debba affrontare temi di finanza pubblica.

Di recente, con un sottile sarcasmo, un ministro tedesco ha sottolineato come “se bastasse fare debiti per crescere l’Italia sarebbe campione di crescita”; il punto è proprio questo: come può chi ha dissanguato il Paese con deficit improduttivi costruiti per l’acquisizione di consenso clientelare, per il proprio personale disonesto tornaconto o per la scarsa cura del bene pubblico, invocare ora un ritorno ai tempi della “spesa facile”, soluzione – ad avviso di molti – di ogni problema?

La spesa pubblica italiana al netto del servizio del debito sfiora gli 800 miliardi di euro l’anno; va ridotta in termini assoluti ma anche – e direi, soprattutto, – rimodellata nella sua composizione con una continua ricerca dell’efficienza nella gestione della spesa corrente ed un progressivo incremento nella componente afferente gli investimenti infrastrutturali. Nel contempo, in parallelo con questo processo, vanno attuati uno smobilizzo degli asset pubblici volto alla riduzione dello stock del debito ed una progressiva riduzione della pressione fiscale su impresa e lavoro finanziata con i risparmi di spesa che riverranno dal consolidamento del minor onere sul debito (la vita media del nostro debito è superiore ai 6 anni e quindi gli effetti della diminuzione dello spread si vedranno solo col tempo) e dai citati risparmi sulla spesa corrente.

Il tutto senza perdere di vista il tanto vituperato “rigore” che, al di là di ogni tentazione populista, deve al contrario essere la stella polare della guida politica di un Paese come il nostro, fortemente indebitato.

Caro Renzi, in un Paese con tassi di crescita tristemente infinitesimali e tassi di disoccupazione tragicamente alti, sono queste le priorità. Le nomine degli alti papaveri di Stato possono attendere, come il Paradiso del celebre film…

 

 

 

 

 

 

 

Fabrizio Capanna AF - Il rapporto banca - Industria

La Nuova legge bancaria e l’evoluzione del rapporto banca – industria; servizi finanziari e consulenza

Fabrizio Capanna

da AF numero 15,  Terzo Trimestre 1994

 

Il presente lavoro sarà articolato in due sezioni: nella prima esporrò sinteticamente la genesi e le linee fondamentali della nuova legge bancaria; nella seconda, più ampia, tratterò invece dei riflessi che la legge stessa, congiuntamente alle altre recenti disposizioni in materia finanziaria e creditizia, potrà avere sui rapporti operativi tra banche ed industrie.

 

La Nuova Legge Bancaria

 

Negli ultimi anni si è potuto assistere ad una vera e propria rivoluzione dei mercati finanziari internazionali; le ragioni di tale processo risiedono, a mio avviso, in un clima politico complessivamente più disteso, nello sviluppo dei mezzi di trasporto e nel conseguente processo di internazionalizzazione degli scambi commerciali.

L’insieme di tali fenomeni, congiuntamente al rapidissimi sviluppo dell’informatica, ha determinato la nascita di mercati finanziari transnazionali (quale, ad esempio, l’Euromercato), di operatori “globali” e di nuovi prodotti finanziari, quali i derivati.

Le legislazioni nazionali, alcune delle quali erano ormai vecchie di decenni, risultavano così assolutamente inadatte al raggiungimento degli scopi cui erano volte e spesso completamente disarticolate a livello internazionale; ciò determinava due effetti immediati: da un alto, infatti, l’operatività internazionale sui prodotti innovativi risultava non regolamentata e, dall’altro, sugli strumenti tradizionali si venivano a creare situazioni giuridiche di difficile interpretazione per il sovrapporsi di norme non compatibili l’una con l’altra.

A livello internazionale si è quindi necessariamente dovuto provvedere ad un rapido processo di ridefinizione delle normative in materia di mercati mobiliari e creditizi, volto, in buona sostanza, a deregolamentare alcuni segmenti di mercato ed a sostituire normative ormai obsolete in altri.

A livello europeo, poi, i problemi erano ancora maggiori; con il Trattato di Roma del 1957 si era infatti già auspicata la realizzazione di un mercato comune all’interno della comunità degli Stati membri; per quanto concerne la materia in oggetto ciò presupponeva, però, una completa armonizzazione delle legislazioni vigenti, al fine di poter permettere l’effettiva applicazione dei concetti cardine dell’integrazione, il principio di libero stabilimento ed il principio di libera prestazione di servizi.

Com’è noto, però, gli assetti giuridici del settore creditizio presentavano protende e difficilmente sanabili asimmetrie; la via scelta, quindi, dopo un lungo periodo di indecisione – concluso nel 1985 con la pubblicazione del celebre “Libro Bianco” – fu di non spingersi oltre sulla via dell’armonizzazione legislativa ma, al contrario, di perseguire l’ottica del cosiddetto “Principio del Mutuo Riconoscimento”.

In sostanza si riteneva conveniente autorizzare gli enti creditizi dei Paesi membri ad operar in tutti gli Stati della Comunità secondo le regole del proprio paese di origine. Si pensava infatti che si sarebbe così realizzata una sorta di benefica “Concorrenza tra norme” in seguito alla quale le legislazioni più vincolanti e meno efficienti per il mercato si sarebbero dovute adeguare alle altre onde non spiazzare completamente gli intermediari nazionali rispetto a quelli esteri.

Per il nostro paese questo mutamento di rotta rappresentava un impegno non indifferente perché presupponeva il passaggio da un regime tipicamente dirigista ad uno più orientato al mercato, nel quale l’attività bancaria riassumesse quel ruolo imprenditoriale che la Legge Bancaria del 1936 aveva in qualche modo compresso in un vincolante sistema di controlli amministrativi ed in una complessa ramificazione di interessi pubblicistici.

Il nostro sistema bancario presentava infatti diversi punti di debolezza nei confronti delle altre realtà europee, tra i quali vanno ricordati.

- il numero eccessivo di istituzioni creditizie, caratterizzate, tra l’altro, da livelli dimensionali non soddisfacenti,

- una marcata specializzazione operativa, sia a livello settoriale (aziende a breve termine, mobiliari, fondiar, agrari, etc..) sia territoriale;

- una complessa differenziazione per categoria giuridica all’interno del sistema, spesso non rispondente ad effettive differenziazioni operative;

- una insufficiente vocazione all’attività all’estero;

- un’alta percentuale di banche facenti capo all’area pubblica, complessivamente intesa;

- assetti organizzativi poco funzionali ed alti costi del personale.

Pur non volendo assumere toni trionfalistici, va riconosciuto che la nuova normativa, approvata con D.L.385/1993, ha risolto molti di tali problemi, o meglio ha creato un quadro normativo che consente la soluzione degli stessi, recependo in maniera completa i più recenti orientamenti comunitari.

La legge, all’articolo 1, dopo una serie di chiarimenti definitori, individua i settori di “attività bancaria” ammessi al mutuo riconoscimento; l’elenco è molto ampio e copre in maniera praticamente completa tutti i segmenti dell’attività finanziaria e creditizia, ivi compresi anche quelli dell’intermediazione mobiliare, del leasing, del factoring, del merchant banking e del credito al consumo.

Questa norma è stata da molti interpretata come l’introduzione nel nostro ordinamento del sistema della cosiddetta “Universal Bank” tedesca (la banca universale con connotati “misti), contrapposto, nella letteratura, al sistema “inglese” (prevalenza di banche specializzate aggregate in gruppi creditizi ed orientamento “al mercato” dell’attività finanziaria).

Prescindendo da un’analisi approfondita dei due sistemi, che verrà comunque parzialmente affrontata nella seconda parte di questo lavoro in quanto più direttamente collegata al rapporto banca / industria, va chiarito che la norma in parola, lungi dall’imporre questo o quel modello, ha semplicemente consentito la creazione nel nostro Paese di intermediari polifunzionali, oltreché, come era nella nostra tradizione, specializzati; sarà poi il mercato ad imporre l’uno o l’altro modello o, più probabilmente, una dinamica compresenza di entrambi, così come peraltro avviene in Germania.

Sono state inoltre riscritte, agli articoli 2-9 (Titolo I) e 51-69 (Titolo III), le norme fondamentali relative alla Vigilanza da parte delle autorità creditizie, CICR, Ministero del Tesoro e Banca d’Italia e sono stati individuati gli ambiti di interazione con CONSOB ed ISVAP. Il Titolo II (articoli 10-50) tratta in maniera particolareggiata delle banche e dell’attività bancaria in senso lato, come già specificato.

Il Testo Unico, raccordando leggi, regolamenti ed istruzioni di Vigilanza già emanate, elimina ogni sorta di specializzazione temporale e territoriale nell’erogazione del credito e nella raccolta del risparmio, ferma restando la Vigilanza prudenziale della Banca d’Italia per il rispetto dei coefficienti di patrimonializzazione ed un attento monitoraggio della gestione del rischio di cambio e di interesse. Semplificate risultano anche le procedure di autorizzazione alla creazione di nuove banche ed all’apertura di succursali.

Le uniche particolari categorie giuridiche di banche preservate dalla nuova normativa risultano essere le banche popolari e le banche di credito cooperativo (ex casse rurali ed artigiane).

Il Titolo IV (articoli 70-105) tratta della disciplina delle crisi e non risulta, quindi, particolarmente rilevante ai fini della nostra analisi, così come pure i titoli V (articoli 106-114, “Soggetti operanti nel settore finanziario”), il Titolo VI (articoli 115-128, “Trasparenza delle condizioni contrattuali”), il Titolo VIII (articoli 130-145, “Sanzioni”) ed il Titolo IX (articoli 146-162, “Disposizioni transitorie e finali”).

Molto rilevante per il mondo industriale è, al contrario, il Titolo VII, formato dal solo articolo 129; norma periferica rispetto alla disciplina del sistema bancario e creditizio e, come tale, inserito nel Titolo in questione, intestato “Altro Controlli”, risulta inveì norma di grande importanza per il diritto dell’impresa e del mercato mobiliare, regolando, in sostanza, le emissioni di titoli di debito da parte delle imprese. Ai fini di una migliore rappresentazione logico-concettuale dei problemi, l’analisi di tale articolo sarà svolta nella seconda parte della trattazione.

 

Il rapporto banca / industria

 

Nella seconda parte di questo lavoro affronterò in maniera dettagliata, anche se probabilmente non  esaustiva – vista l’ampiezza dell’argomento – le problematiche relative ai rapporti tra banche ed industrie, così come verranno presumibilmente  a configurarsi in relazione al nuovo quadro legislativo creditizio del nostro Paese ed alla progressiva ed auspicabile maggiore integrazione dei mercati finanziari europei.

La struttura del passivo delle imprese italiane è storicamente imperniata sul credito bancario a breve termine, con rapporti di leverage piuttosto alti; la quota di capitale di rischio risulta poi, oltreché non alta in termini assoluti, anche sensibilmente illiquida, soprattutto per le imprese di minori dimensioni, la proprietà delle quali è sostanzialmente appannaggio della famiglia dell’imprenditore ed in quanto tale non smobilizzabile, se non frazionalmente.

Com’è noto, una struttura finanziaria di questo tipo configura una situazione piuttosto marcata di rischio/opportunità per l’impresa, ampliando sensibilmente la variabilità del reddito netto d’esercizio.

Infatti, sino a che il tasso di redditività operativa si mantiene al di sopra di quello di indebitamento, il leverage opera in maniera positiva sulla redditività complessiva, ma una variazione dei tassi di interesse di mercato – specie in presenza di debiti prevalentemente a breve termine, tipicamente più sensibili a dette variazioni – od un’oscillazione del tasso di redditività operativa, hanno effetti tanto più forti quanto maggiore è, appunto, il livello di leverage.

In particolare, sarebbe consigliabile che alcune forme di impiego dei mezzi aziendali fossero finanziate prevalentemente – od integralmente – con capitale di rischio o con capitale di debito a lungo termine, così da consentire un progressivo e fisiologico dispiegarsi, ad esempio, di innovazioni di processo o di prodotto, di penetrazione di nuovi mercati o di ricerca e sviluppo.

La citata esigenza si presenterà poi con particolare urgenza nei prossimi anni, quando i settori produttivi italiani dovranno confrontarsi in maniera completa con la concorrenza europea ed extra-europea.

In Italia l’accesso al mercato del capitale di rischio è stato però riservato in via quasi esclusiva alle imprese di maggiori dimensioni, stante la limitatezza del mercato azionario ed il mancato sviluppo – o la completa assenza – di strumenti di investimento collettivo in valori mobiliari, che nei paesi anglosassoni rappresentano il tipico canale di finanziamento all’iniziativa imprenditoriale, specie nelle fasi di start-up e seed-up.

Per quanto riguarda il reperimento di capitale di debito a medio/lungo termine, che teoricamente si esplica, per le imprese industriali, prevalentemente nell’emissione di obbligazioni (a prescindere da fonti particolari di finanziamento non cartolare quali alcuni crediti industriali, agevolati e non e ipotecari), basti ricordare come nel 1993 il totale delle obbligazioni emesse da imprese non bancarie era pari solo al 2,1% del totale dell’indebitamento.

I limiti normativi alle partecipazioni azionarie delle banche nelle industrie, in ottemperanza al principio della “separatezza” tra banca ed industria, sancito dalla legge bancaria del 1936, hanno impedito lo sviluppo di un sistema che, come avviene ad esempio in Germania, individua nel settore del credito il tramite ottimale per i processi di indirizzo del risparmio privato verso il sistema produttivo. Colà si ritiene infatti che le banche debbano esercitare un ruolo attivo nel sistema economico, assumendo partecipazioni dirette nelle imprese ed intervenendo in maniera decisa anche nella gestione delle stesse. I vantaggi di un tale sistema verrebbero avvertiti tanto dal sistema bancario che da quello produttivo. La figura della banca mista e polifunzionale dovrebbe infatti poter dar prova di una maggiore efficacia nel sostegno dello sviluppo e della stabilità dell’impresa in virtù della molteplicità dei rapporti con l’impresa finanziata, rapporti che potrebbero culminare nella compartecipazione alla gestione tramite l’inserimento di manager bancari nei Consigli di Amministrazione delle imprese partecipate.

Verrebbe così superato il problema, sul quale tanta parte della corrente letteratura tende a soffermarsi, della cosiddetta “asimmetria informativa”, concetto con il quale si intende l’oggettiva impossibilità da parte di soggetti esterni all’impresa di valutare correttamente il merito di credito dell’impresa finanziata, per mancanza di elementi che sono per loro natura riservati e che quindi non vengono diffusi con le usuali forme di pubblicità – tipicamente i bilanci – anche per evitare che se ne appropri la concorrenza.

La banca mista, alternando erogazioni di crediti a breve e lungo termine, classando a terzi titoli della società ed acquisendo partecipazioni azionarie (per la stabile detenzione o per il successivo smobilizzo) potrebbe svolgere una fondamentale funzione anticiclica e di supporto alla ripresa economica, superando lo short-termism tipico dei sistemi, quali quello inglese, orientati ai mercati piuttosto che agli intermediari, che tendono invece a “subire” il ciclo e, spesso, ad accentuarlo nei momenti più critici.

La teoria segnala l’esistenza di due rischi per un sistema basato sulla banca mista: in primo luogo la possibilità del verificarsi di fenomeni di “razionamento del credito” nei confronti delle imprese concorrenti delle partecipate ed in secondo luogo la possibilità che eventuali crisi del sistema produttivo possano ribaltarsi direttamente su quello creditizio, generando pericolose reazioni a catena che potrebbero minare alla radice la stabilità economica dell’intera nazione.

Per quanto concerne il primo die due fenomeni citati, le analisi empiriche effettuate nei Paesi nei quali vige tale sistema tendono ad escludere, di fatto, questa possibilità. Per il secondo, che evoca, nel nostro Paese, i fantasmi della crisi del primo dopoguerra, va ricordato come i sistemi di Vigilanza Prudenziale attualmente in essere (tanto in Italia quanto all’estero) siano dotati di strumenti molto efficaci per il controllo delle potenziali situazioni patologiche di rischio assente dalle banche, sia per quanto riguardo il rischio di cambio e di tasso sia per quanto riguarda l’entità delle immobilizzazioni del capitale.

Altra caratteristica che si è andata sviluppando nei Paesi dell’area tedesca è stato il rapporto di “Haus Bank” (Main-Bank nella terminologia anglofona – il termine non è stato tradotto in italiano-) tra impresa e banca. Per “Haus Bank” si intende la creazione di un rapporto tendenzialmente esclusivo e sicuramente privilegiato tra banca ed impresa affidata (e spesso partecipata), che mira a risolvere tutte le problematiche finanziarie dell’azienda, ivi comprese la consulenza e la gestione di eventuali contatti con altre entità finanziarie specializzate in comparti non coperti dall’attività dell’Haus Bank (ad esempio, i mercati finanziari).Questo tipo di rapporto sussiste ad ogni livello dimensionale, con le banche maggiori che, com’è ovvio, sono partner delle imprese maggiori, le medie delle medie e così via.

Nel nostro Paese, al contrario, il rapporto banca / impresa è vissuto fondamentalmente sull’apporto da parte della prima di credito a breve termine e sulla compresenza di una pluralità di rapporti (uno studio recente ne indicava mediamente 15 per ogni impresa); tale approccio, indicato in letteratura con il termine “Multibanking”, oltre che dalla specializzazione giuridica degli enti creditizi italiani – per la quale la stessa impresa era costretta ad intrattenere rapporti con più di una istituzione – veniva anche deliberatamente ricercato dalla gran parte delle imprese, che ritenevano così di realizzare una sorta di “shopping bancario”, attivando tempo per tempo finanziamenti con le banche che di volta in volta offrivano le condizioni più vantaggiose.

Tra i principali inconvenienti di questo modus operandi si possono indicare:

a) costi amministrativi e di gestione molto più alti e normalmente non direttamente proporzionali al volume delle operazioni poste in essere;

b) maggiore complessità nella gestione della tesoreria;

c) mancato sviluppo di un rapporto più stretto con un’unica banca che, proprio in virtù di tale “preferenza” si preoccupi di supportare l’azienda ani maniera più completa.

Peraltro, come già ampiamente detto, la nuova normativa italiana sembra voler indicare la convenienza ad accentrare tali rapporti, con il pieno dispiegarsi, quindi, da parte della banca, di tutte le funzioni di corporale finance per conto e nell’interesse dell’assistita.

Per quanto concerne le partecipazioni delle banche nel capitale delle imprese, la nuova normativa amplia notevolmente la situazione pre-esistente, consentendo alle banche di assumerne nel rispetto congiunto dei seguenti limiti:

1) il totale delle partecipazioni (anche in imprese del settore finanziario) e degli immobili non può eccedere il Patrimonio di Vigilanza dell’ente creditizio;

2) il totale delle partecipazioni in imprese non finanziarie non può eccedere il 15% del patrimonio di Vigilanza (c.d.”limite complessivo”;

3) il totale delle partecipazioni in imprese di cui al precedente punto 2) non quotate sui mercati regolamentati non può comunque eccedere il 50% del limite sopra indicato;

4) la partecipazione in una singola impresa od il totale delle partecipazioni ad un gruppo di imprese non può eccedere il 3% del Patrimonio di Vigilanza della banca (c.d. “limite di concentrazione”);

5) le partecipazioni in imprese non finanziarie non possono eccedere il limite del 15% del capitale della società partecipata (c.d. “limite di separatezza”);

Vengono poi individuati livelli di patrimonializzazione o di specializzazione dell’attività che consentono alle banche che soddisfino determinati requisiti di ampliare questi limiti in maniera anche sensibile.

Resta naturalmente da verificare l’effettivo interesse per questo segmento di mercato da parte delle banche; c’è infatti chi ritiene che le nostre istituzioni creditizie siano troppo conservatrici ed avverse al rischio per intraprendere un business che richiede skill precisi e sostanzialmente diversi da quelli sino ad oggi espressi dal mondo bancario nazionale; il conferimento di capitale di rischio invece che di credito presuppone infatti una più puntuale stima delle capacità reddituali delle imprese, che dovrà necessariamente spingersi ad analisi prospettiche del mercato ed a valutazioni dei singoli prodotti, superando sia quello che definirei l’”approccio delle garanzie patrimoniali” sia la pratica perversa delle concessioni di fido sulla basse del comportamento delle altre istituzioni.

A questo riguardo lo stimolo può provenire dallo stesso modo imprenditoriale, di norma più reattivo alla novità di quello bancario, con un’azione di rinegoziazione dei rapporti contrattuali in essere con le varie banche ed altre istituzioni finanziarie.

Consentendo la detenzione di quote di partecipazione da parte delle banche, la stessa attività di merchant banking potrà inoltre trovare maggiori opportunità di sviluppo, sia per la possibilità che la stessa sia svolta direttamente dalla banca e non da una controllata, sia per la possibilità di un più agevole smobilizzo delle quote detenute tramite interazione con merchant bank specializzate.

le banche potranno inoltre interagire con le società di gestione dei Fondi Chiusi, introdotte in Italia con la Legge 344/1993, nell’ottica di stimolare la piccola e media impresa finanziandone la crescita dimensionale attraverso le prime difficile fasi di sviluppo.

In definitiva, quindi, la nuova normativa ha creato le condizioni per la realizzazione di un sistema del tipo “alla tedesca”, pur non precludendo gli spazi per operatori specializzati quali, ad esempio, le SIM di collocamento che, in virtù del loro “playing power”, potrebbero svolgere un ruolo fondamentale sui mercati mobiliari, anche con specifico riferimento al collocamento di corporate bond.

E’ facile prevedere infatti un marcato sviluppo di tale comparto, regolato anch’esso, come sopra accennato, dal Testo Unico, oltre che da recenti decreti del CICR.

La materia era in passato regolamentata da un insieme di norme che consentivano alle Autorità Monetarie – in realtà in maniera disarticolata – il più completo controllo dei flussi finanziari originati dall’emissione di valori mobiliari, attribuendo addirittura la possibilità di limitare o vietare le emissioni di valori mobiliari (di qualunque importo se rivolte al pubblico o di importo superiore ai 10 miliardi di lire se effettuate su istituzionali).

L’obiettivo, oltre a quello, esplicitamente enunciato, di tutela del risparmio, era quello di contrastare la disintermediazione bancaria e di non danneggiare i collocamenti del Tesoro.

L’attuale regime è molto più snello e prevede la tonale libertà di emissione di obbligazioni ed altri titoli di debito per prestiti di importo complessivo inferiore ai 10 miliardi di lire, quand’anche destinati al pubblico; per le emissioni di maggiore importo le procedure sono comunque fortemente semplificate.

Il legislatore ha infatti chiaramente ravvisato l’importanza, per un sistema finanziario evoluto, della presenza di emissioni di titoli di debito da parte delle imprese, allo scopo di creare un mercato mobiliare completo e sul quale possano collocarsi, con spread via via maggiori sui governativi – strumenti risk free per definizione – corporale bond di emittenti dagli standing più vari sino addirittura a prefigurare un mercato di junk bond.

In questo senso si pone anche la creazione dei nuovi titoli di debito delle imprese, cambiali finanziarie e certificati di investimento, che dovrebbero soddisfare – nell’ambito della dinamica copertura dei fabbisogni finanziari delle imprese – rispettivamente le necessità di breve e medio termine.

Non si può infine non ricordare l’ormai comune opinione circa la necessità di uno sviluppo dei mercati borsistici per le piccole e medie imprese, integrati a livello nazionale su circuiti telematici; vari sono i progetti allo studio e diversi i soggetti interessati. I risultati non dovrebbero tardare.

E’ ora quindi che il mercato mobiliare complessivamente inteso sfrutti appieno le opportunità fornite dalla normativa, consentendo così il tanto atteso salto di qualità del nostro sistema finanziario e della nostra concezione di finanza d’impresa.

 

La Consulenza alle imprese

 

L’evoluzione dei mercati finanziari unitamente alla maggiore complessità della gestione aziendale hanno posto in primo piano la funzione finanziaria che nelle piccole e medie imprese italiane resta di dominio esclusivo dell’imprenditore in prima persona con i limiti che ne conseguono, in modo particolare con riferimento alla cultura ed alla professionalità.

Il modello attuale di espansione sia nazionale che internazionale implica che le imprese, per poter restare competitive, debbano acquisire tecnologia, penetrare nuovi mercati, investire in ricerca, sfruttare le economie di scale, creare sinergie.

In sintesi, se l’impresa sarà in grado di “fare mercato” otterrà il duplice beneficio di incrementare il fatturato e i margini di profitto. In questa prospettiva le imprese debbono poter trovare nel sistema bancario l’alleato nazionale che, oltre ad assisterle nella ricerca delle fonti di finanziamento più opportune eroghi servizi di consulenza a supporto della funzione finanziaria delle piccole e medie imprese.

Esponiamo un elenco solo esemplificativo dei servizi di consulenza che possono costituire l’offerta da parte delle banche alla propria clientela:

1) controllo periodico dell’andamento economico e finanziario dell’impresa;

2) decidere in concorso con i vertici dell’impresa le politiche generali di sviluppo e di finanza volte al raggiungimento degli obiettivi strategici dell’impresa stessa, tenuto conto del capitale e degli altri condizionamenti ambientali;

3) pianificazione finanziaria a medio e lungo termine;

4) programmazione finanziaria di breve periodo;

5) predisposizione di flussi informativi sulla dinamica finanziaria ed elaborazioni di indicatori empirici per l’analisi finanziaria;

6) fornitura di informazioni tempestive sulle opportunità comparate di approvvigionamento di risorse esterne diversamente caratterizzate per quanto riguarda: la loro natura e i relativi canali e strumenti tecnici; i volumi convenientemente acquisibili; i costi, i tempi e di  modi di utilizzo;

7) analisi dei flussi monetari e del capitale circolante in modo da assicurare all’impresa buone condizioni di efficienza;

8) studio degli effetti dei mutamenti economico-industriali sulla gestione finanziaria d’impresa e ricerca degli opportuni comportamenti attivi e di adattamento di quest’ultima;

9) valutazione e decisioni in ordine ai problemi di natura valutaria, tenuto conto dei condizionamenti monetari e internazionali;

10) valutazione degli investimenti con riguardo ai rendimenti, al rischio ed alla localizzazione;

11) valutazioni e decisioni attinenti alle fusioni, alle acquisizioni, agli scorpori;

12) valutazioni e decisioni finanziarie afferenti alle imprese in fase di difficoltà; ristrutturazioni e piani di risanamento;

13) fornitura di servizi di ottimizzazione fiscale.

Certamente la banca italiana non è sufficientemente attrezzata tecnicamente e culturalmente per svolgere questo importante ruolo nello sviluppo delle piccole e medie imprese, In futuro sarà sempre più decisivo investire in formazione in maniera efficace.

 

Fabrizio Capanna

 

 

N.B. La versione digitale dell’articolo è priva delle note e della bibliografia, disponibili, invece, in quella fisica

 

 

 

 

 

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Come avevo previsto in un recente post (http://fabriziocapanna.com/draghi-ha-il-fucile-carico-lo-usera/), sembra proprio, anche secondo indiscrezioni del Wall Street Journal, che la Bundesbank abbia fornito il suo sofferto assenso alla BCE per quanto concerne una prossima attivazione del QE Europeo.

Sebbene i termini del piano stesso non siano ancora ben definiti (per quanto riguarda, soprattutto, l’entità del programma e la natura dei titoli – non di Stato – soggetti al riacquisto), la sostanza della questione è chiara: allo scopo di ottenere il combinato effetto di sostenere le spinte inflattive e di abbassare alcuni rapporti di cambio dell’euro penalizzanti per l’economia del Continente, la Banca Centrale Europea è pronta ad usare ogni misura, anche non convenzionale.

L’obiettivo ultimo di Draghi è di stimolare l’economia attraverso il combinato effetto di un diretto sostegno alle fonti di finanziamento alle imprese, di un forte stimolo alle banche ad allargare la platea di fruitori del credito, di un calo dei tassi di mercato e, come detto, di un peggioramento relativo del tasso di cambio dell’euro nei confronti, in primis, del dollaro.

Sono dell’idea che questa manovra riuscirà a sostenere lo sviluppo e, nel contempo, contribuirà ad un ulteriore miglioramento  dei coefficienti di finanza pubblica per i Piigs, che beneficeranno non solo del decremento nominale dello stock di debito ma anche di un incremento del numeratore del rapporto.

Naturalmente l’iniezione di moneta sul mercato sarà di supporto per i corsi di tutti gli asset europei, contribuendo al mantenimento dei già alti livelli raggiunti negli scorsi mesi; il problema sarà – in un secondo tempo e sicuramente non prima di 18 mesi da oggi – ricondurre questi valori artificialmente elevati a livelli più consoni, evitando fluttuazioni eccessive al ribasso che potrebbero generare spirali di sfiducia pericolosissime.

Staremo a vedere.

 

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Ormai da diverse settimane ed in ultimo ancora ieri, Draghi ha ribadito di voler mantenere un approccio di attenta vigilanza nei confronti dell’andamento dei mercati, con un occhio particolare non solo all’inflazione (che si mantiene su livelli pericolosamente bassi) ma anche al tasso di cambio dell’euro, che resta alto rispetto a dollaro e yen. Il dato Ifo di ieri (111.2 contro una previsione del 110.7) dovrebbe averlo rassicurato sull’andamento delle aspettative tra gli operatori economici, come anche gli altri dati economici provenienti dall’Europa meridionale.

La ripresa europea sembra dunque consolidarsi, ma i meccanismi di trasmissione della liquidità all’interno dei sistemi economici continentali sembrano aver perso la fluidità necessaria per rafforzare la crescita e consentire i processi di assorbimento della disoccupazione, che permane troppo alta.

La crescita del credito alle imprese (specie in Italia, Francia e Spagna) consentirebbe infatti investimenti ed assunzioni e, rafforzando la ripresa, spingerebbe l’inflazione più prossima al target BCE, compreso tra l’1.5% ed il 2%, risolvendo così nel medio termine il problema dei debiti pubblici della periferia, che beneficerebbero del combinato effetto di incrementi del GDP in termini reali e di diminuzione del debito in termini nominali.

Com’è noto le armi sono principalmente 3 (e non è detto che non vengano usate l’una congiuntamente all’altra):

1) Diminuzione dei tassi ufficiali BCE, che potrebbero anche finire in territorio negativo, disincentivando i depositi delle banche presso la BCE stessa ed attivando circoli virtuosi di finanziamento ai settori produttivi;

2) Un nuovo LTRO (Long Term Refinancing Operation) che vincoli però il finanziamento stesso alla concessione di credito alle imprese;

3) Un acquisto diretto sul mercato, non solo di titoli governativi e corporate, ma anche di ABS, che faciliterebbe lo smobilizzo degli attivi delle banche e migliorerebbe i ratio patrimoniali delle stesse (il che, con l’Asset Quality Review in corso, sarebbe un ulteriore plus).

La domanda che ci si pone è semplice: basteranno gli annunci del potenziale utilizzo di queste misure per ottenere i risultati sperati? In economia, com’è noto, le aspettative giocano un ruolo fondamentale nell’orientare i comportamenti degli operatori economici creando circoli virtuosi o viziosi che si autoalimentano (basti pensare al 2008 ed ai processi di de-leveraging posti in essere dalle maggiori banche internazionali) e che generano ulteriori effetti di secondo livello.

In questo caso, a parere di chi scrive, gli annunci potrebbero avere un effetto opposto, cristallizzando la situazione attuale in attesa dell’effettivo intervento dei banchieri centrali, in assenza di chiarezza in merito allo strumento che verrà utilizzato ed alle concrete modalità di attuazione. I diversi modelli di azione comporterebbero infatti differenti atteggiamenti negli operatori economici interessati, principalmente le grandi banche, sottoposte, peraltro, a diversi gradi di pressione politica all’interno dei rispettivi Stati nazionali.

Converrebbe quindi agire al più presto, magari in più riprese, ma non lasciando in questa contingenza alla “mano invisibile del mercato” la possibilità di pregiudicare le potenzialità di ripresa. D’altra parte, come dimostrano gli eventi del quinquennio 2007/2012, l’interventismo americano sembra aver pagato più dell’attendismo europeo, rotto proprio da Draghi nel dicembre 2011 con il primo LTRO.

 

 

 

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di Fabrizio Capanna e Viridiana Monticelli

da Lettera Assiom, Ottobre 2003, numero 9

Introduzione

La progressiva integrazione dei mercati del reddito fisso europei ha comportato per gli operatori del settore la necessità di una più completa ed accurata comprensione del merito di credito degli emittenti dei vari Paesi quando, sino a non più di qualche anno fa, l’attenzione era centrata quasi esclusivamente sugli emittenti italiani per i quali la conoscenza diretta, la consuetudine di rapporto e, non ultima, una più puntuale “brand name recognition” anche da parte del retail rendevano l’analisi del credito meno complessa.

Con questo articolo che, nella nostre intenzioni, rappresenterebbe il primo di una serie dedicata via via a tutti i Paesi Europei, vorremmo dare qualche indicazione in merito al sistema bancario portoghese, in maniera tale da garantire un primissimo quadro di riferimento a chi volesse valutare l’investimento in titoli emessi da banche di questo Paese.

Allo scopo di facilitare la lettura e la comprensione, abbiamo articolato l’intervento per punti, cercando di dare una visione d’insieme della materia. Lo stesso è stato composto originariamente in inglese e solo in seguito tradotto in italiano; è quindi possibile che la forma finale possa aver risentito  di tale passaggio.

Scenario Macroeconomico

Il Portogallo ha fatto molta strada dal suo ingresso nell’Unione Europea.  Partendo da un reddito medio pro capite pari a circa la metà del livello europeo, è ora prossimo a raggiungere tale livello medio e sembra che non si debba fermare. Dall’ingresso ufficiale nell’Unione Europea, diversi governi hanno giocato la carta della “rincorsa” tramite incrementi della spesa pubblica che, se da un lato hanno consentito tale recupero, dall’altro hanno condotto al drammatico “buco” di bilancio del 2002. Da allora il trend è mutato e la spesa pubblica è stata tagliata notevolmente; non si può comunque escludere che anche per l’anno 2003 il deficit superi il 3% del prodotto interno lordo.

La principale ragione di ciò va ricercata nel fatto che, per tutti gli anni ’90, l’equilibrio di bilancio era stato determinato da forti incrementi delle entrate da ricollegarsi alla sostenuta crescita di quegli anni (più del 3% annuo per tutta la seconda metà degli anni ’90 e sino all’inizio del decennio successivo). I correlati incrementi di spesa sono venuti alla luce solo in corrispondenza del rallentamento del ciclo di crescita, in maniera inaspettata per le autorità portoghesi che non sono quindi riuscite ad evitare di essere messe sul banco degli accusati dalla stessa Unione Europea.

E’ possibile un mercato iberico integrato?

Se facessimo questa domanda agli spagnoli la risposta sarebbe ovviamente positiva, ma dal punto di vista portoghese questo non sembra altrettanto chiaro. Molti portoghesi direbbero “la Spagna è grande 5 volte il Portogallo e sarebbe necessario uno sforzo extra del 20% per conquistarci.. e non sembra che ne siano capaci.. da parte nostra, d’altro canto, lo sforzo sarebbe del 500% e neanche noi pensiamo di farcela..”

In termini di sistema bancario, è solo da pochisismo tempo che gli spagnoli sembrano abbiano fatto dei passi concreti in Portogallo, mentre sino ad oggi gli interessi si erano prevalentemente concentrati sull’America Latina e – parzialmente – sull’Italia con il BBVA che aveva tentato la carta Unicredito qualche tempo fa e il Santander che aveva assecondato le ambizioni internazionali di Mr Botin attraverso il lento incremento delle cointeressenze con il San Paolo IMI.

Il Portogallo è invece rimasto per lungo tempo isolato e nessun grosso investitore internazionale sembrava interessato ad un massiccio ingresso su di un mercato non grande ed all’apparenza non particolarmente ricco.

In seguito al forte calo dei tassi d’interesse determinato dall’entrata nell’Unione Europea ed al conseguente sensibile incremento della spesa dei consumatori, i benefici collegati all’ingresso su questo mercato sono diventati evidenti per diversi operatori europei.

Al contrario va ricordato come tutte le maggiori – ed anche alcune tra le minori – case portoghesi abbiano qualche forma di presenza in Spagna, se non altro nel settore dell’intermediazione mobiliare.

In cosa eccellono le banche portoghesi

Il sistema bancario portoghese può vantare il più efficiente sistema integrato di macchine ATM al mondo. Ma, in sostanza, cosa possono fare queste macchine? In pratica quasi tutto quanto si può fare presso uno sportello bancario, e 24 ore al giorno! Si pososno pagare bollette di utenze, tasse locali, pagare multe, accreditare la scheda del telefono cellulare, e, infine, ritirare del cash! Sono questi i vantaggi dei “late arrival”, che hanno potuto sfruttare da un lato gli sviluppi delle tecnologie informatiche e dall’altro un esemplare raccordo tra tutti gli operatori bancari che hanno investito massiciamente e congiuntamente nel progetto.

Infatti, per creare questo modernissimo network di macchine ATM, più di 30 banche portoghesi hanno concentrato le risorse in una nuova banca dedicata, chiamata Multibanco, circa 20 anni fa.

L’operatore del network, Societade Interbancaria de Servicios (SIBS) ha lo stesso gruppo di azionisti di Multibanco. Tale organizzazione ha consentito alle banche di risparmiare lo sforzo necessario a sviluppare costosi e sofisticati sistemi per battere la concorrenza ed ai consumatori di risparmiare le commisisoni che sarebbero state loro caricate per compensare le spese sostenute da ogni singola banca.

Le banche portoghesi: è possibile un’ulteriore concentrazione?

In un mercato già altamente concentrato, dove le 5 maggiori istituzioni possiedono più del 75% del mercato (misurato in termini di attivi di bilancio), la risposta dipende largamente dalle decisioni del governo in merito allo status giuridico e proprietario dei differenti operatori bancari del prossimo futuro. A far tempo dalla fine della guerra, l’industria bancaria portoghese ha vissuto due successive ondate di cambiamenti proprietari e giuridici, uno di nazionalizzazioni ed uno di privatizzazioni.

Questo sviluppo ha lasciato un sistema disomogeneo, specialmente ai due estremi dimensionali: la Caixa Geral de Depositos, che con circa 68 miliarid di euro di asset è la maggior banca portoghese, è ancora posseduta al 100% dal governo, con il proprio statuto “inciso nella pietra” da un decreto legge del 1800. Sull’altro estremo dimensionale, ci sono 139 Casse Mutue Agricole (140 includendo la Caixa Central de Credito Agricolo Mutuo, l’istituto centrale di categoria9, mentre le altre banche sono private. Il numero delle piccole banche è quindi piuttosto ampio, soprattuto in considerazione del fatto che la popolazione del Portogallo è di circa 10 milioni.

Come può la differente struttura giuridica delle bacnhe influenzare i processi di concentrazione? In sostanza si ritiene che lo Stato usi queste istituzioni pubbliche ed in particolare la Caixa Geral de Depositos per mantenere l’attuale equilibrio del sistema bancario. In effetti il governo ha anche partecipazioni nelle banche private, in maniera tale da far sentire la sua voce in tutti i Consigli di Amministrazione che contano. Inoltre, con un sapiente dosaggio delle partecipazioni, il governo stesso può favorire o disincentivare i processi di concentrazione o di acquisizione, impedendo o rallentando anche l’ingresso di operatori esteri nel sistema. Questo approccio può risultare costoso in termini di iniezioni di capitale da parte del settore pubblico ma va comunque considerato che lo stesso è stato impostato in tempi più ricchi di risorse per le casse pubbliche. La Caixa, in quanto maggiore istituzione bancaria del Paese, se privatizzata dovrebbe essere presumibilmente venduta as un operatore estero e questo non sembra rientri al momento nei piani del governo. Per quanto riguarda le piccole banche mutue agricole e di risparmio, gli statuti ne impediscono l’acquisizione. Non si ritiene quindi che grosse modifiche potranno avvenire negli assetti proprietari, almeno nel prossimo futuro.

Come capire le differenze tra le 5 grandi banche e i special modo tra le “4 B”, BCP, BES, Banco Totta e BPI

La più grande banca del Portogallo, la Caixa Geral de Depositos (Aa3/A+) si distingue immediatamente dalla altre. E’ percepita come un porto sicuro all’interno ed all’esterno del sistema ed anche nei momenti di maggiore crisi può vantare continui incrementi di depositi. Questo, insieme ad alti livelli di profittbailità, ha recentement eportato una delle due agenzie di rating a rivedere il proprio giudizio per un possibile upgrade. La banca ha, come precedentemente detto, un solo azionista, lo Stato portoghese, circa 68 miliardi di euro di total asset ed una posizione di dominio quasi incontrastato in ogni segmento del mercato domestico.

Di recente tale posizione prioritaria è stata messa in discussione dalla seconda maggiore banca nazionale, il Banco Comercial Portugues (A1/A-), che vanta 61 miliardi di euro di total asset e che sembra ormai stabilmente il primo erigatore di crediti garantiti da ipoteca del Paese. Il Banco Comercial è anche caratterizzato da una forte vocazione internazionale, non tanto nell’America Latina, come ci si potrebbe aspettare, quanto nel retail banking domestico in Grecia ed in Polonia. Inoltre il gruppo si è recentemente contraddistinto per l’ormai disciolto progretto di interazione nel settore assicurativo con Eureko.

Il Banco Espirito Santo (A1/A-), conosciuto anche come BES, resta una società a controllo familiare. Infatti, nonostante una forte presenza nell’azionariato del gruppo bancario francese Credit Agricole Indosuez, il BES è rimasto ad oggi saldamente nelle mani della famiglia fondatrice. Il totale dell’attivo della banca è attualmente leggermente superiore ai 40 miliardi di euro. Il BES sta attualmente perseguendo con successo una lenta politica di crescita organica, dopo il fallito tentativo di fusione con BPI di alcuni anni fa. Nell’ambito di tale strategia, una particolare attenzione è stata posta alle attività “fee generating” sia nel settore dell’investment banking che nel retail banking piuttosto che nella pura e semplice espansione del network.

Il Banco Totta & Acores (A2/A-), alias SCH Portogallo, è decisamente la società più aggressiva nelle strategie espansionistiche. La banca sta incrementando il proprio network allo scopo di raggiungere una più larga quota di mercato, attualmente pari a circa l’11%, anche per meglio distribuire i prodotti della capogruppo Santander.

Infine, ma non per questo meno importante, il Banco BPI . Banco Portugues de Investimento – (A2/A-) è con 26 miliardi di total asset la più piccola delle 5 maggiori banche portoghesi. La banca ha avviato l’attività come pura banca di investimento per poi espandersi nel retail banking, prendendo vantaggio dall’ondata di privatizzazioni che ha avuto luogo negli ultimi decenni.

In termini generali va qui rilevato, e non solo con riferimento alle 5 maggiori ma anche alle altre 100 e più istituzioni, come l’esposizione diretta al Sud America sia molto limitata, al contrario di quanto gli storici legami tra il Portogallo e le sue ex colonie possano indurre a pensare. La vera esposizione nei confronti dell’Amrica Latina è solo indiretta, tramite il supporto e l’esposizione del sistema bancario portoghese nei confronti delle realtà industriali nazionali che hanno a loro volta rapporti commerciali con il Brasile e gli altri Paesi dell’America Latina.

Caratteristiche generali delle banche (aggiornate alla fine del 2002) sulla base dei dati di sintesi dellAssociazione Bancaria Portoghese

Le banche portoghesi, in analogia al governo, debbono attualmente fare i conti con il calo dei ricavi dopo il boom degli anni ’90. La chiave di volta sembra essere un attento controllo delle spese. In termini di numero dei dipendenti, a livello sistemico, il numero è diminuito progressivamente dal massimo registarto nel 1997, pari a 60.911, per raggiungere la cifra di 53.623 a fine 2002. Lo stesos può dirsi per il numero degli sportelli, che dopo un picco di 5.238 nel 2000 è ora pari a 5.140. Naturalmente le tendenza opposta si è registrata per il network degli ATM Multibanco, sopra citato, che mantiene un trend ascendente. Nonostante questi sforzi, il “cost to income ratio” a livello di sistema era pari al 58,14% alla fine del 2002, un punto superiore allo stesso valore riferito al 2001.

In termini di revenue, il margine di interesse è costantemente diminuito dal 1997, scendendo dal 2,4% all’attuale 1,9%. Il rapporto tra “fee+trading revenue” e asset finanziari è rimasto invece stabile nel periodo, attorno all’1%. La ratio dei crediti sugli  asset finanziari è del 55%, con un relativo tasso implicito di trasformazione superiore al 100%. La profittabilità in termini assoluti è stata danneggiata sia dalla diminuzione dei margini che dall’aumento degli accantonamenti che ha seguito il rallentamento dell’economia. Il ROA è pari allo 0,54% mentre il ROE è sceso dall’11,38% del 2001 al 9,18% del 2002. Il valore dei NPL è comunque rimasto stabile attorno al 2,2%, buon livello se comparato agli altri stati dell’Unione Europea.

l’attività creditizia è rallentata rispetto agli anni precedenti quasi esclusivamente nel settore del credito al consumo, calato del 2.5% tra il 2001 ed il 2002. Secondo le stime della Banca del Portogallo il credito comunque è cresciuto del 9,6% anno su anno nonostante il forte sviluppo delle securitizzazioni (4,6 miliardi di euro nel 2002). Il totale del credito si è attestato a 161 miliardi di euro nel 2002 di cui 83 miliardi a persone fisiche (78% di questi sono crediti fondiari) e 78 miliardi di euro a persone giuridiche.

Strategie di funding delle banche

Le banche portoghesi sono sempre state attive sul mercato dei capitali. La percentuale di funding effettuato mediante l’emissione di titoli rispetto alla raccolta su clientela è cresciuta però in maniera esponenziale.

A titolo di esempio basti dire che nel 2002 i fondi raccolti su clientela sono aumentati solo dello 0,5% contro un incremento del 12% della raccolta in titoli. Di questi, la gran parte è costituita da debito senior, collocato sia nella forma di piazzamento privato che in quello di emissione pubblica.

Per quanto riguarda la carta subordinata nelle sue varie forme, la Banca del POrtogallo consente l’emissione di quasi ogni forma di debito, dal Tier 1 al Lower Tier 2. Tutte le 5 maggiori banche portoghesi hanno il loro personale approccio strategico al collocamento, con alcune che preferiscono frequenti piccoli piazzamenti mentre altre prediligono collocamenti di maggiore importo, allo scopo di garantire una successiva maggiore liquiditò sugli strumenti. In generale tutti i titoli sono collocati attraverso società controllate domiciliate nelle Cayman Island, per ebvitare la penalizzante “witholding tax” che grava sulle emissioni domestiche.

La possibile prossima rimozione di tale tassa consentirebbe il decollo del mercato domestico, attualmente molto meno vivace di quello italiano o tedesco. Sono anche allos tudio dei progetti volti ad incrementare l’attività in titoli di debito domestici presso le Borse Valori.

Fabrizio Capanna spesa pubblica

Ieri sera ho seguito, per mia fortuna per non più di un’ora, il programma televisivo “Virus”, ben condotto da un irascibile Nicola Porro. Col curiosamente pacato e convincente leghista Tosi e con l’ottimo economista Boldrin a fare da contorno, la star della serata è stato il rappresentante del PD, tale Faraone. Sorvolando in questa sede sulla discutibilissima scelta di presentarsi ad un dibattito televisivo in jeans attillati e mocassini e sulla forte inflessione dialettale, che a volte avrebbe reso necessari i sottotitoli (sentendo parlare il Faraone non riuscivo a non pensare ai villici dei film di Totò) vorrei concentrarmi sui contenuti del “Faraone-pensiero.”

Evitando di rispondere a qualunque domanda postagli dal conduttore, dagli altri ospiti o dal pubblico ma intervenendo in maniera rumorosa e sguaiata ogni volta che qualcun altro prendeva la parola, il Faraone ha espresso questi nobili concetti: 1) non c’è più un governo tecnico e quindi le scelte devono essere solo politiche (ergo, in Italia, demagogiche) 2) dobbiamo farla finita con le politiche di austerità (mamma mia, di nuovo questa banalità, dobbiamo continuare quindi ad avere una spesa pubblica superiore del 4% alla Germania ed alimentare il debito che stiamo caricando sui nostri figli?; 3) le misure non sono state approvate ma è come se lo fossero (perché presentate con delle slide dal primo ministro? Avevo capito si volesse abolire solo il Senato, non la sovranità del Parlamento… 4) dobbiamo puntare i piedi in Europa (e a quale fine?) … Ed altre amenità del genere.

Questo è il partito che dovrebbe rappresentarmi.

Ora, dedicando solo qualche ora allo studio della situazione finanza pubblica italiana ci si accorgerebbe subito che:

a) i nostri livelli di debito pubblico sono tanto alti che non ci consentono nessuna deroga alle regole auree della stabilità economica

b) il fiscal compact ci obbliga comunque – e per il nostro bene – ad un rapido riequilibrio del debito;

c) ogni scelta, oltreché politica, deve NECESSARIAMENTE essere tecnica, per non ricadere nella spirale deficit/debito/incremento degli oneri finanziari;

d) l’ingresso in Europa ha comportato una diminuzione di oltre 8 punti percentuali nell’onere medio sul debito e la possibilità di allungarne la durata media con evidenti immediati e mediati benefici sulla finanza pubblica;

e) la spesa pubblica è attaccabile con relativa facilità, se lo si volesse davvero e se le scelte fossero davvero POLITICHE (e, quindi, di ampio respiro) e non volte solo a creare consenso elettorale di breve termine;

f) le politiche di sviluppo non possono, per noi ed ora, essere finanziate in deficit, ma solo reperendo le risorse con tagli alla spesa;

g) la composizione stessa della spesa è irragionevole e “vecchia” concettualmente; spostamenti nell’allocazione delle risorse a parità di spesa sarebbero molto più produttive dell’asta di qualche auto blu.

E potrei continuare. Consiglio (a Faraone, ma anche a tutti voi) la lettura di un bello studio in materia (di un annetto fa, ma ancora attuale) dell’Istituto Bruno Leoni, http://www.brunoleoni.it/nextpage.aspx?ID=11940&level1=2166&codice=2170.

Sarebbe bene sapere di cosa si parla quando si è in televisione, o no?

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Recente analisi di Fabrizio Capanna sui BTP