360MVA

Mario Blasi, Fabrizio Capanna e Franco Cremante (*) 

360MVA, una metodologia innovativa per la valutazione delle imprese e per la formulazione di piani di rilancio economico-finanziario

da Investimenti Finanziari, Novembre 2015

Lo scenario economico e imprenditoriale del nostro Paese, come di gran parte del mondo occidentale, ha vissuto a partire dal 2007 una crisi di entità spaventose, quasi uno “Tsunami”, che ha evidenziato alcune criticità e debolezze della nostra struttura produttiva, figlie di decenni di assenza di programmazione negli interventi di politica industriale, di logiche aziendali spesso miopi e di un mancato coordinamento tra mondo imprenditoriale e finanza.

Ci sono due aspetti che vanno subito segnalati senza pudori e con onestà intellettuale: in primo luogo la crisi, che pure si è abbattuta pesantemente sulla gran parte delle economie sviluppate, solo da noi ha determinato effetti che – ad oggi – stentano ancora a essere riassorbiti, al contrario di quanto è avvenuto, per esempio, in Germania, dove i livelli di produzione sono rimbalzati su livelli pre-crisi.

In secondo luogo, gli anni della cosiddetta “Crisi globale” sono stati, a livello di crescita mondiale, anni fortemente positivi; nel nostro paese si è vissuta tale dicotomia (crescita dei paesi in via di sviluppo e rallentamento del “primo mondo”) come una minaccia più che come un’opportunità. La capacità di un sistema imprenditoriale di diversamente atteggiarsi in relazione al mutato quadro di riferimento, cogliendo le possibilità determinate da un riallineamento delle gerarchie economiche e finanziarie è la prima dote della quale deve provvedersi un “sistema paese” che voglia mantenere la propria rilevanza internazionale. La storia, al riguardo, è maestra, e fenomeni quali l’apertura dei mercati americani all’inizio del sedicesimo secolo o la rivoluzione industriale inglese del diciottesimo secolo hanno in passato sconvolto equilibri che sembravano eterni, generando nuove gerarchie mondiali e potenzialità di prosperità e benessere inimmaginabili anche solo pochi decenni prima.

Analizzando lo scenario imprenditoriale e produttivo da ottiche diverse, discendenti da differenziati itinerari professionali, gli autori di questo articolo hanno di recente elaborato un’innovativa metodologia di analisi aziendale, che presenta elementi comuni con alcune delle prassi di “due diligence” praticati da maggiori player internazionali ma che nel contempo ci sembra possedere dei caratteri fortemente originali, nell’approccio olistico complessivo ancor più che nelle fasi di analisi disaggregata, e che pensiamo si attagli perfettamente alle necessità delle imprese italiane, che hanno l’assoluto bisogno di strutturarsi al meglio allo scopo di agganciare una ripresa che, un miraggio sino a pochi mesi fa, sembra ora a portata di mano.

Il concetto di base è piuttosto semplice: un’impresa, quale che sia il settore nel quale opera (produzione o servizi, ma anche commercio), presenta dei caratteri generali e univoci che si articolano in aspetti particolari di dettaglio i quali possono in qualche modo essere ricondotti – anche numericamente – a valori assoluti di efficienza percentuale.

La sintesi di tali valori disaggregati, una volta riassunta in un indice generale espresso in frazione di 360, dà un’immediata quantificazione al posizionamento dell’impresa stessa sulla “Frontiera di Efficienza” e, nel contempo, consente confronti storici, settoriali, infra-settoriali ed internazionali.

Ed ancora, come lo stesso nome dell’analisi chiarisce (360MVA, Misurare Valutare Agire), dalla fase di misurazione dei valori e dalla valutazione analitica degli stessi discende, quasi naturalmente, una chiara e spesso univoca indicazione di come agire per ottimizzare la complessa gestione aziendale ed ottenere risultati migliori, tanto nel breve che nel medio termine.

In sostanza, ci si consenta la metafora, l’analisi 360MVA assume una funzione equivalente a un check-up medico di prevenzione che determina, rapidamente, sinteticamente ed oggettivamente, lo stato di salute del paziente (nel nostro caso l’impresa) ed indica quali azioni – immediate o di medio termine – vadano poste in essere per preservare uno stato di salute ottimale.

Spesso la gestione delle imprese viene infatti posta in essere seguendo routine operative che, forse ideali in passato, spesso non sono adatte a contesti in via di rapido mutamento. Ed ancora, pericolosi aspetti di vulnerabilità possono restare latenti anche per anni, minando però impercettibilmente alla base le capacità competitive dell’impresa e manifestandosi compiutamente solo quando è troppo tardi per porre in essere rimedi efficaci e poco costosi.

Credendo fortemente nel motto “Prevenire è meglio che curare”, ci siamo quindi posti la domanda di quale analisi potesse consentire a noi e all’imprenditore-committente, di ottenere la migliore combinazione di utilità/costo, in questo facilitati dalle nostre esperienze professionali, che, negli ultimi 30 anni, ci hanno portato a vivere alternativamente ruoli manageriali e consulenziali, fornendoci così un background ideale per formulare una ricetta ottimale per l’impresa.

Da questo sforzo e dalla sperimentata applicazione della metodologia in contesti internazionali, nasce l’approccio d’analisi aziendale 360MVA, che contiamo di offrire nel nostro paese a partire dal 2016 e che sarà riassunta con dovizia di particolari in un volume di prossima pubblicazione.

Entriamo ora nel dettaglio delle 6 variabili di base prese in considerazione nell’analisi e che verranno poi suddivise ciascuna in 6 ulteriori sotto-settori. Chi scrive ritiene che, se considerati nell’ampia accezione da noi intesa, i 6 aspetti che riassumono esaustivamente le dinamiche aziendali siano: Strategia, Gamma Prodotti, Processi, Forza Vendita, Finanza e Risorse Umane.

L’obiettivo dell’analisi è, confrontandosi con il management aziendale nel corso di un’intensa settimana di incontri e valutando in maniera oggettiva e scientificamente coerente i numeri forniti, di elaborare – con l’ausilio di processi informatici da noi appositamente creati – in 10 giorni lavorativi (metà “sul campo” e metà “in remoto”) un indice sintetico che esprima lo stato di salute dell’azienda, complessivamente (score totale) e per settori (score parziali). Non basta: sulla base dei dati stessi, così come rielaborati dal nostro sistema interno, verranno generate delle linee guida per dei puntuali interventi pratici, spesso implementabili a costo zero, che consentiranno dei sensibili ed immediatamente monetizzabili miglioramenti di efficienza aziendale. Tali azioni saranno proposte congiuntamente all’indicazione di un’ottimale cadenza temporale degli interventi stessi e con priorità decrescenti, con una contemporanea evidenziazione dei costi interni connessi, espressi in settimana/uomo.

La fase culminante del processo di 360MVA è la presentazione al committente del rapporto finale, nel corso della quale, oltre alle risultanze dell’analisi stessa, verranno discusse nel dettaglio le azioni da porre in essere e le ricadute di produttività delle stesse. L’incontro consentirà all’imprenditore di fare una sorta di passo indietro e di esaminare la propria impresa con una prospettiva nuova, secondo metri di giudizio comparabili e numericamente oggettivi e, nel contempo (fase propositiva) di valutare insieme con il team di consulenti, la strada da seguire per il futuro.

Lo strumento, studiato per le imprese, presenta naturalmente profili d’interesse anche per altri fruitori: le banche, ad esempio, potrebbero trovare conveniente trarre vantaggio dall’immediata raffrontabilità degli score per effettuare una prima selezione dei richiedenti credito o, alternativamente, utilizzare gli stessi per graduare il merito di credito delle imprese verso le quali sussistano crediti in sofferenza, allo scopo di accertare da un lato l’effettiva qualità del progetto imprenditoriale (e, in assenza dello stesso, di non supportarlo ulteriormente), e dall’altro, le potenzialità di solvibilità dei soggetti debitori stessi nell’ipotesi di erogazione di ulteriore sostegno finanziario. In entrambi i casi, poi, anche la mera volontà dell’impresa di sottoporsi all’analisi, mettendosi “a nudo” di fronte agli stakeholder, garantirebbe un primo livello di affidabilità e trasparenza.

Non solo, i costi molto limitati dell’analisi, funzione della brevità e della standardizzazione della stessa, sarebbero enormemente inferiori a quelli di analisi individuali del merito di credito che, oltretutto, non avrebbero il beneficio dell’oggettiva confrontabilità di 360MVA.

Stesse logiche potrebbero essere seguite dai Fondi Private Equity o da soggetti operanti nel cosiddetto “Shadow Banking”, che da alcuni anni stanno ricoprendo un ruolo crescente nel panorama finanziario internazionale.

Inoltre, la creazione dell’indice 360MVA da parte nostra vuole anche rappresentare uno stimolo per chi, in ambito accademico, si pone il problema di analizzare la struttura imprenditoriale nazionale con l’obiettivo non solo di acquisirne una conoscenza più specifica e dinamicamente raffrontabile nel tempo ma anche di costruire griglie di comparazione internazionale della stessa, in modo tale da evidenziare – una volta di più – elementi di forza e di vulnerabilità del nostro sistema imprenditoriale e di contribuire a migliorarne le performance. Tutto questo, naturalmente, di concerto con la politica, che dovrà necessariamente, sulla scorta dei risultati di tali analisi e dell’evoluzione storica degli stessi, attivare più razionali obiettivi di politica economica e industriale. In particolare, nel nostro paese, tali indagini dovrebbero essere volte all’identificazione delle aree di vulnerabilità regionale e locale del tessuto imprenditoriale italiano; la crescita del nostro paese dipende dall’aggancio ai processi di rinnovamento e sviluppo, già in atto nel nord del paese, da parte delle aree arretrate e tale obiettivo non è raggiungibile senza la costruzione di una base di conoscenza dettagliata e condivisa delle diversificate condizioni di partenza. Siamo naturalmente a completa disposizione di chi volesse intraprendere questa strada, nella convinzione di come sia solo con uno sforzo comune d’imprenditori, politici e cultori della materia che si possano creare le condizioni per una rinascita dell’imprenditoria in Italia, fortemente provata dalla crisi degli ultimi 7 anni. La ripartenza è possibile, ma va fondata su basi solide, sulla selezione delle imprese da supportare e sul coinvolgimento del maggior numero di stakeholder possibile.

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Il libro è disponibile in formato fisico o e-book presso tutti i maggiori rivenditori o, direttamente, inviandolo un versamento di 15 euro sul conto paypal  fcapanna@ffcons.co.uk

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(*) Mario Blasi, fondatore e CEO di FeedForward Consulting, ha maturato un’esperienza ventennale in aziende come Citigroup, Fiat e GE Capital prima di occuparsi di consulenza e ristrutturazioni aziendali. Fabrizio Capanna, partner di FeedForward Consulting, è riconosciuto come uno dei maggiori esperti europei di corporate bond ed ha ricoperto ruoli di alta dirigenza per varie istituzioni finanziarie, tra le quali, per quasi 15 anni, BNP Paribas. Franco Cremante, ingegnere, è stato tra i primi consulenti McKinsey prima di fondare la società di consulenza INNOVA, poi ceduta a Roland Berger, allora gruppo DB. Attualmente dirige il network di Polar Consulting, da lui fondato.

 

 

 

 

 

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Come avevo previsto in un recente post (http://fabriziocapanna.com/draghi-ha-il-fucile-carico-lo-usera/), sembra proprio, anche secondo indiscrezioni del Wall Street Journal, che la Bundesbank abbia fornito il suo sofferto assenso alla BCE per quanto concerne una prossima attivazione del QE Europeo.

Sebbene i termini del piano stesso non siano ancora ben definiti (per quanto riguarda, soprattutto, l’entità del programma e la natura dei titoli – non di Stato – soggetti al riacquisto), la sostanza della questione è chiara: allo scopo di ottenere il combinato effetto di sostenere le spinte inflattive e di abbassare alcuni rapporti di cambio dell’euro penalizzanti per l’economia del Continente, la Banca Centrale Europea è pronta ad usare ogni misura, anche non convenzionale.

L’obiettivo ultimo di Draghi è di stimolare l’economia attraverso il combinato effetto di un diretto sostegno alle fonti di finanziamento alle imprese, di un forte stimolo alle banche ad allargare la platea di fruitori del credito, di un calo dei tassi di mercato e, come detto, di un peggioramento relativo del tasso di cambio dell’euro nei confronti, in primis, del dollaro.

Sono dell’idea che questa manovra riuscirà a sostenere lo sviluppo e, nel contempo, contribuirà ad un ulteriore miglioramento  dei coefficienti di finanza pubblica per i Piigs, che beneficeranno non solo del decremento nominale dello stock di debito ma anche di un incremento del numeratore del rapporto.

Naturalmente l’iniezione di moneta sul mercato sarà di supporto per i corsi di tutti gli asset europei, contribuendo al mantenimento dei già alti livelli raggiunti negli scorsi mesi; il problema sarà – in un secondo tempo e sicuramente non prima di 18 mesi da oggi – ricondurre questi valori artificialmente elevati a livelli più consoni, evitando fluttuazioni eccessive al ribasso che potrebbero generare spirali di sfiducia pericolosissime.

Staremo a vedere.

 

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Oggi, nell’indifferenza quasi totale dei media – almeno italiani – il Parlamento europeo ha approvato il regolamento sulla risoluzione delle crisi bancarie. Sarà così posto un altro fondamentale tassello al processo di Unione Bancaria, avviato in seguito alla crisi finanziaria del 2007 e che prevede, come colonne portanti, la Vigilanza Comunitaria sulle maggiori banche europee (i 130 Istituti con attivi superiori ai 30 miliardi di euro), la Garanzia Comunitaria e non più nazionale dei depositi sino ai 100,000 euro e la costituzione del Fondo Unico di Risoluzione.

Considerando anche il processo di Asset Quality Review attualmente il corso, che ha un ruolo propedeutico all’avvio del processo di Unione Bancaria stesso, ci si troverà presto di fronte ad una situazione sostanzialmente mutata – e per il meglio – con riferimento non solo alla possibilità di affrontare ipotetiche crisi bancarie future ma, anche, alla potenziale prevenzione delle stesse ed al più razionale accollo delle passività generate.

In sostanza, si passerà da un sistema di “Bail Out”, nel quale i governi nazionali o le istituzioni sovranazionali, attraverso meccanismi spesso differenziati nel tempo e non stabiliti ordinatamente ex-ante,  si facevano carico dei salvataggi bancari, ad uno di “Bail In”, nel quale saranno gli stakeholder dei rispettivi Istituti a dover fronteggiare in prima battuta le perdite (sino all’8% del totale degli attivi), supportati solo successivamente – in via temporanea – dagli stati nazionali, attraverso il fondo di risoluzione nazionale ma, a regime, dal Fondo Unico di Risoluzione, nel quale i fondi nazionali, alimentati dalle banche di ogni singolo paese, finiranno per confluire interamente.

Concettualmente si tratta di una rivoluzione copernicana nelle metodologie di soluzione delle crisi bancarie, l’ultima delle quali affrontata con il vecchio approccio sarà dunque quella di Hypo-Alpe Adria Bank, la più recente vittima degli sviluppi della crisi bancaria del 2007 e, va detto, di una gestione certamente non accorta

La responsabilità iniziale e spesso unica di copertura delle perdite sarà quindi d’ora in avanti in capo rispettivamente ed ordinatamente ad azionisti, detentori di obbligazioni subordinate, detentori di obbligazioni senior e depositanti (per le quote eccedenti quelle coperte dal Fondo di Garanzia Interbancaria Europea), secondo un razionale criterio di attribuzione rispettive quote di competenza.

Non si può che plaudire ad un approccio che, nel solco dell’impostazione teorica del capitalismo liberale temperato, ritiene che l’impresa privata – ed anche, dunque, l’attività bancaria – debba simmetricamente attribuire benefici e potenziali perdite ai promotori dell’impresa stessa ed ai soggetti che compartecipano alla stessa, in misura chiaramente diversa a seconda che tale partecipazione si sia sostanziata in conferimenti a titolo di capitale, di strumenti ibridi di capitalizzazione o di semplice debito non garantito.

Si eviterà così, in sostanza, la pratica della “privatizzazione dei profitti” e “nazionalizzazione delle perdite” che tanta parte ha avuto nella storia economica italiana degli ultimi 40 anni e, duole dirlo, di quella europea degli ultimi 10.

Se da un lato va riconosciuto come, di fronte alle potenziali esplosive conseguenze economiche e sociali della crisi, fosse davvero difficile prendere decisioni diverse da quelle di un pieno supporto del sistema bancario, dall’altro non si può non ammettere come – in ultima analisi – il costo della crisi sia stato prevalentemente affrontato dagli stati nazionali, in maniera diretta o mediata e, quindi, in sostanza, dai cittadini, che hanno visto aumentare anche in maniera sensibile la fiscalità generale.

L’ultima notazione che mi preme fare riguarda l’ampia diffusione, tra i privati investitori italiani, di obbligazioni subordinate, a volte classate dalle banche stesse sulla propria clientela senza un’adeguata informazione in merito ai rischi diversi ed ulteriori rispetto alle obbligazioni senior, e, a volte, nemmeno quotati sui circuiti di negoziazione telematica di titoli di debito (TLX, MOT, HiMTF, Euronext, principalmente).

Tali strumenti, specie quelli della categoria denominata “Tier 1″, per quanto abbiano una forma simile alle obbligazioni senior, sono giuridicamente e tecnicamente diversi  dagli stessi e costituiscono, per l’appunto, strumenti ibridi di capitalizzazione, sensibilmente più rischiosi degli altri titoli di debito. Sarebbe consigliabile un’attenta analisi del proprio portafoglio titoli per verificare che all’assunzione di tale rischio ulteriore (che sussiste anche per gli strumenti denominati “Upper Tier 2″ e “Lower Tier 2″ corrisponda un rendimento convenientemente superiore.