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L’evoluzione delle discipline del Credit Risk Management nell’ambito della gestione di un intermediario finanziario ed all’interno di un complessivo esame dei rischi dell’attività bancaria

da Investimenti Finanziari, I, 2018

 

La gestione del rischio, o meglio del dinamico equilibrio tra redditività e rischio, è il fulcro dell’attività imprenditoriale complessivamente intesa. L’impresa vive di progettualità che comportano alee realizzative di vario tipo e l’imprenditore deve conoscere intimamente i rischi e le opportunità del proprio comparto per decidere in che modo strutturare la propria attività, conciliando sapientemente tempo per tempo l’assunzione di rischio con la prevenzione degli effetti negativi conseguenti al verificarsi di eventi traumatici.

L’affermazione sopra ricordata è tanto più vera per le imprese operanti nel settore finanziario, che hanno un ruolo anche “sociale” e di “rilevanza publica”, dovendo gestire, in maniera diretta o indiretta, i fondi dei risparmiatori, alla cui tutela la nostra Carta Costituzionale ha giustamente dato un rilevo superiore quanto avvenga in molti altri paesi.La stabilità degli intermediari finanziari, ed in particolare delle banche, è quindi estremamente rilevante, come gli ultimi eventi hanno dimostrato una volta di più. L’attività bancaria è correttamente soggetta a rigidi controlli sia in sede autorizzativa che nella gestione ordinaria. Il controllo esterno, di recente avocato a livello europeo per le banche di maggiori dimensioni, non è però sufficiente. Prassi operative e presidi di controllo interno debbono garantire un sano ed ordinato funzionamento di tali imprese.

In questo intervento chiariremo i principali rischi inerenti l’attività bancaria, concentrandoci poi sul cosiddetto Credit Risk Management, che ha vissuto negli ultimi decenni una rapida evoluzione in reazione al mutato quadro di riferimento normativo e di mercato.

Riteniamo che la conoscenza di tali tematiche possa aiutare i consulenti finanziari non solo ad accrescere il proprio bagaglio culturale ma anche a mutuare se non delle pratiche almeno delle attitudini mentali che, trasposte nell’attività quotidiana e trasmesse ai clienti, possono rendere più “risk conscious” i consulenti ed i clienti stessi. I risparmiatori italiani, tradizionalmente esposti per larga parte del loro attivo verso prodotti bancari debbono comprendere appieno la natura dei rischi delle attività bancarie, valutare come vengano affrontati dai singoli istituti e quindi ridurre od incrementare saggiamente detta esposizione.

L’attività bancaria costituisce un supporto fondamentale allo sviluppo ed all’ordinato funzionamento dell’economia di un paese. La funzione tipica della banca, quella del trasferimento di risorse nel tempo e tra soggetti diversi, consente un’efficiente allocazione delle risorse che alimenteranno convenientemente e dinamicamente i bisogni dei prenditori di fondi (privati, imprese, Stato) attraverso l’impiego remunerato delle risorse dei soggetti con liquidità in eccesso, per i quali garantiranno, di contro, un servizio d’investimento che preservi la tutela del capitale attraverso il controllo del rischio.

In buona sostanza, le banche sono un cosciente ed autonomo anello di congiunzione tra risparmiatori ed investitori e ricoprono quindi un ruolo dalla duplice valenza: da un lato, come detto, curano una ragionata detenzione dei risparmi e dall’altra finanziano lo sviluppo canalizzando tali risparmi verso settori che li necessitano per pore in essere progetti premianti, in termini di redditività, rispetto ai costi del reperimento delle risorse.

Il fallimento di una banca ha un riflesso drammatico sull’ambiente socio-economico di riferimento, tanto più ampio quanto più larga è la sfera d’influenza (e quindi la dimensione) della banca stessa. Non solo: le banche sono legate l’una all’altra da molteplici canali d’interdipendenza (in primis il sistema interbancario dei depositi e poi il mercato dei CDS, i Credit Default Swap) e lo stato di crisi di un soggetto bancario può determinare effetti dirompenti anche su altre banche, generando un rischio “sistemico” che, nei casi più gravi, può paralizzare l’ambito economico di riferimento. L’incertezza in merito alla solvibilità di una banca o l’effettiva insolvenza della stessa causano effetti a catena nei patrimoni e negli orientamente degli altri soggetti economici che debbono essere evitati se si vuole impedire una spirale in grado di distruggere il benessere di una nazione.

I rischi principali dell’attività bancaria sono stati individuati da tempo dalla dottrina che li enumera come segue:

 

a)    rischio di credito

b)   rischio di mercato

c)    rischio di liquidità

d)   rischio di tasso

e)    rischio di controparte

f)     rischio operativo

 

Per quanto ciascuno di questi profili di rischio potrebbe essere definito singolarmente (e procederemo in effetti ad una breve disamina analitica), pure gli stessi sono avvinti da un viluppo tale di interrelazioni da rendere poco corretta qualunque analisi che proceda ad analizzarli per compartimenti stagni, senza valutarne le reciproche connessioni ed interdipendenze.

 

Tralasciando, in prima battura una definizione puntuale del rischio di credito che, essendo l’oggetto specifico di questo intervento, sarà trattato in dettaglio successivamente, ci sembra conveniente procedere ad una breve descrizione degli altri rischi sopra citati, così da dare un quadro di riferimento più ampio e completo della materia.

 

Il rischio di mercato si riferisce principalmente al portafoglio di negoziazione della banca e si sostanzia del rischio che il valore di tale portafoglio possa variare in relazione al mutare dei tassi d’interesse, dei tasso di cambio, del valore delle azioni o delle commodity detenute. Il rischio di mercato è solitamente valutato con la misura del VAR (Value At Risk) che indica il potenziale statistico di perdita massima che può verificarsi in un giorno in relazione alla variazione dell’attivo di riferimento.

 

Il rischio di liquidità prescinde invece dalla valorizzazione dell’attivo di riferimento ed indica solo la concreta possibilità ed i tempi di smobilizzo di una posizione finanziaria e la sua trasformazione in cash; stiamo parlando qui, del cosidetto “market liquidity risk”, che rappresenta però solo un aspetto del rischio di liquidità. La natura di intermediario finanziario delle banche impone infatti anche la considerazione del rischio di liquidità sul lato del passivo, o “funding liquidity risk”. La banca infatti finanzia le proprie posizioni attive in larghissima parte (quella eccedente il patrimonio) con delle passività, alle quali deve far tempestivamente fronte e che deve poter rinnovare nei tempi e per le durate necessarie. L’impossibilità di far fronte ai propri impegni sul lato del passivo può essere generato da una non coerente simmetria nelle scadenze dell’attivo e del passivo, non coperto dall’attività della tesoreria, o nell’effettiva impossibilità di rinnovare le operazioni di funding in essere in ragione di una situazione generale di mercato o di una specifica situazione aziendale (si veda il blocco del mercato interbancario e la crisi di liquidità del mercato dei corporate bond nel periodo immediatamente precedente e successivo all’apice della recente crisi bancaria)

 

In effetti, la crisi del 2008 ha mostrato come il rischio di liquidità sia sostanzialmente unitario, pur nella distinzione sopra ricordata; le banche infatti, detentrici di attivi rappresentati da obbligazioni bancarie, si sono trovate da un lato nell’impossibilità di venderle per fare cassa e, dall’altro, proprio in funzione della paralisi del mercato e dell’analoga posizione “in lettera” di tutti gli altri player, non hanno potuto rifinanziare il proprio passivo con nuove obbligazioni, che non trovavano, ovviamente, compratori. Tale situazione, generando sfiducia nella sostenibilità e nella solvenza di molti isituti, ha determinato un forte calo dei corsi, attivando, attraverso i collegamenti sopra accennati, l’insorgere anche del rischo di mercato, con l’incremento esponenziale dei credit spread sulla carta bancaria, anche di primari emittenti. Inutile dire che anche il rischio di credito in tale circostanze ha subito un collegato incremento, per le oggettive conseguenze sulla redditività delle banche, alle prese con perdite sul portafoglio titoli e difficoltà di funding.

 

Il rischio di tasso si manifesta sul Banking Book, in quanto le variazioni di tasso e le conseguenti variazioni dei corsi degli attivi non sono immediatamente evidenziate dal processo di Mark to Market e ricomprese quindi nel rischio di mercato, come accade per il trading book (o portafoglio di negoziazione). Il banking book comprende infatti tutti gli attivi stabilmente presenti nel portafoglio di una banca (crediti, partecipazioni, etc..) che, nelle due forme tecniche di AFS (Available For Sale) e HTM (Held To Maturity) sono soggetti al rischio che la variazione della curva dei tassi di interesse possa causare un non equivalente riprezzamento delle poste dell’attivo rispetto a quelle passivo, con le conseguenti perdite. Naturalmente tale rischio può essere coperto con l’utilizzo di strumenti derivati, così come il rischio di credito (utilizzando anche CDS o posizioni corte altrimenti costruite su specifici nomi) e quello di mercato. E’ evidente, come anche mostrato dall’esempio precedente, quanto sia meno agevole coprire il rischio di liquidità rispetto agli altri e, in effetti, la gran parte delle crisi bancarie sono, in prima istanza, crisi di liquidità.

 

Restano da descrivere il rischio di controparte e quello operativo. Il rischio di controparte, oggi fortemente limitato dall’utilizzo di Clearing House per l’effettiva conclusione delle negoziazioni, si sostanzia nella non felice conclusione di una transazione con lo scambio titoli/attività contro cash per la cosiddetta “non presentazione” della controparte. Tale rischio sussiste ancora per stumenti obbligazionari illiquidi ed alcuni prodotti derivati trattati over the counter e per i quali una sana e prudente gestione bancaria imporrebbe la creazione di margini collaterali a garanzia che coprano dalla non disponibilità dell’attivo e dalla conseguente esposizione al rischio di corso dello stesso, senza considerare i costi di “repo” necessari a coprire eventuali posizioni “corte” generate dalla negoziazione non andata buon fine.

 

Il termine “rischio operativo” copre invece una gamma molto ampia di potenziali aspetti di vulnerabilità dell’attività bancaria, non direttamente collegati all’andamento delle variabili economiche ma che potrebbero determinare conseguenze esiziali per l’impresa bancaria stessa. Una prima – e forse la più importante – classe di rischi operativi risiede nel funzionamento dei sistemi informatici, ormai da decenni alla base di ogni attività bancaria. La creazione di meccanismi di sicurezza (back up, server remoti, siti alternativi, etc..) può ridurre l’impatto dei problemi informatici sul patrimonio delle banche ma mai eliminarlo completamente. Altri tipici rischi operativi sono quelli determinati da errori, negligenza o disonestà del personale ma anche da altri eventi traumatici esogeni, per il quale è necessario approntare non solo delle azioni di prevenzione ma anche delle appostazioni di capitale che costituiscano un presidio ulteriore di tutela per gli stakeholder della banca.

 

Ma veniamo ora al rischio di credito, che costituisce l’oggetto principale di questo articolo. L’aspetto centrale è, qui, la considerazione dei profili di solidità dei soggetti che entrano in rapporto con la banca e le potenziali conseguenze di una loro ipotetica incapacità di far fronte agli impegni presi nei confronti della banca stessa. In pratica ci si occupa della valutazione e della stima delle effettive probabilità di default di tali soggetti, sia con modelli statistici cosiddetti “Backward Looking” che con algoritmi che, traendo informazioni dall’andamento dei mercati, possano gettare luce sulle prospettive future di deterioramento del merito di credito. Inoltre, e questo aspetto è spesso sottovalutato negli studi in materia, va considerato con attenzione il cosiddetto “Recovery Rate”, e cioè il tasso di effettivo recupero di attivi economici residui in caso dell’insolvenza di un soggetto nei confronti del quale la banca aveva un’esposizione.

I crediti rappresentano per il settore bancario (almeno con riferimento alle banche tradizionali, non sbilanciate sull’investment banking) il profilo di rischio più ampio in termini dimensionali e, conseguentemente, il più rilevante in termini assoluti. La gestione del rischio di credito, come è evidente dalla trattazione precedente, ha stretti legami di interrelazione con gli altri rischi, nessuno dei quali, di norma, si presenta in maniera asetticamente singola, ma che, al contrario, si alimentano l’un l’altro generando pericolosissime spirali di crisi.

La gestione del rischio di credito (credit risk management, CRM), che trova la sua più immediata manifestazione nell’esposizione posta in essere dalla banca attraverso la concessione di prestiti ad altri soggetti (privati, imprese e soggetti del settore pubblico) va considerato sia in termini di processi volti alla determinazione delle procedure e delle metodologie per la concessione del credito ma anche nella gestione del complesso portafoglio crediti, che nel tempo va rimodellato in funzione della logica della diversificazione e della distribuzione probabilistica delle perdite potenziali, valori che non sono stabili ma che – al contrario – sono in costante mutamento ed evoluzione.

Negli ultimi 15/20 anni, si è registrato un sensibile cambiamento nell’approccio a tali problematiche all’interno della complessa gestione bancaria e la funzione del credit risk manager si è evoluta ed ha assunto una sempre maggior rilevanza. Da un lato, infatti, la spinta regolamentare, avviata con Basilea I a fine anni ’80, ha costretto le banche ad assumere delle logiche nuove sul settore, dall’altro i progressi dell’informatica e le spinte del mercato hanno dato un ulteriore accelerazione alla revisione ed alla ingegnerizzazione di processi ormai quasi esclusivamente automatizzati.

Dal punto di vista regolamentare, a partire da Basilea II, l’approccio individua correttamente i due aspetti sopra specificati, rischio di insolvenza (PD, Probability of Default) e rischio di recupero (Loss Given Default, LGD) e pondera l’impatto, in termini di assorbimento di capitale, attraverso la modulata attribuzione dei diversi coefficienti a ciascun attivo. Alla banche è consentito utilizzare l’approccio standard della Commissione o farsi validare dalla stessa una metodologia interna (cosiddetto Internal Rating Based approach, IRB), in forma base od avanzata.

Le necessità di capitale inerenti tale aspetto del rischio bancario saranno così dinamicamente derivanti dall’effettivo rischio sussistente e dal suo modificarsi nel tempo. Non solo: la stessa attività di concessione del credito presuppone ormai la valutazione ex ante dell’impatto sul capitale di ciascuna nuova operazione, intendendosi, qui, sia la stima dell’effettiva concessione del credito che le modalità tecniche e le condizioni economiche applicate a ciascun prenditore.

I sistemi attualmente in uso (quali, ad esempio CreditMetrics di JP Morgan) mutuano molte delle logiche tradizionalmente constitutive di quelli utilizzati per il rischio di mercato (ad esempio la logica del V.A.R., sopra menzionata), ma le adattano alla differente natura del portafoglio crediti rispetto a quello del portafoglio titoli/attività finanziarie.

Per i titoli, infatti,tanto azionari che obbligazionari, sono presenti serie storiche che evidenziano la correlazione tra i vari strumenti e la volatilità di ciascuno di essi. Per un portafoglio crediti, invece, tali valori debbono essere stimati sulla base di aggregazioni in classi omogenee, che debbono essere continuamente aggiornate in funzione del modificarsi del merito di credito stabilito con processi interni dei singoli prenditori appartenenti alle varie classi o del rating ufficiale, quando presente, dei diversi debitori. E’ intuitivo come tale processo, impostato attraverso algoritmi ed integrato da processi euristici, non sia assoltamente banale e debba essere soggetto a continui aggiornamenti. Una volta ultimato questo processo, le funzioni preposte possono definire, per l’insieme dei crediti la percentuale di massima perdita probabile e, sulla base della stessa e dell’impatto in termini di utilizzo del capitale (anche in rapporto ad impieghi alternativi), la corretta allocazione del credito complessivamente inteso, nonchè le caratteristiche e le condizioni in grado di remunerare tale rischio finanziario ed assorbimento di capitale in linea ottimale.

Naturalmente tale processo non ha natura statica ma dinamica e deve inserire al suo interno delle analisi aggiornate che evidenzino, per ogni posizione, non solo lo status giuridico di credito vivo o in sofferenza ma anche, possibilmente, delle valutazioni di teorico Mark to market di ciascuna posizione in relazione all’evolversi dello stato di maggiore o minore potenzialità di insolvenza del creditore.

E’ chiaro quindi, anche solo dopo una disamina breve e sintetica come la presente, come tale funzione sia centrale all’interno della moderna gestione di un intermediario finanziario e che l’utilizzo di procedure informatizzate alimentate attraverso l’imputazione di ogni dato sensibile relativo ai debitori sia indispensabile.

Non sorprende quindi come nel nostro paese il livello medio di crediti problematici sul totale dell’attivi sia tanto superiore alla media europea; tradizionalmente infatti, in Italia il settore bancario ha sviluppato con leggero ritardo tali funzioni e la concessione del credito è stata lasciata per molto tempo in gestione alle unità periferiche, non in grado, per ragioni oggettive ma anche – direi – culturali, di selezionare l’accesso al credito in maniera razionale e produttiva. Per lungo tempo hanno così prevalso metodologie di affidamento figlie di prassi operative superate e non facilmente monitorabili a livello centrale, soggette anche a logiche extra-mercato ed influenzate da situazioni localistiche.

La gran parte delle crisi bancarie italiane dell’ultimo quinquennio sono state infatti determinate dalla non accorta concessione dei crediti, che ha determinato un’esplosione del livello medio delle sofferenze, a lungo tempo ben superiore al triplo della media europea. Tale situazione sta faticosamente rientrando, e l’auspicio è che le istituzioni italiane provvedano ad istituire forti presidi sul comparto, raggiungendo, anche per i piccoli istituti, dei livelli di monitoraggio e di gestione del portafoglio crediti rassicuranti per gli stakeholder della banca e per l’ambito territoriale socio.economico di riferimento.

Le crisi bancarie vanno prevenute ex-ante piuttosto che gestite ex-post per evitare il coinvolgimento politico e quindi l’assunzione degli oneri di salvataggio da parte della collettività, anche all’interno della nuova normative del Bail In.

 

Fabrizio Capanna