Matteo Renzi Fabrizio Capanna

Non vorrei sembrare ipercritico nei confronti del nostro primo ministro od essere tacciato di un cronico e patologico atteggiamento antigovernativo (peraltro difficilmente evitabile nel recente passato, specie durante il tragico periodo Berlusconiano), ma davvero continuo a non condividere l’entusiasmo che il giovane premier sta riscuotendo anche tra persone a me molto vicine culturalmente e politicamente.

Il nostro ceto politico continua a dare pessima mostra di se stesso: la settimana appena passata ha visto i lavori parlamentari sostanzialmente bloccati dalle ripetute votazioni per l’elezione dei membri della Corte Costituzionale e del CSM, peraltro ancora in stallo. Frenetiche consultazioni tra alleati e pseudo-rivali, liti interne ai partiti, prese di posizione tattiche e veti incrociati hanno impegnato allo stremo i nostri strapagati rappresentanti in un momento nel quale, a mio sommesso avviso, il focus del Governo e del Parlamento sarebbe dovuto essere centrato sull’emergenza economica e sulla delicata situazione geo-politica, che ben altra priorità rivestono non solo agli occhi degli elettori ma anche di quelli – e non è irrilevante – degli osservatori internazionali.

Tralasciando – per carità di patria – un approfondimento della nostra politica estera degli ultimi anni, vorrei concentrarmi un attimo sull’emergenza economica, che torna alla ribalta ogni qual volta viene diffuso un dato ufficiale che, come spesso sembra accadere di recente, smentisce le ripetute e roboanti affermazioni del governo Renzi in merito all’ipotetico “agganciamento della ripresa”.

Appena ciò accade si è immediatamente sottoposti al fuoco di fila mediatico di ministri, parlamentari e pseudo-esperti che lamentano come causa della mancata crescita il “rigore nordico” e invocano una forte presa di posizione in sede europea a favore della “flessibilità”, che è diventata ormai un mantra irrinunciabile per chiunque debba affrontare temi di finanza pubblica.

Di recente, con un sottile sarcasmo, un ministro tedesco ha sottolineato come “se bastasse fare debiti per crescere l’Italia sarebbe campione di crescita”; il punto è proprio questo: come può chi ha dissanguato il Paese con deficit improduttivi costruiti per l’acquisizione di consenso clientelare, per il proprio personale disonesto tornaconto o per la scarsa cura del bene pubblico, invocare ora un ritorno ai tempi della “spesa facile”, soluzione – ad avviso di molti – di ogni problema?

La spesa pubblica italiana al netto del servizio del debito sfiora gli 800 miliardi di euro l’anno; va ridotta in termini assoluti ma anche – e direi, soprattutto, – rimodellata nella sua composizione con una continua ricerca dell’efficienza nella gestione della spesa corrente ed un progressivo incremento nella componente afferente gli investimenti infrastrutturali. Nel contempo, in parallelo con questo processo, vanno attuati uno smobilizzo degli asset pubblici volto alla riduzione dello stock del debito ed una progressiva riduzione della pressione fiscale su impresa e lavoro finanziata con i risparmi di spesa che riverranno dal consolidamento del minor onere sul debito (la vita media del nostro debito è superiore ai 6 anni e quindi gli effetti della diminuzione dello spread si vedranno solo col tempo) e dai citati risparmi sulla spesa corrente.

Il tutto senza perdere di vista il tanto vituperato “rigore” che, al di là di ogni tentazione populista, deve al contrario essere la stella polare della guida politica di un Paese come il nostro, fortemente indebitato.

Caro Renzi, in un Paese con tassi di crescita tristemente infinitesimali e tassi di disoccupazione tragicamente alti, sono queste le priorità. Le nomine degli alti papaveri di Stato possono attendere, come il Paradiso del celebre film…

 

 

 

 

 

 

 

Fabrizio Capanna AF - Il rapporto banca - Industria

La Nuova legge bancaria e l’evoluzione del rapporto banca – industria; servizi finanziari e consulenza

Fabrizio Capanna

da AF numero 15,  Terzo Trimestre 1994

 

Il presente lavoro sarà articolato in due sezioni: nella prima esporrò sinteticamente la genesi e le linee fondamentali della nuova legge bancaria; nella seconda, più ampia, tratterò invece dei riflessi che la legge stessa, congiuntamente alle altre recenti disposizioni in materia finanziaria e creditizia, potrà avere sui rapporti operativi tra banche ed industrie.

 

La Nuova Legge Bancaria

 

Negli ultimi anni si è potuto assistere ad una vera e propria rivoluzione dei mercati finanziari internazionali; le ragioni di tale processo risiedono, a mio avviso, in un clima politico complessivamente più disteso, nello sviluppo dei mezzi di trasporto e nel conseguente processo di internazionalizzazione degli scambi commerciali.

L’insieme di tali fenomeni, congiuntamente al rapidissimi sviluppo dell’informatica, ha determinato la nascita di mercati finanziari transnazionali (quale, ad esempio, l’Euromercato), di operatori “globali” e di nuovi prodotti finanziari, quali i derivati.

Le legislazioni nazionali, alcune delle quali erano ormai vecchie di decenni, risultavano così assolutamente inadatte al raggiungimento degli scopi cui erano volte e spesso completamente disarticolate a livello internazionale; ciò determinava due effetti immediati: da un alto, infatti, l’operatività internazionale sui prodotti innovativi risultava non regolamentata e, dall’altro, sugli strumenti tradizionali si venivano a creare situazioni giuridiche di difficile interpretazione per il sovrapporsi di norme non compatibili l’una con l’altra.

A livello internazionale si è quindi necessariamente dovuto provvedere ad un rapido processo di ridefinizione delle normative in materia di mercati mobiliari e creditizi, volto, in buona sostanza, a deregolamentare alcuni segmenti di mercato ed a sostituire normative ormai obsolete in altri.

A livello europeo, poi, i problemi erano ancora maggiori; con il Trattato di Roma del 1957 si era infatti già auspicata la realizzazione di un mercato comune all’interno della comunità degli Stati membri; per quanto concerne la materia in oggetto ciò presupponeva, però, una completa armonizzazione delle legislazioni vigenti, al fine di poter permettere l’effettiva applicazione dei concetti cardine dell’integrazione, il principio di libero stabilimento ed il principio di libera prestazione di servizi.

Com’è noto, però, gli assetti giuridici del settore creditizio presentavano protende e difficilmente sanabili asimmetrie; la via scelta, quindi, dopo un lungo periodo di indecisione – concluso nel 1985 con la pubblicazione del celebre “Libro Bianco” – fu di non spingersi oltre sulla via dell’armonizzazione legislativa ma, al contrario, di perseguire l’ottica del cosiddetto “Principio del Mutuo Riconoscimento”.

In sostanza si riteneva conveniente autorizzare gli enti creditizi dei Paesi membri ad operar in tutti gli Stati della Comunità secondo le regole del proprio paese di origine. Si pensava infatti che si sarebbe così realizzata una sorta di benefica “Concorrenza tra norme” in seguito alla quale le legislazioni più vincolanti e meno efficienti per il mercato si sarebbero dovute adeguare alle altre onde non spiazzare completamente gli intermediari nazionali rispetto a quelli esteri.

Per il nostro paese questo mutamento di rotta rappresentava un impegno non indifferente perché presupponeva il passaggio da un regime tipicamente dirigista ad uno più orientato al mercato, nel quale l’attività bancaria riassumesse quel ruolo imprenditoriale che la Legge Bancaria del 1936 aveva in qualche modo compresso in un vincolante sistema di controlli amministrativi ed in una complessa ramificazione di interessi pubblicistici.

Il nostro sistema bancario presentava infatti diversi punti di debolezza nei confronti delle altre realtà europee, tra i quali vanno ricordati.

- il numero eccessivo di istituzioni creditizie, caratterizzate, tra l’altro, da livelli dimensionali non soddisfacenti,

- una marcata specializzazione operativa, sia a livello settoriale (aziende a breve termine, mobiliari, fondiar, agrari, etc..) sia territoriale;

- una complessa differenziazione per categoria giuridica all’interno del sistema, spesso non rispondente ad effettive differenziazioni operative;

- una insufficiente vocazione all’attività all’estero;

- un’alta percentuale di banche facenti capo all’area pubblica, complessivamente intesa;

- assetti organizzativi poco funzionali ed alti costi del personale.

Pur non volendo assumere toni trionfalistici, va riconosciuto che la nuova normativa, approvata con D.L.385/1993, ha risolto molti di tali problemi, o meglio ha creato un quadro normativo che consente la soluzione degli stessi, recependo in maniera completa i più recenti orientamenti comunitari.

La legge, all’articolo 1, dopo una serie di chiarimenti definitori, individua i settori di “attività bancaria” ammessi al mutuo riconoscimento; l’elenco è molto ampio e copre in maniera praticamente completa tutti i segmenti dell’attività finanziaria e creditizia, ivi compresi anche quelli dell’intermediazione mobiliare, del leasing, del factoring, del merchant banking e del credito al consumo.

Questa norma è stata da molti interpretata come l’introduzione nel nostro ordinamento del sistema della cosiddetta “Universal Bank” tedesca (la banca universale con connotati “misti), contrapposto, nella letteratura, al sistema “inglese” (prevalenza di banche specializzate aggregate in gruppi creditizi ed orientamento “al mercato” dell’attività finanziaria).

Prescindendo da un’analisi approfondita dei due sistemi, che verrà comunque parzialmente affrontata nella seconda parte di questo lavoro in quanto più direttamente collegata al rapporto banca / industria, va chiarito che la norma in parola, lungi dall’imporre questo o quel modello, ha semplicemente consentito la creazione nel nostro Paese di intermediari polifunzionali, oltreché, come era nella nostra tradizione, specializzati; sarà poi il mercato ad imporre l’uno o l’altro modello o, più probabilmente, una dinamica compresenza di entrambi, così come peraltro avviene in Germania.

Sono state inoltre riscritte, agli articoli 2-9 (Titolo I) e 51-69 (Titolo III), le norme fondamentali relative alla Vigilanza da parte delle autorità creditizie, CICR, Ministero del Tesoro e Banca d’Italia e sono stati individuati gli ambiti di interazione con CONSOB ed ISVAP. Il Titolo II (articoli 10-50) tratta in maniera particolareggiata delle banche e dell’attività bancaria in senso lato, come già specificato.

Il Testo Unico, raccordando leggi, regolamenti ed istruzioni di Vigilanza già emanate, elimina ogni sorta di specializzazione temporale e territoriale nell’erogazione del credito e nella raccolta del risparmio, ferma restando la Vigilanza prudenziale della Banca d’Italia per il rispetto dei coefficienti di patrimonializzazione ed un attento monitoraggio della gestione del rischio di cambio e di interesse. Semplificate risultano anche le procedure di autorizzazione alla creazione di nuove banche ed all’apertura di succursali.

Le uniche particolari categorie giuridiche di banche preservate dalla nuova normativa risultano essere le banche popolari e le banche di credito cooperativo (ex casse rurali ed artigiane).

Il Titolo IV (articoli 70-105) tratta della disciplina delle crisi e non risulta, quindi, particolarmente rilevante ai fini della nostra analisi, così come pure i titoli V (articoli 106-114, “Soggetti operanti nel settore finanziario”), il Titolo VI (articoli 115-128, “Trasparenza delle condizioni contrattuali”), il Titolo VIII (articoli 130-145, “Sanzioni”) ed il Titolo IX (articoli 146-162, “Disposizioni transitorie e finali”).

Molto rilevante per il mondo industriale è, al contrario, il Titolo VII, formato dal solo articolo 129; norma periferica rispetto alla disciplina del sistema bancario e creditizio e, come tale, inserito nel Titolo in questione, intestato “Altro Controlli”, risulta inveì norma di grande importanza per il diritto dell’impresa e del mercato mobiliare, regolando, in sostanza, le emissioni di titoli di debito da parte delle imprese. Ai fini di una migliore rappresentazione logico-concettuale dei problemi, l’analisi di tale articolo sarà svolta nella seconda parte della trattazione.

 

Il rapporto banca / industria

 

Nella seconda parte di questo lavoro affronterò in maniera dettagliata, anche se probabilmente non  esaustiva – vista l’ampiezza dell’argomento – le problematiche relative ai rapporti tra banche ed industrie, così come verranno presumibilmente  a configurarsi in relazione al nuovo quadro legislativo creditizio del nostro Paese ed alla progressiva ed auspicabile maggiore integrazione dei mercati finanziari europei.

La struttura del passivo delle imprese italiane è storicamente imperniata sul credito bancario a breve termine, con rapporti di leverage piuttosto alti; la quota di capitale di rischio risulta poi, oltreché non alta in termini assoluti, anche sensibilmente illiquida, soprattutto per le imprese di minori dimensioni, la proprietà delle quali è sostanzialmente appannaggio della famiglia dell’imprenditore ed in quanto tale non smobilizzabile, se non frazionalmente.

Com’è noto, una struttura finanziaria di questo tipo configura una situazione piuttosto marcata di rischio/opportunità per l’impresa, ampliando sensibilmente la variabilità del reddito netto d’esercizio.

Infatti, sino a che il tasso di redditività operativa si mantiene al di sopra di quello di indebitamento, il leverage opera in maniera positiva sulla redditività complessiva, ma una variazione dei tassi di interesse di mercato – specie in presenza di debiti prevalentemente a breve termine, tipicamente più sensibili a dette variazioni – od un’oscillazione del tasso di redditività operativa, hanno effetti tanto più forti quanto maggiore è, appunto, il livello di leverage.

In particolare, sarebbe consigliabile che alcune forme di impiego dei mezzi aziendali fossero finanziate prevalentemente – od integralmente – con capitale di rischio o con capitale di debito a lungo termine, così da consentire un progressivo e fisiologico dispiegarsi, ad esempio, di innovazioni di processo o di prodotto, di penetrazione di nuovi mercati o di ricerca e sviluppo.

La citata esigenza si presenterà poi con particolare urgenza nei prossimi anni, quando i settori produttivi italiani dovranno confrontarsi in maniera completa con la concorrenza europea ed extra-europea.

In Italia l’accesso al mercato del capitale di rischio è stato però riservato in via quasi esclusiva alle imprese di maggiori dimensioni, stante la limitatezza del mercato azionario ed il mancato sviluppo – o la completa assenza – di strumenti di investimento collettivo in valori mobiliari, che nei paesi anglosassoni rappresentano il tipico canale di finanziamento all’iniziativa imprenditoriale, specie nelle fasi di start-up e seed-up.

Per quanto riguarda il reperimento di capitale di debito a medio/lungo termine, che teoricamente si esplica, per le imprese industriali, prevalentemente nell’emissione di obbligazioni (a prescindere da fonti particolari di finanziamento non cartolare quali alcuni crediti industriali, agevolati e non e ipotecari), basti ricordare come nel 1993 il totale delle obbligazioni emesse da imprese non bancarie era pari solo al 2,1% del totale dell’indebitamento.

I limiti normativi alle partecipazioni azionarie delle banche nelle industrie, in ottemperanza al principio della “separatezza” tra banca ed industria, sancito dalla legge bancaria del 1936, hanno impedito lo sviluppo di un sistema che, come avviene ad esempio in Germania, individua nel settore del credito il tramite ottimale per i processi di indirizzo del risparmio privato verso il sistema produttivo. Colà si ritiene infatti che le banche debbano esercitare un ruolo attivo nel sistema economico, assumendo partecipazioni dirette nelle imprese ed intervenendo in maniera decisa anche nella gestione delle stesse. I vantaggi di un tale sistema verrebbero avvertiti tanto dal sistema bancario che da quello produttivo. La figura della banca mista e polifunzionale dovrebbe infatti poter dar prova di una maggiore efficacia nel sostegno dello sviluppo e della stabilità dell’impresa in virtù della molteplicità dei rapporti con l’impresa finanziata, rapporti che potrebbero culminare nella compartecipazione alla gestione tramite l’inserimento di manager bancari nei Consigli di Amministrazione delle imprese partecipate.

Verrebbe così superato il problema, sul quale tanta parte della corrente letteratura tende a soffermarsi, della cosiddetta “asimmetria informativa”, concetto con il quale si intende l’oggettiva impossibilità da parte di soggetti esterni all’impresa di valutare correttamente il merito di credito dell’impresa finanziata, per mancanza di elementi che sono per loro natura riservati e che quindi non vengono diffusi con le usuali forme di pubblicità – tipicamente i bilanci – anche per evitare che se ne appropri la concorrenza.

La banca mista, alternando erogazioni di crediti a breve e lungo termine, classando a terzi titoli della società ed acquisendo partecipazioni azionarie (per la stabile detenzione o per il successivo smobilizzo) potrebbe svolgere una fondamentale funzione anticiclica e di supporto alla ripresa economica, superando lo short-termism tipico dei sistemi, quali quello inglese, orientati ai mercati piuttosto che agli intermediari, che tendono invece a “subire” il ciclo e, spesso, ad accentuarlo nei momenti più critici.

La teoria segnala l’esistenza di due rischi per un sistema basato sulla banca mista: in primo luogo la possibilità del verificarsi di fenomeni di “razionamento del credito” nei confronti delle imprese concorrenti delle partecipate ed in secondo luogo la possibilità che eventuali crisi del sistema produttivo possano ribaltarsi direttamente su quello creditizio, generando pericolose reazioni a catena che potrebbero minare alla radice la stabilità economica dell’intera nazione.

Per quanto concerne il primo die due fenomeni citati, le analisi empiriche effettuate nei Paesi nei quali vige tale sistema tendono ad escludere, di fatto, questa possibilità. Per il secondo, che evoca, nel nostro Paese, i fantasmi della crisi del primo dopoguerra, va ricordato come i sistemi di Vigilanza Prudenziale attualmente in essere (tanto in Italia quanto all’estero) siano dotati di strumenti molto efficaci per il controllo delle potenziali situazioni patologiche di rischio assente dalle banche, sia per quanto riguardo il rischio di cambio e di tasso sia per quanto riguarda l’entità delle immobilizzazioni del capitale.

Altra caratteristica che si è andata sviluppando nei Paesi dell’area tedesca è stato il rapporto di “Haus Bank” (Main-Bank nella terminologia anglofona – il termine non è stato tradotto in italiano-) tra impresa e banca. Per “Haus Bank” si intende la creazione di un rapporto tendenzialmente esclusivo e sicuramente privilegiato tra banca ed impresa affidata (e spesso partecipata), che mira a risolvere tutte le problematiche finanziarie dell’azienda, ivi comprese la consulenza e la gestione di eventuali contatti con altre entità finanziarie specializzate in comparti non coperti dall’attività dell’Haus Bank (ad esempio, i mercati finanziari).Questo tipo di rapporto sussiste ad ogni livello dimensionale, con le banche maggiori che, com’è ovvio, sono partner delle imprese maggiori, le medie delle medie e così via.

Nel nostro Paese, al contrario, il rapporto banca / impresa è vissuto fondamentalmente sull’apporto da parte della prima di credito a breve termine e sulla compresenza di una pluralità di rapporti (uno studio recente ne indicava mediamente 15 per ogni impresa); tale approccio, indicato in letteratura con il termine “Multibanking”, oltre che dalla specializzazione giuridica degli enti creditizi italiani – per la quale la stessa impresa era costretta ad intrattenere rapporti con più di una istituzione – veniva anche deliberatamente ricercato dalla gran parte delle imprese, che ritenevano così di realizzare una sorta di “shopping bancario”, attivando tempo per tempo finanziamenti con le banche che di volta in volta offrivano le condizioni più vantaggiose.

Tra i principali inconvenienti di questo modus operandi si possono indicare:

a) costi amministrativi e di gestione molto più alti e normalmente non direttamente proporzionali al volume delle operazioni poste in essere;

b) maggiore complessità nella gestione della tesoreria;

c) mancato sviluppo di un rapporto più stretto con un’unica banca che, proprio in virtù di tale “preferenza” si preoccupi di supportare l’azienda ani maniera più completa.

Peraltro, come già ampiamente detto, la nuova normativa italiana sembra voler indicare la convenienza ad accentrare tali rapporti, con il pieno dispiegarsi, quindi, da parte della banca, di tutte le funzioni di corporale finance per conto e nell’interesse dell’assistita.

Per quanto concerne le partecipazioni delle banche nel capitale delle imprese, la nuova normativa amplia notevolmente la situazione pre-esistente, consentendo alle banche di assumerne nel rispetto congiunto dei seguenti limiti:

1) il totale delle partecipazioni (anche in imprese del settore finanziario) e degli immobili non può eccedere il Patrimonio di Vigilanza dell’ente creditizio;

2) il totale delle partecipazioni in imprese non finanziarie non può eccedere il 15% del patrimonio di Vigilanza (c.d.”limite complessivo”;

3) il totale delle partecipazioni in imprese di cui al precedente punto 2) non quotate sui mercati regolamentati non può comunque eccedere il 50% del limite sopra indicato;

4) la partecipazione in una singola impresa od il totale delle partecipazioni ad un gruppo di imprese non può eccedere il 3% del Patrimonio di Vigilanza della banca (c.d. “limite di concentrazione”);

5) le partecipazioni in imprese non finanziarie non possono eccedere il limite del 15% del capitale della società partecipata (c.d. “limite di separatezza”);

Vengono poi individuati livelli di patrimonializzazione o di specializzazione dell’attività che consentono alle banche che soddisfino determinati requisiti di ampliare questi limiti in maniera anche sensibile.

Resta naturalmente da verificare l’effettivo interesse per questo segmento di mercato da parte delle banche; c’è infatti chi ritiene che le nostre istituzioni creditizie siano troppo conservatrici ed avverse al rischio per intraprendere un business che richiede skill precisi e sostanzialmente diversi da quelli sino ad oggi espressi dal mondo bancario nazionale; il conferimento di capitale di rischio invece che di credito presuppone infatti una più puntuale stima delle capacità reddituali delle imprese, che dovrà necessariamente spingersi ad analisi prospettiche del mercato ed a valutazioni dei singoli prodotti, superando sia quello che definirei l’”approccio delle garanzie patrimoniali” sia la pratica perversa delle concessioni di fido sulla basse del comportamento delle altre istituzioni.

A questo riguardo lo stimolo può provenire dallo stesso modo imprenditoriale, di norma più reattivo alla novità di quello bancario, con un’azione di rinegoziazione dei rapporti contrattuali in essere con le varie banche ed altre istituzioni finanziarie.

Consentendo la detenzione di quote di partecipazione da parte delle banche, la stessa attività di merchant banking potrà inoltre trovare maggiori opportunità di sviluppo, sia per la possibilità che la stessa sia svolta direttamente dalla banca e non da una controllata, sia per la possibilità di un più agevole smobilizzo delle quote detenute tramite interazione con merchant bank specializzate.

le banche potranno inoltre interagire con le società di gestione dei Fondi Chiusi, introdotte in Italia con la Legge 344/1993, nell’ottica di stimolare la piccola e media impresa finanziandone la crescita dimensionale attraverso le prime difficile fasi di sviluppo.

In definitiva, quindi, la nuova normativa ha creato le condizioni per la realizzazione di un sistema del tipo “alla tedesca”, pur non precludendo gli spazi per operatori specializzati quali, ad esempio, le SIM di collocamento che, in virtù del loro “playing power”, potrebbero svolgere un ruolo fondamentale sui mercati mobiliari, anche con specifico riferimento al collocamento di corporate bond.

E’ facile prevedere infatti un marcato sviluppo di tale comparto, regolato anch’esso, come sopra accennato, dal Testo Unico, oltre che da recenti decreti del CICR.

La materia era in passato regolamentata da un insieme di norme che consentivano alle Autorità Monetarie – in realtà in maniera disarticolata – il più completo controllo dei flussi finanziari originati dall’emissione di valori mobiliari, attribuendo addirittura la possibilità di limitare o vietare le emissioni di valori mobiliari (di qualunque importo se rivolte al pubblico o di importo superiore ai 10 miliardi di lire se effettuate su istituzionali).

L’obiettivo, oltre a quello, esplicitamente enunciato, di tutela del risparmio, era quello di contrastare la disintermediazione bancaria e di non danneggiare i collocamenti del Tesoro.

L’attuale regime è molto più snello e prevede la tonale libertà di emissione di obbligazioni ed altri titoli di debito per prestiti di importo complessivo inferiore ai 10 miliardi di lire, quand’anche destinati al pubblico; per le emissioni di maggiore importo le procedure sono comunque fortemente semplificate.

Il legislatore ha infatti chiaramente ravvisato l’importanza, per un sistema finanziario evoluto, della presenza di emissioni di titoli di debito da parte delle imprese, allo scopo di creare un mercato mobiliare completo e sul quale possano collocarsi, con spread via via maggiori sui governativi – strumenti risk free per definizione – corporale bond di emittenti dagli standing più vari sino addirittura a prefigurare un mercato di junk bond.

In questo senso si pone anche la creazione dei nuovi titoli di debito delle imprese, cambiali finanziarie e certificati di investimento, che dovrebbero soddisfare – nell’ambito della dinamica copertura dei fabbisogni finanziari delle imprese – rispettivamente le necessità di breve e medio termine.

Non si può infine non ricordare l’ormai comune opinione circa la necessità di uno sviluppo dei mercati borsistici per le piccole e medie imprese, integrati a livello nazionale su circuiti telematici; vari sono i progetti allo studio e diversi i soggetti interessati. I risultati non dovrebbero tardare.

E’ ora quindi che il mercato mobiliare complessivamente inteso sfrutti appieno le opportunità fornite dalla normativa, consentendo così il tanto atteso salto di qualità del nostro sistema finanziario e della nostra concezione di finanza d’impresa.

 

La Consulenza alle imprese

 

L’evoluzione dei mercati finanziari unitamente alla maggiore complessità della gestione aziendale hanno posto in primo piano la funzione finanziaria che nelle piccole e medie imprese italiane resta di dominio esclusivo dell’imprenditore in prima persona con i limiti che ne conseguono, in modo particolare con riferimento alla cultura ed alla professionalità.

Il modello attuale di espansione sia nazionale che internazionale implica che le imprese, per poter restare competitive, debbano acquisire tecnologia, penetrare nuovi mercati, investire in ricerca, sfruttare le economie di scale, creare sinergie.

In sintesi, se l’impresa sarà in grado di “fare mercato” otterrà il duplice beneficio di incrementare il fatturato e i margini di profitto. In questa prospettiva le imprese debbono poter trovare nel sistema bancario l’alleato nazionale che, oltre ad assisterle nella ricerca delle fonti di finanziamento più opportune eroghi servizi di consulenza a supporto della funzione finanziaria delle piccole e medie imprese.

Esponiamo un elenco solo esemplificativo dei servizi di consulenza che possono costituire l’offerta da parte delle banche alla propria clientela:

1) controllo periodico dell’andamento economico e finanziario dell’impresa;

2) decidere in concorso con i vertici dell’impresa le politiche generali di sviluppo e di finanza volte al raggiungimento degli obiettivi strategici dell’impresa stessa, tenuto conto del capitale e degli altri condizionamenti ambientali;

3) pianificazione finanziaria a medio e lungo termine;

4) programmazione finanziaria di breve periodo;

5) predisposizione di flussi informativi sulla dinamica finanziaria ed elaborazioni di indicatori empirici per l’analisi finanziaria;

6) fornitura di informazioni tempestive sulle opportunità comparate di approvvigionamento di risorse esterne diversamente caratterizzate per quanto riguarda: la loro natura e i relativi canali e strumenti tecnici; i volumi convenientemente acquisibili; i costi, i tempi e di  modi di utilizzo;

7) analisi dei flussi monetari e del capitale circolante in modo da assicurare all’impresa buone condizioni di efficienza;

8) studio degli effetti dei mutamenti economico-industriali sulla gestione finanziaria d’impresa e ricerca degli opportuni comportamenti attivi e di adattamento di quest’ultima;

9) valutazione e decisioni in ordine ai problemi di natura valutaria, tenuto conto dei condizionamenti monetari e internazionali;

10) valutazione degli investimenti con riguardo ai rendimenti, al rischio ed alla localizzazione;

11) valutazioni e decisioni attinenti alle fusioni, alle acquisizioni, agli scorpori;

12) valutazioni e decisioni finanziarie afferenti alle imprese in fase di difficoltà; ristrutturazioni e piani di risanamento;

13) fornitura di servizi di ottimizzazione fiscale.

Certamente la banca italiana non è sufficientemente attrezzata tecnicamente e culturalmente per svolgere questo importante ruolo nello sviluppo delle piccole e medie imprese, In futuro sarà sempre più decisivo investire in formazione in maniera efficace.

 

Fabrizio Capanna

 

 

N.B. La versione digitale dell’articolo è priva delle note e della bibliografia, disponibili, invece, in quella fisica

 

 

 

 

 

La riforma del senato

Negli ultimi giorni il dibattito politico sembra essersi concentrato sulla riforma del Senato, di recente approvata dal Consiglio dei Ministri e sulla quale un pò tutti (leader di partito, esperti costituzionalisti, giornalisti, baristi e camionisti) sembrano avere un’opinione ben chiara.

Io, forse perché sono abituato a giudicare i fatti e non gli annunci, queste certezze non le ho davvero.

Innanzitutto per il metodo; Renzi sembra porre infatti un aut aut: o si fa la riforma del Senato o vado a casa. D’istinto, sarei tentato di spiegargli come fare a prendere la A1 per Firenze dal centro di Roma. Ma bisogna essere seri e costruttivi ed allora cominciamo col dire che non è certo questa la maniera di procedere in democrazia. Chi ha il privilegio e l’onere di esercitare la difficile arte della gestione della cosa pubblica deve sapere che all’azione (o meglio, all’annuncio di future azioni) bisogna far precedere un’attenta analisi dei problemi e delle conseguenze – spesso mediate e a volte di non facile comprensione – che un decisionismo frettoloso può determinare. Questa ostentata “velocità” può portarci a sbattere contro il primo muro se non si valuta preliminarmente il percorso e gli ostacoli che si potrebbero incontrare.

Chi mi conosce sa bene come io non sia un berlusconiano, ma ciò nondimeno ho ben compreso le motivazioni che hanno portato Renzi a confrontarsi con Berlusconi nella veste, come avrebbe detto Veltroni un po di tempo fa, di “principale esponente dello schieramento a noi avverso”.

E, per chiudere il cerchio sui presupposti di base e sulle motivazioni che hanno spinto Renzi a muoversi in questa direzione, sono anche assolutamente in linea con capo del Governo sulla necessità da un lato di tagliare i costi della politica e dall’altro di snellire i processi  legislativi stessi, col superamento del bicameralismo perfetto che, lo si deve chiarire, non ha riscontri in altri Paesi evoluti.

Fin qui tutto bene; l’obiettivo è chiaro e la metodologia è corretta, si deve cercare un’ampia maggioranza parlamentare che approvi una riforma che modifica sostanzialmente il nostro assetto costituzionale senza contrapposizioni partitiche  e nella ricerca di una maggiore efficienza dei meccanismi politici.

Ma qui cominciano i distinguo. Come si fa ad annunciare una dettagliata riforma senza aver prima verificato da un lato la sussistenza dell’accordo dell’opposizione sul merito della misura e dall’altro senza lasciare al Parlamento, organo legislativo sovrano, la possibilità di discutere e, se del caso, modificare il testo stesso? E, ancora, nel dettaglio, come si può fornire alla stampa ed all’opinione pubblica un testo di riforma tanto incompleto, contraddittorio e, lasciatemelo dire, dilettantistico?

E, infine, come si può pensare che l’opinione pubblica stessa abbia una memoria così corta da non ricordare le roboanti promesse di riduzioni dei costi della politica (si parlava di un miliardo…) che sarebbero discesi dal combinato effetto di abolizione delle Province e del Senato? E’ ovvio che un risparmio anche solo di una manciata di milioni nella folle spesa pubblica italiana sia un bene, ma va preservata una coerenza di fondo tra gli annunci propagandistici e la realtà dei fatti, altrimenti si torna al “Milione di posti di lavoro” di berlusconiana memoria..

Le contraddizioni e le illogicità del testo sono state già evidenziate da osservatori più autorevoli di me e voglio qui ricordare brevemente solo le più macroscopiche: la non coincidenza temporale delle elezioni locali determinerebbe una composizione del Senato fluida, con uscite ed ingressi che si succederebbero frenetici, causando da un lato l’impossibilità di una continuità di azione dell’organismo e dall’altro l’impossibilità del formarsi di maggioranze stabili; la distribuzione geografica dei seggi non differenziata per la popolazione degli ambiti territoriali di riferimento causerebbe una sovra-rappresentazione delle piccole regioni ed una sotto-rappresentazione delle maggiori, in totale dispregio non solo della logica ma anche del rispetto del dettato costituzionale; la circolarità tra l’elezione di un numero considerevole di membri da parte del Presidente della Repubblica  e la loro partecipazione all’elezione del Presidente stesso (soprattutto dopo l’attribuzione di un secondo mandato a Napolitano), la natura consultiva del nuovo Senato stesso, che lo renderebbe pletorico e, in termini relativi, più costoso del vecchio Senato in raffronto all’effettiva capacità di incidere sui processi politici, il mantenimento della struttura amministrativa di supporto allo stesso che di fatto vanificherebbe la gran parte dei risparmi, che si limiterebbero sostanzialmente alle indennità dei 315 senatori.. Potrei continuare.

Detto questo, e volendo essere costruttivi, va chiarito come i punti fondanti della riforma, quelli ritenuti non modificabili (non elettività, nessuna retribuzione, nessun coinvolgimento nel voto di fiducia e nell’approvazione della legge di bilancio) sono più o meno condivisibili; perché, dunque lasciarsi andare a vuote manifestazioni di muscolarità quando si poteva presentare una riforma più ragionata ed aperta a contributi parlamentari? Il dubbio è che Renzi ed i suoi vogliano in qualche modo far prevalere i mezzi sui fini, privilegiando operazioni di marketing elettorale (che avrebbero una valenza anche all’interno del partito, ancora tutto da conquistare) all’effettivo paziente perseguimento di obiettivi di ampio respiro e di duraturo beneficio collettivo. E su questo non sono d’accordo.

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Ci sono alcuni testi che sarebbe opportuno diffondere – se non rendere obbligatori – nelle scuole. Penso, ad esempio, agli ultimi 3 o 4 libri di Jared Diamond o, ed è questo l’oggetto del mio breve intervento, al brillante volumetto “Why Nations Fail – The Origins of Power, Prosperity and Poverty” di Daron Acemoglu e James A. Robinson, pubblicato nel 2012 e dal 2013 ora disponibile anche in paperback nel Regno Unito. Gli autori, economisti al MIT e ad Harward, affrontano in maniera sistematica e ricca di esemplificazioni l’analisi delle ragioni che portano alla diversa distribuzione della ricchezza nei vari ambiti geografici e nazionali, prendendo in considerazione – e via via demolendole – le tradizionali tesi in materia.

Per quale ragione il reddito di Nogales, Arizona è un multiplo di quello di Nogales, Sonora, quando a separarle è solo un confine geografico e non diverse composizioni etniche, la disponibilità ricchezze naturali od altre ragioni apparenti? E come è possibile che il reddito della Corea del Sud sia tanto maggiore di quello della Corea del Nord, quando tali valori sono stati sostanzialmente equivalenti per secoli? E per quale motivo ci sono alcune nazioni che, un tempo prospere, hanno visto diminuire il benessere dei propri cittadini nel corso del tempo?

Semplicemente, argomentano gli autori, alcune di queste società hanno sviluppato delle istituzioni e dei sistemi di governo “inclusivi” mentre altre sono state condotte da potentati “estrattivi”. La differenza è sostanziale: i sistemi aperti, volti all’effettiva partecipazione dei cittadini alla gestione della cosa pubblica, con una forte tutela della proprietà privata da parte di un potere centralizzato e democratico, spingono all’innovazione ed alla mobilità sociale, determinando un benessere che, pur non equilibratamente distribuito, si diffonde ad ogni strato della società, innalzando tutti gli indicatori di benessere, sociale e materiale.

Di contro, i sistemi “estrattivi”, nei quali le elitè mirano ad un miope  vantaggio personale ed alla tutela di posizioni di privilegio, pur potendo nel medio termine attraversare periodi di sviluppo economico ragionevolmente rapido (si pensi all’Unione Sovietica sino agli anni ’70) nel lungo periodo determinano inevitabilmente un’impoverimento relativo del tessuto sociale e del benessere materiale.

Non posso certo in questa sede dettagliare ulteriormente l’analisi, ma mi preme lasciarvi con un’ultima considerazione: siamo sicuri che il ritardo accumulato dall’Italia negli ultimi decenni non sia in qualche modo dovuto ai caratteri prevalentemente “estrattivi” del sistema Italia rispetto a quelli, ad esempio, di USA, Regno Unito e Germania?

La questione quindi, più che strettamente economica, sarebbe sostanzialmente politico-isituzionale; per sviluppare l’economia ed il benessere di una nazione si dovrebbero dunque attivare processi sistemici che realizzino dei circoli virtuosi socio-economici propulsivi di sviluppo. Il dibattito politico italiano dovrebbe cercare di intercettare questi grandi temi piuttosto che immiserirsi in sterili e non produttivi provincialismi e quindi, forse, più che agli studenti di economia, una attenta lettura del testo in parola farebbe bene ai nostri governanti.