Fabrizio Capanna recensice Giuseppe Turani

Recensione al volume di Giuseppe Turani “Perché abbiamo il peggior capitalismo del mondo ” Sperling & Kuppfer Editori 2004, in Lettera Assiom, Ottobre 2004 Numero 12

Giuseppe Turani è una dele più celebri firme del giornalismo economico nazionale; dalle colonne di Repubblica si è spesso levata la sua autorevole e sempre ascoltata voce per criticare, suggerire o spiegare questo o quel momento della vita economica italiana.

Spesso in maniera anche provocatoria, il Turani ha rappresentato, per molti anni, una sorta di coscienza critica del capitalismo italiano, per il quale mi sembra di poter affermare abbia nutrito nel tempo una sorta di rapporto di amore odio mai risolta.

L’uscita di questo nuovo libro ed il titolo stesso della pubblicazione avevano generato in me una profonda curiosità e suscitato delle aspettative piuttosto alte che purtroppo, a lettura conclusa, non posso davvero dire che il volumetto abbia mantenuto.

Per tutto il testo, infatti, lo stile si mantiene molto elementare, quasi che la pubblicazione di un libro divulgativo presupponga dei lettori di modesta levatura; si succedono infatti espressioni da “bar dello sport” che, nel tentativo – penso inutile – di sedurre il pubblico di massa deludono certamente quello specialistico che si aspetterebbe ben altra precisione e linguaggio. Ad esempio quando, per quanto concerne i crack Parmalat e Cirio, si accusano le banche di comportamenti deviati senza affrontare invece, in maniera seria temi di gran peso a riguardo (e che hanno fatto già versare fiumi di inchiostro alla stampa specialistica) quali quelli delle asimmetrie informative e del rischio reputazionale, veri nodi della questione. E via via cosi’ per tutto il libro attraverso un’analisi che cerca autorevolezza nelle citazioni piuttosto che nella profondità delle argomentazioni.

Tutto e’ risolto in una sorta d’antropomorfizzazione del “Sistema Economico” visto in maniera semplicistica e riduttiva come un insieme unico mosso da grandi personaggi e orientato da singoli eventi quasi a dissimulare la complessità della realtà economica di un paese come il nostro che vive di rapporti sempre mutevoli e di difficile interpretazione tra cause, fatti e conseguenze degli stessi.

Trovo poco produttivo, in questa sede, entrare nel dettaglio delle tesi sostenute dall’autore dalle quali, pure occasionalmente, non dissento completamente .Quello che manca al libro e’, soprattutto, il tono e l’impianto.