Collaborazioni

da Investimenti Finanziari, III/2016

 

I promotori finanziari italiani hanno storicamente individuato come loro cliente naturale i privati investitori, specializzandoci nei servizi alle famiglie. Ciò era giustificato da un lato dalla gamma dei prodotti messi loro a disposizione dalle reti di appartenenza (che di norma erano “tagliati” per le famiglie) e, dall’altro, dall’ingente massa di risparmio non gestito che, specialmente in Italia, era detenuta principalmente dai privati. Negli ultimi anni, a parere di chi scrive, la situazione è fortemente mutata, sia in relazione alla rottura del rapporto di fiducia tra banche ed imprese che ad alcune novità legislative e di mercato. In questo articolo, nato anche dal confronto con alcuni promotori e coordinatori di reti, ci si pone l’obiettivo di evidenziare la convenienza allo sviluppo delle attività di marketing volte ad acquisire alle reti un certo numero di clienti-impresa.

 

L’Italia è un paese di piccole e medie imprese: attualmente sono attive circa 4,3 milioni di imprese che occupano quasi 16 milioni di addetti (11 milioni dei quali dipendenti e 5 milioni, in varia forma, imprenditori). All’interno di questo mondo variegato, che comprende le grandi multinazionali e le minuscole imprese individuali, oltre il 95% delle aziende conta meno di 10 addetti e, in base alla recente normative europea in via di applicazione, sarà in gran parte ricompreso nella nuova categoria delle micro-imprese (1). In termini di valore aggiunto, però, il contributo alla nostra economia è fornito in maniera quasi equivalente dalle piccole imprese (35%), dalle medie (quelle con addetti compresi trai 10 ed il 250, 34%) e dalle grandi (31%).

In termini assoluti, il numero medio di occupati per impresa è pari a 3,7 ed è quindi notevolmente inferiore a quello dei nostri partner europei (Germania 12, Regno Unito 11, Francia 7, dati approssimati).

La differente struttura del nostro sistema industriale, determinata da cause storiche e socio-economiche, dopo aver rappresentato per un lungo periodo un punto di forza della nostra economia (2) risulta ora penalizzante per il sistema paese, in relazione al mutato quadro internazionale ed alla cresciuta competizione globale. La crisi del 2007 ha così colpito in maniera più forte il nostro paese che, a distanza ormai di 9 anni, stenta ancora a risollevarsi, al contrario di quanto abbiano fatto paesi anche a noi vicini (3).

L’altra principale peculiarità del nostro sistema imprenditoriale è data dalla struttura delle fonti di finanziamento, caratterizzandosi per una forte sottocapitalizzazione delle imprese, un massiccio ricorso al debito e da un sostanziale “banco-centrismo”, con le aziende di credito finanziatrici quasi esclusive delle imprese (4).

Infine, la dimensione delle aziende stesse, come sopra evidenziato, ha determinato, nella gran parte dei casi, una struttura organizzativa interna molto scarna, con gli imprenditori che spesso ricoprono in prima persona molti ruoli (ad esempio, quello di Direttore Finanziario e di Responsabile Commerciale) che, fisiologicamente, dovrebbero essere ricoperti da altri soggetti, con competenze specialistiche e ruoli manageriali.

Le imprese italiane si sono quindi presentate alla dura prova della crisi con delle strutture finanziariamente deboli, dimensionalmente ridotte ed organizzativamente inefficienti; l’unico supporto esterno, quello bancario, era proprio al centro della crisi e viveva momenti di forte difficoltà.

L’andamento della concessione del credito alle imprese negli anni in parola ha infatti evidenziato una forte contrazione proprio in un momento nel quale, al contrario, sarebbe stata indispensabile una certa elasticità finanziaria per poter da un lato assorbire un temporaneo calo dei ricavi e, dall’altro, per poter approntare un dinamico piano di rilancio con accorti investimenti in Ricerca & Sviluppo e in azioni di penetrazione commerciale internazionale (5). Per dare un riscontro numerico a tale affermazione, si ricorda che nel quinquennio 2011-2015 il credito del sistema bancario alle imprese si sia ridotto di oltre 90 miliardi di euro, oltre il 10% del totale (fonte Bollettino Statistico della Banca d’Italia).

Si è così spezzato traumaticamente quel delicato rapporto tra banca ed impresa che, in Italia, aveva garantito per decenni crescita e prosperità. Non solo. Negli anni più recenti, le ripetute crisi bancarie, complici anche comportamenti spesso penalmente rilevanti ed eticamente censurabili di alcuni manager bancari, hanno gettato ulteriore discredito sul sistema bancario e determinato una completa sfiducia da parte dei privati e delle imprese nei confronti delle banche stesse.

I casi più eclatanti (quello delle due grandi banche popolari venete, che ha travolto un’intera regione, e quello della banca popolare dell’Etruria, per citarne solo un paio) hanno avuto un riscontro mediatico immenso e sono penetrate a fondo nella coscienza di un paese che, sino ad allora, riteneva la banca un porto sicuro per i propri risparmi.

La sfiducia nella sicurezza e nell’affidabilità delle banche nella protezione e gestione delle riserve di liquidità ha poi avuto di recente una sanzione normativa. La disciplina del “Bail In”, introdotta nel nostro paese a partire dal gennaio 2016 recependo una direttiva europea lungamente discussa e quasi unanimemente approvata in sede comunitaria, impone infatti una puntuale spartizione delle perdite tra tutti gli stakeholder di una banca in caso di dissesto (il cosidetto “Burden Sharing”). Il primo 8% delle perdite sarà infatti assorbito, nell’ordine, da azionisti, obbligazionisti subordinati, obbligazionisti senior e depositanti (per la quota eccedente la tutela del Fondo Interbancario dei Depositi), con una maggior tutela per piccole imprese e privati rispetto alle altre imprese.

Tale disciplina, sulla quale i pareri sono contrastanti ma che, attualmente, è norma di legge, arriva nel momento peggiore per un paese come il nostro che, per anni, ha negato l’esistenza di un problema bancario e che adesso, complici anche le più recenti e stringenti norme sulla valutazione dei crediti in sofferenza, si trova a dover fare i conti con diverse potenziali crisi bancarie di medio livello ed una, conclamata, di grandi dimensioni (quella del Monte dei Paschi di Siena). Le banche italiane hanno infatti livelli assoluti e percentuali di crediti in sofferenza che superano di gran lunga la media europea e che mettono a rischio la sopravvivenza di molte aziende di credito del nostro paese.

A dispetto degli interventi delle autorità bancarie europeee che, specialmente con i recenti TLTRO (Targeted Long Term Refinancing Agreement) (6) hanno tentato di spingere le banche ad utilizzare la liquidità concessa per il finanziamento dell’economia reale dei paesi di riferimento, i canali del credito alle imprese non si sono completamente riaperti, specie nel Centro-Sud. Non solo. La fisiologica detenzione di attività liquide delle imprese sulle banche comincia a destare forti preoccupazioni, in quanto non sufficiente tutelata.

In caso di avvio della procedura di risoluzione di una crisi bancaria secondo le rigide metodologie del Bail In, infatti, i depositi detenuti dalle imprese verrebbero ad essere coinvolti pro quota nel fallimento, in assenza di alcuna possibilità di gestione “politica” o “di sistema” della crisi. L’obiettivo del legislatore comunitario è stato infatti quello di evitare la possibilità di contagio delle crisi bancarie verso il debito sovrano; l’onere delle crisi deve essere sostenuto in primis da tutti i privati portatori di interessi, con un’applicazione puntuale del principio della responsabilità capitalistica.

Giova però ricordare come un’impresa, specie se di dimensioni non modeste, deve necessariamente detenere fondi sulle proprie banche, se non altro per far fronte al tempestivo pagamento di stipendi ai propri dipendenti e di corrispettivi ai propri fornitori; tali giacenze, stante l’attuale normativa, sono a rischio ed un eventuale blocco (o perdita definitiva) delle stesse in caso di crisi bancaria potrebbe risultare esiziale per l’impresa stessa, che si avviterebbe in una crisi di liquidità che, inevitabilmente, diventerebbe economica finanziaria.

Il rating medio del nostro sistema bancario (7) ha subito peraltro un sensibile peggioramento e giustifica, insieme alla preoccupante situazione dei Non Perfoming Loans sopra descritta, i peggiori timori degli imprenditori.

La situazione attuale determina quindi un’eccezionale opportunità per le reti di promotori di emanazione non bancaria o per quelle facenti parte di gruppi internazionali con standing di alto livello, essendo le banche tradizionali poco credibili e sostanzialmente non interessate a sviluppare ulteriori canali di sviluppo del rapporto con le imprese clienti. Molte banche, infatti sono ancora alle prese con problemi di patrimonializzazione e le relative necessità di riduzione della massa degli impieghi mentre tutte, o quasi, debbono risolvere la questione della riduzione del personale e delle filiali, dovendo rispondere ai mutamenti tecnologici ed alla riveniente pletoricità delle loro strutture (e dei relativi costi).

Inoltre, al contrario di quanto accadeva sino a non molto tempo fa, le imprese hanno ora bisogno di un dinamico supporto ai processi di crescita che esuli o che comunque non si riassuma esclusivamente nell’affidamento classico (che pure può far parte delle proposte dei promotori, attraverso una banca del gruppo o banca convenizionata) ma che al contrario venga incontro alle effettive necessità delle aziende.

Un recente studio ha indicato infatti tra le priorità delle imprese, dopo il recupero dei crediti (62.8% di risposte positive), la gestione della liquidità aziendale (58.2%). In effetti, dati statistici evidenziano l’esplodere delle giacenze di liquidità delle imprese, che sono in gran parte detenute su conti correnti bancari e, in misura minore ma pur sempre sensibile, investite in titoli, prevalentemente obbligazionari ma anche azionari (8).

Tale allocazione degli attivi, a volte causata anche dalla necessità di fornire garanzie collaterali su operazioni di finanziamento, determina comunque dei forti rischi per le imprese, sia in virtù della totale assenza di diversificazione degli attivi stessi (con un’inconsapevole forte esposizione al rischio di credito, specie su banche ora meno sicure) sia della inevitabile minore professionalità nel gestire gli investimenti rispetto ad operatori specializzati.

Le reti possono chiaramente fornire al meglio questi prodotti servendo le imprese come già fanno con i privati, potendo poi offrire – direttamente o tramite accordi con parti terze – altri servizi ad alto valore aggiunto pratico e consulenziale, soprattutto in un periodo di trasformazione e di transizione del nostro sistema imprenditoriale. Pensiamo qui non solo alle attività di corporate finance ed M&A generate dal ricambio generazione in atto nel nostro paese ma anche – e soprattutto – a quelle di carattere assicurativo e previdenziale, ai collegati aspetti fiscali e, in sintesi alla consulenza in senso ampio. Le capacità relazionale del promotore finanziario e il sistema retributivo incentivante che, differenziandolo dal bancario, determinano una maggiore spinta motivazionale alla conclusione del business, sono dei vantaggi competititi di non scarso momento che possono essere messi in campo dai promotori rispetto ai bancari.

Inoltre, proprio la più volte citata crisi di fiducia nelle banche tradizionali determina una possibilità unica di penetrazione commerciale; in alcuni ambiti territoriali l’effettiva scomparsa dei maggiori player bancari ha creato un vuoto che le reti potrebbero e dovrebbero colmare, offrendo i propri servizi con l’aggressività commerciale e la snellezza operativa che ne costituiscono storicamente le principali caratteristiche peculiari.

Non va dimenticato che il cliente-impresa, oltre ad avere attività in titoli per importi sensibili (170 miliardi a fine 2015) (9), costituisce un centro focale del nostro sistema economico e, per irradiazione, coinvolge tutta una serie di altri soggetti che potrebbero essere serviti dal promotore che riuscisse ad assumere il ruolo di consulente globale dell’impresa. Ci riferiamo qui, ad esempio, ai soci dell’azienda, ai loro familiari, ai manager, ai professionisti a vario titolo coinvolti e, indirettamente, a clienti e fornitori. E’ tutto un mondo che, ruotando intorno all’impresa, genererà, se approcciato con intelligenza e proattività, ulteriori sviluppi (10). Lo sviluppo di tale comparto non sarà solo premiante in quanto andrebbe a servire un bacino di liquità notevole, ma consentirebbe anche azioni di “Cross Selling” particolarmente interessanti.

Certo, questa finestra di opportunità potrebbe non restare aperta per sempre; lo “spiazzamento” commerciale e strategico del sistema bancario potrebbe essere transitorio e venir risolto, magari, anche attraverso una nuova fase di fusioni trans-frontaliere, peraltro auspicate dall/wpe autorità europee che, proprio a tal fine, hanno spinto l’acceleratore sul processo di Unione Bancaria, in fase di avanzata realizzazione.

I principali punti di forza competitiva delle reti (specializzazione ed efficienza nella gestione del risparmio, storica solidità ed estraneità alla crisi del sistema bancario) potrebbero essere così fortemente indeboliti dall’ingresso sul mercato di altri operatori esteri che, supportando patrimonialmente e professionalmente le realtà bancarie italiane, determinerebbero la scomparsa di tale eccezionale vantaggio competitivo.

Uno dei punti di criticità di queste argomentazioni è rappresentato dalla non perfetta conoscenza delle logiche e del linguaggio della finanza d’impresa da parte della gran parte dei promotori finanziari che sono tradizionalmente più esperti nelle problematiche della finanza mobiliare. Per quanto l’effettivo apporto consulenziale si svolgerà proprio sul comparto degli investimenti mentre sugli altri segmenti l’attività sarà di norma svolta insieme a specialisti del settore, pure è indispensabile che si sviluppino tra i promotori almeno delle conoscenze di base in finanza d’impresa, così da poter da un lato presentarsi all’interazione col cliente con uno standing tecnico-professionale di un certo livello e, dall’altro, per poter sviluppare quella sensibilità alle problematiche del segmento che consente, tempo per tempo, di individuare le soluzioni più corrette nella gestione dell’attivo e passivo aziendale e di supportare i processi decisionali dell’imprenditore.

Tale formazione di base potrebbe infatti essere convenientemente acquisita in tempi ragionevolmente brevi o attraverso corsi di specializzazione o, con il ricorso all’utilizzo di consulenti esterni da affiancare ai promotori nell’approccio ai clienti imprenditori, specie quelli che conducono imprese articolate territorialmente o strutturalmente.

In ogni caso, la tempestività nelle azioni di marketing è chiaramente la chiave nel successo delle strategie di acquisizioni di quote di un mercato che, potenzialmente, potrebbe far crescere le masse gestite di percentuali a doppia cifra in brevissimo termine. Sono molte infatti le reti che – non rappresentando direttamente una realtà bancaria – possono ambire a conquistare tali clienti, ma saranno solo le più rapide nel riposizionamento commerciale a goderne appieno.

 

Fabrizio Capanna

 

NOTE

(1)  Il Decreto 139/2015, emanato recependo la Direttiva 34/2013/UE ha introdotto una partizione delle imprese a livello europeo, definita attraverso 3 parametri oggettivi, superando 2 dei quali si ricade nella categoria superiore. I criteri sono: a) per le Micro Imprese, un numero di dipendenti inferiore a 5, uno Stato Patrimoniale minore di 175.000 euro e ricavi da vendite e/o prestazioni inferiori a 350.000; b) per le Piccole Imprese, un numero di dipendenti inferiori a 50, uno Stato Patrimonale inferiore a 4.400.000 euro e ricavi da vendite e/o prestazioni inferiori a 8.800.000; c) tutte le altre, residualmente, saranno Grandi Imprese. Sono previsti obblighi amministrativi e contabili via via superiori al crescere della categoria di appartenenza, sgravando così le Micro Imprese da oneri formali penalizzanti rispetto alla modesta attività aziendale.

(2)  Le nostre piccole imprese, dinamiche e snelle, hanno goduto per molti anni della sostanziale assenza di concorrenza internazionale, almeno in alcuni comparti, e delle successive svalutazioni competitive della nostra moneta. Guidate spesso da imprenditori di prima generazione, hanno cavalcato la crescita economica nazionale e mondiale sino all’integrazione europea, avvenuta purtroppo congiuntamente con l’affermarsi della produzione di alcuni Paesi Emergenti. La rigidità dei tassi di cambio post-Unione, la struttura finanziariamente debole delle stesse (patologica sottocapitalizzazione e debito prevalentemente bancario) ed il limitato supporto pubblico con coerenti politiche industriali di lungo termine, hanno determinate un forte arretramento del nostro sistema imprenditoriale.

(3)  Fatta pari a 100 la produzione del settore metalmeccanico (il principale) nel 2008, la stessa è calata in un solo anno, in seguito alla crisi, su valori pari a 63 in Italia, 72 in Germania e 68 come media Europea (fonte Ufficio Studi del Consorzio Camerale per il Credito e la Finanza). Nel 2014, mentre la Germania era tornata al valore di 100 e la media Europea ad 89, in Italia si era risaliti solo ad un modesto 68.

(4)  La “leva” del sistema imprenditoriale italiano è pari al 147% di quello francese, al 114% di quello tedesco ed al 115% di quello inglese. Non solo, la percentuale di debiti bancari sul totale dei prestiti assunti dalle imprese è pari al 72.6% in Italia, contro il 50.2% in Francia, il 55.9% in Germania e il 41.1% in UK.

(5)  Le banche hanno dovuto affrontare un processo di “deleveraging” che, a fronte di un patrimonio di vigilanza eroso da perdite di vario tipo, ha dovuto progressivamente ridurre la massa degli impieghi in essere, tanto in titoli che in crediti non cartolarizzati. La questione è tecnicamente complessa ma basti qui ricordare che esiste un rapporto normativamente stabilito che lega il patrimonio di una banca ai suoi impieghi e che, al decrescere del primo, impone una riduzione multipla del secondo. Gli effetti sulla concessione del credito sono stati penalizzanti per le imprese e le famiglie, specie nel periodo 2010-2015.

(6)  Per favorire l’effettivo utilizzo della liquidità fornita alle banche nel finanziamento ad imprese e famiglie al di fuori del circuiti finanziario, la BCE ha avviato due distinti piani di TLTRO (Targeted Long Term Refinancing Operation). In particolare, col secondo (attivo nel period giugno 2016/marzo 2017), venivano messi a disposizione alle banche dei fondi a quattro anni a tasso zero a patto che gli stessi fossere veicolati all’economia reale. Inoltre, per le banche più virtuose in questo esercizio, la BCE ha previsto anche un ulteriore sistema premiante che sostanzialmente determinerebbe una provvista al tasso negativo dello 0.40% per gli istituti di credito.

(7)  Il rating delle banche italiane è calato drammaticamente dal 2007 ad oggi; le due maggiori banche italiane erano entrambe nella categoria AA ed ora sono dei BBB. Le altre banche hanno tutte rating che, quando pure si mantengano a livello di “investment grade”, occupano i gradini più bassi. D’altro canto il sistema bancatio italiano, che produceva utili complessivi superiori ai 10 miliardi annui, ha registrato perdite complessive superiori ai 50 miliardi negli anni più virulenti della crisi (2011-2014) e solo ora, con fatica, si sta avviando a percettibili miglioramenti della redditività. Anche volendo considerare esclusivamente gli indici di patrimonializzazione (CET1 Ratio), la situazione, per quanto leggermente meno preoccupante, lascia spazio ad ombre e luci.

(8)  Un’elaborazione del Centro Studi di Unioncamere su dati della Banca d’Italia mostra un incremento delle reserve finanziarie delle imprese del 12.5% anno su anno (dato dicembre 2015), con valori assoluti pari oltre 234 miliardi di euro. Lo stesso valore riferito alle famiglie evidenzia un import pari a 906 miliardi di euro, in crescita anno su anno solo del 2,08%. In termini assoluti quindi, prendendo anche in considerazione I quasi 50 miliardi di euro detenuti dalle imprese familiari, gli attivi potenzialmente “gestibili” delle imprese super ail 30% di quelli delle fmiglie, ed è comparativamente in crescita

(9)  Di questi 170 miliardi di euro, 61 miliardi sono investiti in titoli governativi, 24 miliardi in obbligazioni corporate (prevalentemente emesse da banche e poste a garanzie degli affidamenti), 59 miliardi da azioni e 26 miliardi da fondi). Come si nota, la partizione è poco equilibrata ed espone a seri rischi di credito.

(10) Tali considerazioni valgono soprattutto per quelle regioni nelle quali la ripresa sembra essere partita solidamente. In Lombardia e Veneto, ad esempio i dati mostrano chiaramente un incremento dei profitti e dell’autofinanziamento, un raggiungimento dei limiti di capacità degli impianti ed una forte propensione all’investimento.

 

 

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360MVA

Mario Blasi, Fabrizio Capanna e Franco Cremante (*) 

360MVA, una metodologia innovativa per la valutazione delle imprese e per la formulazione di piani di rilancio economico-finanziario

da Investimenti Finanziari, Novembre 2015

Lo scenario economico e imprenditoriale del nostro Paese, come di gran parte del mondo occidentale, ha vissuto a partire dal 2007 una crisi di entità spaventose, quasi uno “Tsunami”, che ha evidenziato alcune criticità e debolezze della nostra struttura produttiva, figlie di decenni di assenza di programmazione negli interventi di politica industriale, di logiche aziendali spesso miopi e di un mancato coordinamento tra mondo imprenditoriale e finanza.

Ci sono due aspetti che vanno subito segnalati senza pudori e con onestà intellettuale: in primo luogo la crisi, che pure si è abbattuta pesantemente sulla gran parte delle economie sviluppate, solo da noi ha determinato effetti che – ad oggi – stentano ancora a essere riassorbiti, al contrario di quanto è avvenuto, per esempio, in Germania, dove i livelli di produzione sono rimbalzati su livelli pre-crisi.

In secondo luogo, gli anni della cosiddetta “Crisi globale” sono stati, a livello di crescita mondiale, anni fortemente positivi; nel nostro paese si è vissuta tale dicotomia (crescita dei paesi in via di sviluppo e rallentamento del “primo mondo”) come una minaccia più che come un’opportunità. La capacità di un sistema imprenditoriale di diversamente atteggiarsi in relazione al mutato quadro di riferimento, cogliendo le possibilità determinate da un riallineamento delle gerarchie economiche e finanziarie è la prima dote della quale deve provvedersi un “sistema paese” che voglia mantenere la propria rilevanza internazionale. La storia, al riguardo, è maestra, e fenomeni quali l’apertura dei mercati americani all’inizio del sedicesimo secolo o la rivoluzione industriale inglese del diciottesimo secolo hanno in passato sconvolto equilibri che sembravano eterni, generando nuove gerarchie mondiali e potenzialità di prosperità e benessere inimmaginabili anche solo pochi decenni prima.

Analizzando lo scenario imprenditoriale e produttivo da ottiche diverse, discendenti da differenziati itinerari professionali, gli autori di questo articolo hanno di recente elaborato un’innovativa metodologia di analisi aziendale, che presenta elementi comuni con alcune delle prassi di “due diligence” praticati da maggiori player internazionali ma che nel contempo ci sembra possedere dei caratteri fortemente originali, nell’approccio olistico complessivo ancor più che nelle fasi di analisi disaggregata, e che pensiamo si attagli perfettamente alle necessità delle imprese italiane, che hanno l’assoluto bisogno di strutturarsi al meglio allo scopo di agganciare una ripresa che, un miraggio sino a pochi mesi fa, sembra ora a portata di mano.

Il concetto di base è piuttosto semplice: un’impresa, quale che sia il settore nel quale opera (produzione o servizi, ma anche commercio), presenta dei caratteri generali e univoci che si articolano in aspetti particolari di dettaglio i quali possono in qualche modo essere ricondotti – anche numericamente – a valori assoluti di efficienza percentuale.

La sintesi di tali valori disaggregati, una volta riassunta in un indice generale espresso in frazione di 360, dà un’immediata quantificazione al posizionamento dell’impresa stessa sulla “Frontiera di Efficienza” e, nel contempo, consente confronti storici, settoriali, infra-settoriali ed internazionali.

Ed ancora, come lo stesso nome dell’analisi chiarisce (360MVA, Misurare Valutare Agire), dalla fase di misurazione dei valori e dalla valutazione analitica degli stessi discende, quasi naturalmente, una chiara e spesso univoca indicazione di come agire per ottimizzare la complessa gestione aziendale ed ottenere risultati migliori, tanto nel breve che nel medio termine.

In sostanza, ci si consenta la metafora, l’analisi 360MVA assume una funzione equivalente a un check-up medico di prevenzione che determina, rapidamente, sinteticamente ed oggettivamente, lo stato di salute del paziente (nel nostro caso l’impresa) ed indica quali azioni – immediate o di medio termine – vadano poste in essere per preservare uno stato di salute ottimale.

Spesso la gestione delle imprese viene infatti posta in essere seguendo routine operative che, forse ideali in passato, spesso non sono adatte a contesti in via di rapido mutamento. Ed ancora, pericolosi aspetti di vulnerabilità possono restare latenti anche per anni, minando però impercettibilmente alla base le capacità competitive dell’impresa e manifestandosi compiutamente solo quando è troppo tardi per porre in essere rimedi efficaci e poco costosi.

Credendo fortemente nel motto “Prevenire è meglio che curare”, ci siamo quindi posti la domanda di quale analisi potesse consentire a noi e all’imprenditore-committente, di ottenere la migliore combinazione di utilità/costo, in questo facilitati dalle nostre esperienze professionali, che, negli ultimi 30 anni, ci hanno portato a vivere alternativamente ruoli manageriali e consulenziali, fornendoci così un background ideale per formulare una ricetta ottimale per l’impresa.

Da questo sforzo e dalla sperimentata applicazione della metodologia in contesti internazionali, nasce l’approccio d’analisi aziendale 360MVA, che contiamo di offrire nel nostro paese a partire dal 2016 e che sarà riassunta con dovizia di particolari in un volume di prossima pubblicazione.

Entriamo ora nel dettaglio delle 6 variabili di base prese in considerazione nell’analisi e che verranno poi suddivise ciascuna in 6 ulteriori sotto-settori. Chi scrive ritiene che, se considerati nell’ampia accezione da noi intesa, i 6 aspetti che riassumono esaustivamente le dinamiche aziendali siano: Strategia, Gamma Prodotti, Processi, Forza Vendita, Finanza e Risorse Umane.

L’obiettivo dell’analisi è, confrontandosi con il management aziendale nel corso di un’intensa settimana di incontri e valutando in maniera oggettiva e scientificamente coerente i numeri forniti, di elaborare – con l’ausilio di processi informatici da noi appositamente creati – in 10 giorni lavorativi (metà “sul campo” e metà “in remoto”) un indice sintetico che esprima lo stato di salute dell’azienda, complessivamente (score totale) e per settori (score parziali). Non basta: sulla base dei dati stessi, così come rielaborati dal nostro sistema interno, verranno generate delle linee guida per dei puntuali interventi pratici, spesso implementabili a costo zero, che consentiranno dei sensibili ed immediatamente monetizzabili miglioramenti di efficienza aziendale. Tali azioni saranno proposte congiuntamente all’indicazione di un’ottimale cadenza temporale degli interventi stessi e con priorità decrescenti, con una contemporanea evidenziazione dei costi interni connessi, espressi in settimana/uomo.

La fase culminante del processo di 360MVA è la presentazione al committente del rapporto finale, nel corso della quale, oltre alle risultanze dell’analisi stessa, verranno discusse nel dettaglio le azioni da porre in essere e le ricadute di produttività delle stesse. L’incontro consentirà all’imprenditore di fare una sorta di passo indietro e di esaminare la propria impresa con una prospettiva nuova, secondo metri di giudizio comparabili e numericamente oggettivi e, nel contempo (fase propositiva) di valutare insieme con il team di consulenti, la strada da seguire per il futuro.

Lo strumento, studiato per le imprese, presenta naturalmente profili d’interesse anche per altri fruitori: le banche, ad esempio, potrebbero trovare conveniente trarre vantaggio dall’immediata raffrontabilità degli score per effettuare una prima selezione dei richiedenti credito o, alternativamente, utilizzare gli stessi per graduare il merito di credito delle imprese verso le quali sussistano crediti in sofferenza, allo scopo di accertare da un lato l’effettiva qualità del progetto imprenditoriale (e, in assenza dello stesso, di non supportarlo ulteriormente), e dall’altro, le potenzialità di solvibilità dei soggetti debitori stessi nell’ipotesi di erogazione di ulteriore sostegno finanziario. In entrambi i casi, poi, anche la mera volontà dell’impresa di sottoporsi all’analisi, mettendosi “a nudo” di fronte agli stakeholder, garantirebbe un primo livello di affidabilità e trasparenza.

Non solo, i costi molto limitati dell’analisi, funzione della brevità e della standardizzazione della stessa, sarebbero enormemente inferiori a quelli di analisi individuali del merito di credito che, oltretutto, non avrebbero il beneficio dell’oggettiva confrontabilità di 360MVA.

Stesse logiche potrebbero essere seguite dai Fondi Private Equity o da soggetti operanti nel cosiddetto “Shadow Banking”, che da alcuni anni stanno ricoprendo un ruolo crescente nel panorama finanziario internazionale.

Inoltre, la creazione dell’indice 360MVA da parte nostra vuole anche rappresentare uno stimolo per chi, in ambito accademico, si pone il problema di analizzare la struttura imprenditoriale nazionale con l’obiettivo non solo di acquisirne una conoscenza più specifica e dinamicamente raffrontabile nel tempo ma anche di costruire griglie di comparazione internazionale della stessa, in modo tale da evidenziare – una volta di più – elementi di forza e di vulnerabilità del nostro sistema imprenditoriale e di contribuire a migliorarne le performance. Tutto questo, naturalmente, di concerto con la politica, che dovrà necessariamente, sulla scorta dei risultati di tali analisi e dell’evoluzione storica degli stessi, attivare più razionali obiettivi di politica economica e industriale. In particolare, nel nostro paese, tali indagini dovrebbero essere volte all’identificazione delle aree di vulnerabilità regionale e locale del tessuto imprenditoriale italiano; la crescita del nostro paese dipende dall’aggancio ai processi di rinnovamento e sviluppo, già in atto nel nord del paese, da parte delle aree arretrate e tale obiettivo non è raggiungibile senza la costruzione di una base di conoscenza dettagliata e condivisa delle diversificate condizioni di partenza. Siamo naturalmente a completa disposizione di chi volesse intraprendere questa strada, nella convinzione di come sia solo con uno sforzo comune d’imprenditori, politici e cultori della materia che si possano creare le condizioni per una rinascita dell’imprenditoria in Italia, fortemente provata dalla crisi degli ultimi 7 anni. La ripartenza è possibile, ma va fondata su basi solide, sulla selezione delle imprese da supportare e sul coinvolgimento del maggior numero di stakeholder possibile.

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Il libro è disponibile in formato fisico o e-book presso tutti i maggiori rivenditori o, direttamente, inviandolo un versamento di 15 euro sul conto paypal  fcapanna@ffcons.co.uk

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(*) Mario Blasi, fondatore e CEO di FeedForward Consulting, ha maturato un’esperienza ventennale in aziende come Citigroup, Fiat e GE Capital prima di occuparsi di consulenza e ristrutturazioni aziendali. Fabrizio Capanna, partner di FeedForward Consulting, è riconosciuto come uno dei maggiori esperti europei di corporate bond ed ha ricoperto ruoli di alta dirigenza per varie istituzioni finanziarie, tra le quali, per quasi 15 anni, BNP Paribas. Franco Cremante, ingegnere, è stato tra i primi consulenti McKinsey prima di fondare la società di consulenza INNOVA, poi ceduta a Roland Berger, allora gruppo DB. Attualmente dirige il network di Polar Consulting, da lui fondato.

 

 

 

 

 

TempoEconimicoGiugno1995

I Nuovi Rapporti tra Banca e Impresa

Fabrizio Capanna

da Tempo Economico, Giugno 1995

 

Il processo di despecializzazione dell’attività bancaria, da tempo avviato e concluso con l’approvazione del Testo Unico delle leggi in materia creditizia e con l’emanazione dei provvedimenti di competenza delle Autorità di Vigilanza, ha fatto venir meno la distinzione tra aziende di credito ordinario ed istituti di credito speciale, formalizzata dalla legge Bancaria del 1936. Il principio di specializzazione, mirante a circoscrivere l’attività delle banche a forme di impeto compatibili con le caratteristiche della raccolta era giustificato da motivazioni di carattere normativo e di carattere economico-tecnico. La segmentazione del mercato in comparti riservati all’operatività di specifiche categorie di intermediari rendeva più agevole il controllo sul mercato stesso a fini di stabilità, consentiva un ordinato finanziamento delle imprese evitando il coinvolgimento diretto delle banche nelle sorti di queste ultime tutelando la neutralità allocativa dell’attività creditizia.

Nei due segmenti temporali del mercato bancario, le forme operative erano differenti sotto il profilo della durata, delle aree di intervento e delle caratteristiche tecniche. Infatti, se da una parte la finalità del credito a breve termine è quella di copertura del fabbisogno finanziario delle disponibilità dell’impresa, dall’altra il credito a medio e lungo termine è destinato al finanziamento del fabbisogno generato dai più lenti cicli di conversione monetaria delle immobilizzazioni.

Diverso è poi l’approccio nei confronti dell’impresa affidata: all’analisi dell’impresa nel suo complesso posta in essere dalle aziende di credito, si contrappone, negli ICS, un’analisi delle singole esigenze finanziarie e dell’affidabilità di ogni singolo progetto d’investimento. A queste differenze si associano diverse garanzie richieste a fronte dei prestiti concessi: prevalentemente dirette e personali nelle operazioni di credito ordinario, soprattutto reali in quelle di credito a medio e lungo termine.

L’analisi condotta sull’attuazione del principio di separazione tra attività a breve e attività a lunga scadenza ha però messo in evidenza che – a partire dalla fine degli anni ’70 e in connessione con la prolungata applicazione di provvedimenti di politica monetaria che hanno vincolato la composizione e la crescita degli attivi bancari – banche commerciali ed ICS hanno progressivamente avvicinato i rispettivi ambiti operativi. Infatti, i margini di attività a medio-lungo termine che la normativa di Vigilanza ha consentito a valere sulle quote della raccolta caratterizzata da un più elevato grado di stabilità, hanno permesso alle banche ordinarie di finanziare in misura significativa gli investimenti delle imprese. A lungo andare ciò si è tradotto, tuttavia, in una delle principali debolezze finanziarie del nostro sistema industriale, poiché la prevalenza dell’indebitamento a breve delle imprese tende a rendere meno stabile e più soggetto ad oscillazioni congiunturali l’approvvigionamento di fondi.

Il progressivo indebolimento della corrispondenza fra connotati istituzionali e caratteristiche funzionali delle banche, completato dal riconoscimento della banca universale, hanno reso opportuno un rafforzamento delle regole prudenziali per il controllo dell’operatività oltre il breve termine; ciò a causa dei maggiori rischi connessi, in termini di stabilità degli equilibri reddituali e finanziari, all’operatività su scadenze più lunghe.

La nuova normativa ha uniformato gli strumenti di raccolta a disposizione delle banche prevedendo la possibilità di emettere obbligazioni a tutte le istituzioni creditizie; sotto il profilo degli impieghi ha consentito alle banche a medio lungo termine l’accesso al credito ordinario e viceversa. In particolare, la Circolare della Banca d’Italia del 31 Gennaio 1994 stabilisce nuove regole per l’operatività oltre il breve termine delle banche e per la raccolta in titoli.

I finanziamenti a medio-lungo termine ai privati possono essere concessi liberamente da tutte le banche mentre per i crediti alle imprese, che presentano maggiori rischi, la disciplina prevede limiti diversi i ragione della dotazione patrimoniale e degli ambiti operativi ormai consolidati. In particolare: a) non c’è alcun limite per ex-ICS, banche incorporanti ex-ICS, banche con una struttura del passivo prevalentemente a medio-lungo termine, banche con patrimonio superiore a 2.000 miliardi e banche dotate di un patrimonio superiore a 50 miliardi inserite il gruppi bancari con patrimonio consolidato superiore a 2.000 miliardi; b) c’è un limite del 20% della raccolta complessiva per le altre banche. Tale limite è superabile previa abilitazione della Banca d’Italia che valuta l’esposizione ai rischi di mercato, la concentrazione dei rischi, l’equilibrio finanziario e la capacità della banca di controllare l’andamento dei finanziamenti concessi nonché l’evoluzione dello status economico-finanziario del cliente affidato.

Le nuove norme prevedono regole di controllo sulla trasformazione delle scadenze atte a contenere la rischiosità derivante dalla despecializzazione temporale dell’attività creditizia; in particolare, le istruzioni del gennaio 1994 prevedono limiti all’utilizzo della parte di raccolta meno stabile in attività di finanziamento a medio-lungo termine. Sono state definite regole di carattere matematico per prevedere la copertura degli investimenti in immobili e partecipazioni col patrimonio aziendale e porre i rapporto attività e passività aventi lo stesso profilo temporale. Per quanto attiene alla raccolta a medio e lungo termine, la disciplina dispone che tutte le banche possano emettere obbligazioni. Le caratteristiche delle emissioni (importi complessivi, tagli unitari, etc..) sono però diverse in relazione alla dotazione patrimoniale delle banche, anche al fine di realizzare una particolare tutela degli investitori. Nessun vincolo è previsto, invece, per le emissioni di certificati di deposito.

Nel nuovo quadro normativo si inserisce la disciplina delle partecipazioni con l’introduzione di regole prudenziali coerenti con il principio di despecializzazione. L’attuale normativa è informata al principio della neutralità dell’intervento, allo scopo di non influenzare a priori le scelte del management bancario circa il modello organizzativo funzionale da adottare. La norma, stabilito l’obbligo di carattere generale di contenere gli investimenti in immobili e partecipazioni nel limite del patrimonio, suddivide le partecipazioni delle banche in: 1) partecipazioni in banche, assicurazioni, società finanziarie e strumentali; 2) partecipazioni in imprese non finanziarie.

Le partecipazioni di cui al punto 1) possono essere assunte liberamente, salvo autorizzazione della Banca d’Italia nei casi in cui la partecipazioni superi la soglia del 10% del patrimonio di vigilanza della partecipante o il 20% della partecipata em comunque, tutte le volte in cui la partecipazione determina il controllo della società. La stessa preventiva autorizzazione è richiesta per le partecipazioni di controllo in società controllate dalla banca o dal gruppo bancario che esercitano in via esclusiva o prevalente attività non finanziarie ma con carattere ausiliario rispetto all’attività del gruppo (società strumentali).

La normativa sulle partecipazioni si presenta invece più articolata per quelle di cui al punto 2); la citata circolare di Vigilanza stabilisce infatti limiti differenziati per banche ordinarie, abilitate e specializzate. A tutte, però, è richiesto di valutare il ritorno economico, al netto del rischio assunto con l’acquisizione di interessenze in società non finanziarie e la capacità imprenditoriale delle società partecipate. Per le banche ordinarie, al fine di contenere l’immobilizzo dell’attivo, è previsto che l’ammontare complessivo delle suddette partecipazioni non possa eccedere il 15% del patrimonio di vigilanza e, comunque, l’acquisizione di società non quotate deve essere contenuta entro il 50% del limite sopra indicato. Per salvaguardare il principio di concentrazione del rischio è poi stabilito che le partecipazioni non finanziarie non debbano superare il 3% del patrimonio di vigilanza (c.d. limite individuale). L’insieme delle azioni di una stessa società detenute nel comparto non finanziario, infine, non deve eccedere il 15% del patrimonio di vigilanza (c.d limite di separatezza); nel conteggio ricadono le azioni detenute a titolo di investimento in fondi di previdenza e in fondi di trattamento di fine rapporto.

Limiti più ampi sono invece previsti per le banche abilitate e le banche specializzate, dato il loro standing e la loro solidità. Per le banche abilitate si intendono le banche ed i gruppi bancari di primaria importanza, con un patrimonio superiore ai 2.000 miliardi di lire, una situazione patrimoniale soddisfacente rispetto al coefficiente di solvibilità, un’ampia esperienza maturata nel comparto dell’assistenza finanziaria alle imprese industriali e una struttura tecnico-organizzativa adeguata. Per questo gruppo di istituzioni le disposizioni della Banca d’Italia prevedono un limite complessivo del 50% del patrimonio di vigilanza, un limite individuale del 6% e un limite di separatezza del 15%.  Per le banche specializzate, ossia per le banche con una struttura del passivo prevalentemente a medio-lungo termine, un patrimonio di vigilanza superiore a 2.000 miliardi e tutti gli altri requisiti di cui sopra, viene confermato il limite individuale del 15% mentre vengono elevati il limite complessivo e quello di separatezza rispettivamente al 60% del patrimonio della banca ed al 15% del capitale della società partecipata. Tali limiti di deperibilità si applicano infine anche ai casi di:

a) partecipazioni acquisite nell’ambito di adesione a sindacati di garanzia e collocamento; si tratta dei titoli rimasti nel portafoglio della banca oltre il termine di 7 giorni dalla chiusura del collocamento, i quali entrano a far parte degli immobilizzi della banca;

b) partecipazioni acquisite per recupero crediti, in quanto non smobilizzare alla prima occasione;

c) partecipazioni in imprese in temporanea difficoltà finanziaria; riguardano la conversione di crediti vantati verso imprese affidate. La banca deve verificare la convenienza economica dell’operazione di conversione e, quindi, la temporaneità della crisi, riconducibile ad aspetti finanziari e non di mercato od economici. La procedura prevede la presentazione da parte di più banche, di cui una di primaria importanza con funzioni di responsabilità e controllo, di un piano di risanamento che consenta il riequilibrio economico finanziari in un periodo di tempo non superiore ai 5 anni. La conversione deve, in ogni caso, riguardare solo le azioni di nuova emissione e non le azioni già in circolazione

 

 

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Tra le nazioni più avanzate, il sistema bancario italiano detiene da tempo il non invidiabile primato nel rapporto tra crediti deteriorati (Non Performing Loans, nella dizione anglosassone) e totale degli attivi delle banche, nonché, logica conseguenza dello stesso, il peggior rapporto tra capitale netto e crediti deteriorati medesimi.

Oltre a determinare una diretta concausa dei minori livelli di redditività del sistema, tale situazione porta a delle scelte aziendali in qualche modo condizionate dal fardello di crediti dubbi all’attivo e che, quindi, possono spingere a logiche anche eccessivamente prudenziali nella concessione di credito ad imprese sane, sia per una naturale ritrosia ad esporsi ad ulteriori problematiche interne che, soprattutto, in relazione alla necessaria (e regolamentarmente imposta) relazione tra patrimonio ed attivi.

Ultimamente, l’imminente passaggio al sistema di vigilanza europea e la Asset Quality Review attualmente in corso, hanno determinato una forte accelerazione ai processi volti a ricondurre tali rapporti a valori fisiologici ed in linea con le medie europee.

In tale contesto va inquadrato l’accordo appena siglato tra Banca Intesa, Unicredit, KKR e Alvarez & Marsal e del quale la stampa specializzata ha dato ampio riscontro.

Si tratterebbe, in buona sostanza, della creazione di uno specifico veicolo (in forme da stabilirsi), all’attivo del quale sarebbero conferiti crediti deteriorati detenuti dalle due banche e che verrebbe finanziato, al passivo, oltre che da capitale fornito dai partner, anche, probabilmente, dall’emissione di ABS che verrebbero sicuramente sottoscritte dai promotori ma anche, forse, classate sul mercato.

La gestione dei crediti stessi sarebbe attiva e potrebbe prevedere la parziale conversione degli stessi in quote di partecipazione azionaria, includendo, sembra, un diretto coinvolgimento dei partner nella gestione, con il conferimento, se necessario, di ulteriore capitale fresco.

Il progetto, del quale sarebbe interessante conoscere meglio i dettagli, riguarderebbe in particolar modo – e sicuramente in prima battuta – solo medie imprese sane operativamente e per le quali sarebbe ragionevole pensare ad un ripristino “in bonis” in tempi non lunghi. La platea dei potenziali fruitori potrebbe allargarsi poi non solo ad imprese di maggiore dimensione ma anche alle realtà minori, coinvolgendo, auspicabilmente, altre istituzioni creditizie, che potrebbero cedere a sconto i loro attivi deteriorati al costituendo veicolo, che a regime agirebbe quindi sia come “principal” che come fornitore di servizi in “outsourcing”.

Le ricorrenti voci relative alla possibilità di un piano di acquisto di ABS sul mercato aperto da parte della BCE nell’ambito di un rinnovato “quantitative easing” potrebbero ulteriormente sostenere il progetto, tramite il quale le banche supererebbero il corto circuito operativo (ma anche di comunicazione) con il mondo imprenditoriale, mantenendo la potenzialità di un forte “upside” ulteriore riveniente dai guadagni in conto capitale che potrebbero realizzarsi sulle partecipazioni detenute dal veicolo, al quale capitale, come detto, concorrerebbero.

E’ un’iniziativa lodevole e, probabilmente, vincente e che potrebbe costituire un importante tassello nel riavvio della nostra economia, che sta finalmente dando i primi segni di risveglio.

 

 

Istruzione Fabrizio Capanna

Di recente, per caso, mi sono imbattuto in un breve lavoro pubblicato da Banca d’Italia “I rendimenti dell’istruzione”, di Federico Cingano e Piero Cipollone, dal quale ho tratto lo stimolo per questo breve intervento.

Come alcuni di voi sanno, ultimamente mi sto occupando molto di Education e problematiche connesse, prevalentemente attraverso il progetto ASIS (www.angloschools.co.uk),  che si sta sviluppando, in questa prima fase, principalmente in India ed in Italia (in collaborazione, per quanto concerne il nostro Paese, con il John Milton Institute di Palermo).

Il testo è piuttosto scorrevole anche se scientificamente rigoroso ed analizza l’istruzione considerandola un investimento in capitale umano e potendone così calcolare il rendimento (IRR=Internal Rate of Return), che potrà essere poi confrontato a quello di investimenti alternativi, mobiliari ed immobiliari, ad esempio.

Naturalmente, oltre agli immediati effetti dell’istruzione a livello individuale (maggiori salari, carriere più continue, minor rischio di disoccupazione) vanno considerate quelle che si possono definire le esternalità connesse alla stessa, quali, ad esempio, il più accentuato sviluppo di processi di innovazione, l’incremento di produttività e, non ultimi, quelli di carattere sociale e di benessere indiretto che si generano sulla collettività.

Vanno quindi analizzati separatamente il “rendimento individuale” e quello “sociale”, che, naturalmente, non coincidono. Per entrambi, nelle relative e differenziate sfere d’interesse, i costi sono collegati direttamente ai processi di acquisizione di un’istruzione superiore ed indirettamente ai mancati guadagni che tale decisione inevitabilmente comporta. Infine, nell’analisi è introdotto un altro concetto, quello di “rendimento fiscale”, che si pone nell’ottica del pubblico, valutando i maggiori costi dovuti all’incremento della durata media dell’istruzione con le entrate fiscali collegate al connesso futuro maggior reddito prodotto dai soggetti presi in considerazione.

Sorvolando sui processi di determinazione dei valori (per i quali vi rimando al lavoro in parola, http://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/econo/quest_ecofin_2/QF_53/QEF_53.pdf, mi preme riportare le conclusioni alle quali gli autori giungono: il rendimento privato dell’istruzione è, in Italia, pari all’8,9%, con punte massime nel Meridione, rappresentando così, raffrontato alle medie storiche degli investimenti mobiliari, un valore in assoluto molto superiore al quadruplo rispetto a quelli obbligazionari e quasi del doppio rispetto a quelli azionari.

L’intervento di supporto del settore pubblico stesso, particolarmente in periodi di forte disoccupazione quali gli attuali, verrebbe ad essere ampiamente compensato in termini finanziari, anche a prescindere da quelli generali di carattere sociale o di complessivo progresso della società.

La riluttanza ad incrementare, anche sensibilmente, la porzione di spesa pubblica diretta sul comparto, non è quindi giustificabile ed è spiegabile solo con il patologico “short termism” che affligge da decenni la nostra classe politica; diventa quindi conveniente che il settore privato si attrezzi in tal senso, allocando risorse in questa direzione.

Sarebbe così consigliabile, per le famiglie, la creazione di piani di accumulo individuali volti a tal fine, magari creando – a livello bancario – dei prodotti ad hoc e sviluppando programmi di “prestiti d’onore” anche per l’istruzione di scuola secondaria superiore oltre che universitaria.

L’accesso alle migliori Università internazionali è infatti molto agevolato per gli studenti provenienti da scuole superiori d’eccellenza, quali, in particolare, quelle del Regno Unito, alle quali i migliori studenti italiani dovrebbero dirigersi, anche, ma non solo, per sviluppare capacità linguistiche ormai indispensabili nel mondo del lavoro.

Lo sforzo che ASIS sta compiendo nello sviluppo di processi di interazione ed integrazione tra il sistema scolastico inglese e quelli di altri Paesi potrebbe essere in qualche modo supportato dal sistema imprenditoriale privato, con l’attivazione di sistemi di sponsorship per gli studenti italiani più promettenti che, avviati attraverso il sistema delle Boarding School inglesi ai circuiti universitari di primo livello, possano poi trovare convenientemente una felice collocazione nel nostro Paese, avendo però maturato un’esperienza formativa completa che li possa rendere immediatamente produttivi per il nostro sistema.